7 Giugno 2016

Scomunicato il «gruppo» di Gallinaro

donvitaliano in religione

«Le iniziative della sedicente organizzazione pseudo religiosa denominata“Chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme” sono in assoluta opposizione alla dottrina cattolica e pertanto nulla hanno a che fare con la grazia della fede e della salvezza affidate da Gesù Cristo alla Chiesa fondata sulla salda roccia dell’apostolo Pietro. Si invitano tutti i fedeli al dovere della vigilanza e del saggio discernimento per evitare ogni forma di coinvolgimento in tale movimento e si rammenta che i fedeli che aderiscono alla suddetta sedicente “chiesa” incorrono, a norma del canone 1364 del Codice di diritto canonico, nella scomunica latae sententiae per il delitto canonico di scisma».
È quanto afferma in un comunicato ufficiale la Curia vescovile della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo nei confronti del gruppo denominato “Bambino Gesù di Gallinaro” o “Nuova Gerusalemme” che il 4 ottobre 2015, con atto notarile, si è costituito in organizzazione pseudo religiosa con il nome di “Chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme”. Il comunicato, firmato dai vicari generali monsignor Antonio Lecce e monsignor Fortunato Tamburrini, è stato reso noto domenica scorsa e, per disposizione del vescovo Gerardo Antonazzo, letto in tutte le chiese della diocesi al fine di salvaguardare il bene superiore della Chiesa e dei singoli fedeli.
La Nota rimarca che il gruppo in questione «è impegnato a diffondere in diverse località dottrine falsamente religiose e insegnamenti biblici distorti ed estranei alla verità dei testi sacri».
Richiamando una Notificazione della Curia diocesana del 9 ottobre 2001, che prendeva le distanze da ogni approvazione del suddetto fenomeno religioso, si ribadisce che «la posizione dottrinale di tale gruppo è dichiaratamente contraria alla fede cattolica, in quanto obbliga i fedeli a non frequentare i sacramenti, a disapprovare gli insegnamenti e la stessa autorità del Papa, a non avere relazioni con i sacerdoti e le rispettive comunità parrocchiali, a trasgredire la disciplina ecclesiastica».
A tutto questo si è aggiunto «il gravissimo abuso» della costituzione in nuova organizzazione, palesemente scismatica, «sottoposto all’esame della Congregazione per la Dottrina della fede, competente in materia» che ha chiesto alla diocesi di intervenire affinché «tutti i fedeli siano informati sugli errori dottrinali di tale atto scismatico e sulle conseguenze disciplinari canoniche che ne derivano».
Allo scopo di sottolineare la natura medicinale della gravissima sanzione della scomunica, il vescovo Antonazzo, avvalendosi delle sue facoltà, ha concesso a tutti i sacerdoti in servizio pastorale nella diocesi la facoltà di rimettere in foro interno, all’atto della celebrazione del sacramento della penitenza, la censura della scomunica latae sententiae a coloro che intendano.

(da Avvenire.it - Augusto Cinelli 6 giugno 2016)

18 Maggio 2016

discorso di papa Francesco alla CEI

donvitaliano in religione

Cari fratelli, a rendermi particolarmente contento di aprire con voi questa Assemblea è il tema che avete posto come filo conduttore dei lavori – Il rinnovamento del clero –, nella volontà di sostenere la formazione lungo le diverse stagioni della vita. La Pentecoste appena celebrata mette questo vostro traguardo nella giusta luce. Lo Spirito Santo rimane, infatti, il protagonista della storia della Chiesa: è lo Spirito che abita in pienezza nella persona di Gesù e ci introduce nel mistero del Dio vivente; è lo Spirito che ha animato la risposta generosa della Vergine Madre e dei Santi; è lo Spirito che opera nei credenti e negli uomini di pace, e suscita la generosa disponibilità e la gioia evangelizzatrice di tanti sacerdoti. Senza lo Spirito Santo – lo sappiamo – non esiste possibilità di vita buona, né di riforma. Preghiamo e impegniamoci a custodire la sua forza, affinché «il mondo del nostro tempo possa ricevere la Buona Novella […] da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80). Questa sera non voglio offrirvi una riflessione sistematica sulla figura del sacerdote. Proviamo, piuttosto, a capovolgere la prospettiva e a metterci in ascolto, in contemplazione. Avviciniamoci, quasi in punta di piedi, a qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità; lasciamo che il volto di uno di loro passi davanti agli occhi del nostro cuore e chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi? Vi auguro che queste domande possano riposare dentro di voi nel silenzio, nella preghiera tranquilla, nel dialogo franco e fraterno: le risposte che fioriranno vi aiuteranno a individuare anche le proposte formative su cui investire con coraggio.
1. Che cosa, dunque, dà sapore alla vita del “nostro” presbitero? Il contesto culturale è molto diverso da quello in cui ha mosso i primi passi nel ministero. Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca. Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero, quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello. Su questo sfondo, la vita del nostro presbitero diventa eloquente, perché diversa, alternativa. Come Mosè, egli è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un “devoto”, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. Dell’altro accetta, invece, di farsi carico, sentendosi partecipe e responsabile del suo destino. Con l’olio della speranza e della consolazione, si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi. Il segreto del nostro presbitero – voi lo sapete bene! – sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio.
2. Diventa così più immediato affrontare anche le altre domande da cui siamo partiti. Per chi impegna il servizio il nostro presbitero? La domanda, forse, va precisata. Infatti, prima ancora di interrogarci sui destinatari del suo servizio, dobbiamo riconoscere che il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava Dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità. Colui che vive per il Vangelo, entra così in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale. Allo stesso modo, per un sacerdote è vitale ritrovarsi nel cenacolo del presbiterio. Questa esperienza – quando non è vissuta in maniera occasionale, né in forza di una collaborazione strumentale – libera dai narcisismi e dalle gelosie clericali; fa crescere la stima, il sostegno e la benevolenza reciproca; favorisce una comunione non solo sacramentale o giuridica, ma fraterna e concreta. Nel camminare insieme di presbiteri, diversi per età e sensibilità, si spande un profumo di profezia che stupisce e affascina. La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia. Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio.
3. Infine, ci siamo chiesti quale sia la ragione ultima del donarsi del nostro presbitero. Quanta tristezza fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci… Sono i più infelici! Il nostro presbitero, invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura. Ma – lui lo sa – non potrebbe fare diversamente: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattino dalla presenza di Dio. È uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti.
* * *
Ecco delineata, cari fratelli, la triplice appartenenza che ci costituisce: appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso! Avvertite fino in fondo questa responsabilità, fatevene carico con pazienza e disponibilità di tempo, di mani e di cuore. Prego con voi la Vergine Santa, perché la sua intercessione vi custodisca accoglienti e fedeli. Insieme con i vostri presbiteri possiate portare a termine la corsa, il servizio che vi è stato affidato e con cui partecipate al mistero della Madre Chiesa. Grazie.

17 Maggio 2016

sostieni la Comunità di don Andrea Gallo

donvitaliano in sociale

Il 5 per mille alla Comunità di Genova
Il prossimo 22 Maggio 2016 saranno 3 anni dalla scomparsa di Don Andrea Gallo, “il padre nostro” come recitava la copertina de “il manifesto”. Il Gallo ha lasciato a tutti noi un eredità importante fatta di coraggio, dignità per le persone più fragili e valori che attraverso i suoi insegnamenti spetta a tutti noi ricordare e praticare.
Per questo in nome di don Andrea Gallo in ogni nostra iniziativa sarà presente un banchetto per la raccolta delle firme per l’abrogazione dell’Italicum e informativo per il NO alla riforma costituzionale.
N. B. Per sostenere la Comunità di don Gallo, nella dichiarazione dei redditi occorre indicare il codice fiscale dell’Associazione che è 02471280103 nello spazio per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Per tutti coloro che sono dispensati dall’obbligo di presentare la dichiarazione è possibile compilare l’apposita scheda legata al C.U.
Ulteriori notizie sul sito www.sanbenedetto.org
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Segui la nostra newsletter! Un modo per raccontarvi meglio quello che succede in Comunità, per ringraziarvi per tutto l’affetto di questi quasi due anni senza di lui, per restare in contatto, per sostenerci. Ma anche per tenere vive tutte quelle battaglie per i diritti di tutti, per i beni comuni, per la difesa della nostra costituzione, per la difesa del nostro territorio martoriato a favore delle grandi opere.
Mantenendo vivo il messaggio di Andrea condividendo la sua voce, le sue opere, le sue parole. Per non perderci di vista… cercando di essere sempre con coraggio trafficanti di Sogni.

6 Maggio 2016

Amoris laetitia: la chiesa in un imbuto

donvitaliano in religione

di José María Castillo

La Dottoressa Elske Rasmussen si rammaricava, solo alcuni giorni fa (in un articolo apparso il 28 aprile scorso su Religión digital, ndt), di coloro che (cardinali, vescovi, preti, monaci…) si ostinano a difendere la posizione secondo la quale “il papa è autorizzato solo a ripetere quello che ha detto il Magistero precedente, specialmente a partire da Pio XII fino a Benedetto XVI”. Ossia, se io ho capito bene, gli “uomini di Chiesa” che si contrappongono a papa Francesco, sono persone che, forse senza rendersi conto di quello che realmente stanno facendo, in realtà difendono una “Chiesa imbottigliata”, non nel fango di un cammino impraticabile, attraverso il quale non si possono fare passi in avanti e non si va da nessuna parte, bensì una “Chiesa imbottigliata” non in un cammino fangoso, ma in qualcosa di peggio: in un tempo ed in una cultura che non esistono più. Perchè questo, in fin dei conti, è la Chiesa di Pio XII, quella di Giovanni Paolo II e quella che ha difeso (finchè ha potuto) Benedetto XVI.
Il fondo della questione, a mio modo di vedere, sta in questo: la preoccupazione centrale e decisiva della Chiesa deve essere posta e conservarsi nella fedeltà al Magistero ed alle sue verità o deve stare nella sofferenza del popolo e nelle sue privazioni?
Nella risposta che si dà a questa domanda sta la chiave che spiega la differenza e la distanza che si avverte in modo palpabile tra il papato di Benedetto XVI e quello di Francesco. Certo, è importante nella Chiesa difendere e conservare il Magistero dei nostri avi. Ma non è più urgente porre rimedio alla sofferenza degli innocenti?
Non si tratta di togliere la ragione a un papa per darla ad un altro. La questione è più grave e più decisiva. Perchè, in fin dei conti, quello che stiamo vivendo nella Chiesa, con gli attriti e le frizioni tra i difensori del papato precedente e gli entusiasti di Francesco, è la riproduzione – in scala ridotta – dello scontro tra i “Maestri della Legge”, difensori delle loro tradizioni religiose, ed il comportamento di Gesù, che curava ammalati, dava da mangiare ai poveri e si era fatto amico di peccatori e pubblicani. È evidente che Gesù non è stato un uomo esemplare al suo tempo. Ma ugualmante certo è il fatto che gli “esemplari” (di allora e di ora) in fretta finiscono accantonati nel baule dei ricordi, mentre, come ha fatto molto bene notare il professore Reyes Mate, resta sempre valido l’azzeccato detto di Theodor W. Adorno: “Far parlare la sofferenza è la condizione di ogni verità”. Questo mi porta alla fine a pormi una domanda capitale: quale verità possono difendere quelli che, quando conviene loro, lasciano da parte la sofferenza?
In questo, mi sembra, sta la grandezza, la novità e l’attualità dell’Amoris laetitia, la visione nuova (ed ancora sconosciuta) della famiglia che ci presenta papa Francesco.

Articolo pubblicato nel Blog dell’Autore su Religión Digital il 2.5.2016
Traduzione di Lorenzo TOMMASELLI

23 Aprile 2016

il referendum no-triv e il colibrì

donvitaliano in politica

L’aggressione criminale di alcuni anni fa dell’Occidente contro l’Iraq, nonostante la contrarietà della maggioranza del “Popolo sovrano”, espressa nei sondaggi, nella straordinaria partecipazione alle tante manifestazioni e attraverso le numerose bandiere della pace esposte su milioni di balconi italiani; la sceneggiata attorno alla legge 40 sulla procreazione assistita, con un referendum abrogativo senza quorum e le diverse sentenze della Corte Costituzionale che, invece, stanno dando ragione a chi lo proponeva; la repressione violenta, strategicamente messa in atto nei confronti dei partecipanti al contro-G8 di Genova del 2001, e da allora contro ogni forma di dissenso non ufficiale, che ha esasperato, silenziato e scoraggiato ogni forma di manifestazione pubblica e collettiva del proprio pensiero; le vergognose vicende dell’Ilva di Taranto e della Terra dei fuochi, con i loro strascichi di morte, omertà, disinteresse, complicità con la criminalità organizzata e squallida cupidigia sulla pelle e la salute della gente, sono solo alcuni esempi di come si stia minando alla radice il diritto costituzionale che promuove la partecipazione dei cittadini alla vita politica e democratica del nostro Paese.
L’ultimo referendum “contro le trivelle”, il cui fallimento è stato sollecitato nientemeno che dal Presidente del Consiglio Renzi, con un craxiano invito a non andare a votare, è solo l’ultima di una lunga serie di vergognosi segnali di invito al disinteresse: tanto al resto ci pensa chi comanda, e non importa se fa gli interessi di pochi, petrolieri, banchieri, lobbisti & C.
Non so se sia una strategia, un complotto per lasciare sempre più mano libera a chi vuole decidere da solo senza fastidi, certo è che in questo modo la pratica democratica arretra sempre più, lasciando spazio ad egoismi, individualismi e disinteresse che non fanno per niente bene all’Italia.
Lo confesso: la tentazione è stata di mandare tutto al diavolo. E pazienza se la “casa comune” è sempre meno abitabile, se non siamo sicuri di quello che mangiamo, beviamo e respiriamo, se a Genova il giorno dopo il referendum fallito, si sia rotto un tubo di un oleodotto e migliaia di litri di petrolio stanno inquinando i fiumi e il mare: la sera di domenica 17 aprile, man mano che appariva il fallimento del referendum, per un attimo soltanto, ho sperato nel peggio, “così gli italiani imparano a disinteressarsi!”.
Per fortuna è stato solo un attimo di sconforto che è servito a stimolare alcune riflessioni sull’impegno quotidiano per tener viva l’idea di resistenza e partecipazione nei concittadini. Agli atti di eroismo, ovviamente, non siamo chiamati tutti; tutti, invece, siamo chiamati a comportarci bene e a diffondere e testimoniare una legalità quotidiana, che riguarda le nostre scelte di ogni giorno. Il peggio è la rassegnazione che “tanto non cambia nulla, e io non posso fare niente”. Non dobbiamo convincerci dell’inutilità della “piccolezza” delle nostre scelte quotidiane; anzi le piccole gocce del nostro impegno, soprattutto se unite a quelle di altri, contribuiscono a colpire la quotidianità della cultura dell’indifferenza, proprio come fa il colibrì protagonista di una favola che mi hanno raccontato gli indios del Chiapas messicano: “durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un piccolo colibrì volava in senso contrario, verso l’incendio, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare!” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il piccolo volatile. “Con una goccia d’acqua?” gli disse il leone con un sogghigno di irrisione, ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte!”.
Certo sarebbe bello se tutti gli animali della foresta, soprattutto i più grandi, contribuissero a spegnere l’incendio, ma se loro se ne disinteressano io, noi piccoli colibrì dobbiamo fare quello che possiamo, impegnarsi con tutte le forze a capovolgere le cose, a togliere di mezzo, democraticamente, chi ci illude che basti un travestimento nuovo per rottamare il vecchio; è triste scoprire che strappando via la maschera del “nuovo” appaiono i peggiori volti e i peggiori sistemi di una eterna mala-politica che ogni tanto qualcuno vuol farci credere di aver sostituito con una politica veramente democratica ed efficiente.

Vitaliano Della Sala - www.adista.it - n° 16 del 30-04-2016

23 Aprile 2016

“Abbiamo subìto un processo ingiusto”. La clamorosa protesta di 15 teologi condannati dall’ex Sant’Uffizio

donvitaliano in religione

Basta con i processi iniqui, che non rispettano i diritti umani né rispecchiano i valori evangelici, contro teologi e scrittori cattolici le cui posizioni, non gradite ad alcuni, vengono segnalate al Vaticano e che si ritrovano giudicati da un organismo, la Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), che funge allo stesso tempo da organo inquirente, pubblico ministero e giudice. 15 tra i più noti ed eminenti teologi, scrittori e attivisti cattolici internazionali che negli ultimi decenni hanno subito un’inchiesta da parte dell’ex Sant’Uffizio (ivi compresi due vescovi) hanno unito le forze in nome di una giustizia “giusta” scrivendo al dicastero vaticano una lettera atterrata sulla scrivania di papa Francesco e del prefetto della Cdf, card. Gerhard Ludwig Müller, alla fine di febbraio ma diffusa solo ora, prima grazie al settimanale National Catholic Reporter (19/4) e poi ai promotori stessi che l’hanno pubblicata online.
Tutti notissimi i 15 firmatari, convocati da p. Tony Flannery, prete irlandese egli stesso vittima della Cdf per le sue posizioni in materia di morale sessuale (v. Adista Notizie nn. 4, 6/13; 2/15): dallo storico australiano Paul Collins (v. Adista Notizie n. 22/2001) al teologo Charles Curran, da suor Jeannine Gramick, già sotto inchiesta per il suo ministero alle persone omosessuali (v. Adista n. 43/2000) alla teologa Elizabeth A. Johnson (v. Adista n. 82/2011), dalla benedettina spagnola suor Teresa Forcades al vescovo australiano mons. Bill Morris, colpevole di aver ipotizzato il sacerdozio femminile (v. Adista Notizie n. 39/2011), all’attivista p. Roy Bourgeois, scomunicato per aver partecipato a un’ordinazione femminile (v. Adista Notizie n. 35/2013).
Sotto accusa segretezza, mancanza di trasparenza, scorrettezza delle procedure, conflitti di ruoli, violenza psicologica che si riscontrano nei processi: «Si può ottenere giustizia – ha affermato Paul Collins sul sito tonyflannery.com che il 20 aprile ha pubblicato il documento – da un organismo che svolge il ruolo di investigatore, pubblico ministero, giudice, giuria, e che poi impone la pena? E se poi si va in appello, si è riascoltati dalle stesse persone». Nessuna informazione sull’identità degli accusatori, nessuna presunzione di innocenza, spesso nessuna possibilità di difendersi di persona.
Di qui è nata la lettera, di denuncia e di proposta, che chiede rispetto dei diritti umani e della libertà di parola, del pluralismo e della trasparenza. E un coinvolgimento della comunità cristiana: «Sotto gli ultimi due papi, mentre la Chiesa diveniva sempre più centralizzata – spiega Flannery – il magistero è stato inteso come il Vaticano o, più specificamente, la Curia, e in particolare l’organismo più importante della Curia, la Congregazione per la Dottrina della Fede». Ma un concetto più antico, centrale nel Concilio Vaticano II, ha una posizione più complessa, più ampia, su ciò che costituisce il magistero: «Esso consiste nel Vaticano, nei vescovi della Chiesa universale, nell’insieme dei teologi e, cosa più importante di tutte, nel sensus fidelium, il buon senso dei fedeli cattolici. Il Concilio arriva a dire che una dottrina non può essere considerata definitiva se non è accettata dal consenso dei fedeli. Questo è il tipo di teologia che cerchiamo di trasmettere alla Cdf».
L’unica risposta per ora pervenuta a Flannery è la copia di una pubblicazione del 2015 della Cdf intitolata «Promuovere e salvaguardare la fede», inviata dal segretario del dicastero vaticano mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer al suo superiore, con preghiera di passarla a Tony. «Se le procedure illustrate nella pubblicazione non sono all’altezza dei requisiti di un equo e giusto trattamento della persona accusata – si legge sul sito di Tony Flannery – è chiaro che l’esperienza dei 15 firmatari indica che in questi casi la Cdf non le ha nemmeno seguite adeguatamente». Papa Francesco, continua Flannery, «ha detto che “la dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa” (ai vescovi e ai laici italiani, 9 novembre 2015). Nella sua recente esortazione apostolica Amoris Laetitia ha anche detto: “Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa”. La nostra esperienza dice che la Congregazione ha parecchia strada da fare per essere all’altezza delle aspettative del papa e del suo appello ad un migliore approccio nelle decisioni riguardanti questioni dottrinali».
Di seguito riportiamo, in una nostra traduzione dall’inglese, il testo integrale della lettera.
La lettera dei 15 teologi: “Nuove procedure per la Chiesa e per la Congregazione per la Dottrina della Fede”
«Deve essere presente colui contro il quale si fa l’inchiesta, a meno che non sia in contumacia; gli si espongano i capi di accusa sui quali verte l’inchiesta, perché possa difendersi; gli si devono far conoscere le accuse portate contro di lui, e anche i nomi dei testimoni, perché sappia di che cosa è accusato e da chi» (Concilio Lateranense IV, 1215).
Introduzione
Oggi vi è ampio consenso nella Chiesa riguardo al fatto che i processi e le procedure della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) sono contrari alla giustizia naturale e necessitano di una riforma. Essi rappresentano i principi legali, i processi e la mentalità dell’assolutismo europeo del XVI e del XVII secolo. Non riflettono i valori evangelici di giustizia, verità, integrità e misericordia in cui la Chiesa professa di credere. Non sono adeguati ai concetti contemporanei di diritti umani, responsabilità e trasparenza che il mondo si aspetta dalla comunità cristiana e che la Chiesa cattolica richiede alle organizzazioni secolari. Lo scopo del nuovo approccio che proponiamo è quello di rispecchiare l’atteggiamento di Gesù (Mt 18, 15-17) e di integrare i valori che il mondo considera basilari in una società che funzioni e che sia civile.
Principi base di ogni nuovo processo della CDF
Alla base di qualsiasi procedura della Chiesa vi deve essere una serie di principi che comportino un processo giusto ed equo, credibilità da parte della Cdf e delle Conferenze episcopali, presunzione di sincerità, di innocenza, e fedeltà alla Chiesa da parte della persona investigata, così come trasparenza e coinvolgimento più ampio della comunità cattolica locale e del Sinodo dei vescovi che rappresenta la Chiesa universale. Un processo che discenda da questi principi potrebbe evitare alcuni degli aspetti più negativi delle attuali investigazioni della Cdf, così come sono stati vissuti dai firmatari e da altri che hanno avuto a che fare con la Cdf negli ultimi decenni.
1) Il principio fondamentale deve essere quello di evitare la denuncia anonima di persone sconosciute a coloro che vengono investigati. Nominandoli pubblicamente si bloccano denunce inconsistenti lanciate da individui o organizzazioni spesso del tutto incompetenti.
2) Lo stesso si applica ai consultori della Cdf nominati in segreto. I consultori devono essere noti e le loro qualifiche o competenze negli ambiti in esame devono essere vagliate. Ciò dà la possibilità a chi è oggetto di investigazione di conoscere i pregiudizi e l’esperienza/formazione o altro di ognuno dei consultori nominati dalla Cdf.
3) Tutta la questione dell’obbligo al segreto e dell’isolamento spesso insostenibile delle persone sotto inchiesta deve essere superata obbligando la Cdf a confrontarsi direttamente e di persona con esse. Non devono più essere trattate per interposta persona, terza o quarta, attraverso una rete di vescovi o superiori, i quali potrebbero persino essere stati gli accusatori principali della persona sotto inchiesta.
4) Le persone sotto inchiesta hanno spesso rilevato come la loro opera sia stata interpretata dai consultori della Cdf in modo erroneo o ingiusto, o come frasi od opinioni siano state totalmente estrapolate dal contesto, e come i chiarimenti che esse hanno addotto siano stati del tutto ignorati. Consultori di cui non hanno mai sentito parlare o del tutto sconosciuti diventano i soli arbitri della corretta interpretazione della loro opera. Vengono attribuite loro persino opinioni che non hanno. Il coinvolgimento delle persone sotto inchiesta e la loro difesa in qualche misura evita tutto questo. E garantisce che i consultori, la cui unica esperienza è quella delle scuole romane di teologia con la loro enfasi sugli approcci proposizionali alle posizioni dottrinali, vengano messi in discussione e non siano accettati come normativi per coloro che lavorano sul crinale profetico delle frontiere teologiche e ministeriali.
5) Le persone sotto inchiesta spesso si sono lamentate della totale rozzezza e della mancanza della più elementare buona educazione (per non parlare della carità cristiana) del personale della Cdf. Le lettere vengono ignorate o perse. I processi vengono tirati per le lunghe nel tentativo di logorare la resistenza di chi è investigato. Sono state poste sotto inchiesta e obbligate a rispondere ad accuse spesso stupide anche persone molto malate o vicine alla morte. Limiti temporali più rigidi e una comunicazione personale e diretta de visu eviterebbe tutto questo. Il supporto della difesa de visu e la consapevolezza che tutta la documentazione e i nomi degli accusatori e di tutto il personale implicato sarà rivelato alla più ampia comunità cattolica e ai media apporteranno in qualche misura una credibilità che al momento è totalmente assente nei processi della Cdf.
6) Si deve evitare che nei processi le stesse persone svolgano il ruolo di investigatori, pubblico ministero e giudici. Riportare i casi in corso al Sinodo dei vescovi fa sì che il processo decisionale venga sottratto alla Cdf e ricolloca le posizioni in esame all’interno del più ampio contesto culturale nel quale erano state originariamente elaborate.
7) La più ampia comunità dei teologi, del popolo di Dio e il sensum fidelium sono coinvolti nel discernimento della fede e del credere della Chiesa. La Cdf e i suoi consiglieri di stanza a Roma non devono più essere i soli arbitri della corretta dottrina e della fede.
- Il processo non deve essere più caratterizzato dalle presunzioni assolutiste di un sistema giuridico antiquato che non ha nulla a che fare con il Vangelo. Il processo sarà mitigato dalla misericordia e dal perdono di Dio, e dal dialogo aperto che deve caratterizzare la comunità di Gesù. Esso integra in parte l’enfasi contemporanea sui diritti umani e la necessità della libertà di parola, del pluralismo, della trasparenza e della credibilità all’interno della comunità ecclesiale.
Le firme
Paul Collins (scrittore e opinionista, Australia);
Charles Curran (docente, Southern Methodist University, Dallas, Usa);
Roy Bourgeois (prete e attivista, Usa);
p. Brian D’Arcy (scrittore e opinionista, Irlanda);
p. Tony Flannery (scrittore e opinionista, Irlanda);
suor Teresa Forcades (suora benedettina e medico, Spagna);
suor Jeannine Gramick (suora di Loreto, cofondatrice di New Ways Ministry, Usa);
suor Elizabeth A. Johnson (docente di Teologia, Fordham University, New York, Usa);
Paul Knitter (docente emerito di teologia, religioni e culture del mondo, Union Theological Seminary, New York, Usa);
p. Gerard Moloney (direttore di giornale, Irlanda);
mons. William Morris (vescovo emerito di Toowoomba, Australia);
p. Ignatius O’Donovan (storico della Chiesa, Irlanda);
p. Owen O’Sullivan (cappellano e scrittore, Irlanda);
mons. Patrick Power (vescovo ausiliare emerito di Canberra-Goulburn, Australia);
p. Marciano Vidal (già docente ordinario, Pontificia Università Comillas, Madrid, Spagna; docente Accademia Alfonsiana, Roma).

www.adista.it - Ludovica Eugenio - 22/04/2016

15 Aprile 2016

DOMENICA 17 AL REFERENDUM CONTRO LE TRIVELLE VAI A VOTARE E VOTA SI

donvitaliano in politica

15 Aprile 2016

Referendum trivelle, i vescovi: andate a votare e (possibilmente) votate SI

donvitaliano in politica, religione

Il prossimo referendum sulle trivelle si è rivelato, in seno alla Chiesa italiana, l’occasione per un “risveglio delle coscienze”. Il segretario generale della Cei Nunzio Galantino, ha invitato le comunità a confrontarsi sulla questione ambientale sollevata dall’estrazione di gas e petrolio, alla luce dell’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco. In cui tra l’altro si legge: “Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili deve essere sostituita progressivamente e senza indugio… ». «Non c’è un sì o un no dei vescovi al referendum - ha spiegato monsignor Galantino - ma occorre porre molta attenzione al tema».
A quell’invito hanno già risposto in molti.
I VESCOVI LUCANI: LIBERTA’ DI COSCIENZA
Un appello «alla libertà di coscienza di ciascuno». I vescovi lucani invitano ad usare come faro gli insegnamenti della Chiesa sulla salvaguardia del creato, che papa Francesco ha racchiuso nell’enciclica Laudato si’. Tutti, dai cittadini, ai politici e alle imprese. Allo sfruttamento delle risorse naturali in Basilicata, infatti, ricorda in una nota la Conferenza episcopale della regione, «non sempre è stata riservata la giusta attenzione in tema di salute e ambiente». E così, il risultato non è solo la preoccupazione tra la popolazione «ma, in talune occasioni, veri e propri allarmi sociali». Tutta la chiesa lucana poi – è la presa di posizione riguardo le vicende giudiziarie – «esprime vicinanza alle popolazioni della Val D’Agri e della Valle Del Sauro» e «condivide la richiesta di giustizia» che viene da quei territori. Citando proprio l’ultimo scritto di Francesco, i vescovi della Basilicata ricordano che tutti siamo chiamati ad assumerci «in maniera esplicita, fattiva e anche pubblica le nostre responsabilità» nei confronti di un problema «di vitale importanza non solo per il bene della nostra regione o del nostro Paese, ma per il mondo intero».
LE DIOCESI DELLA CALABRIA (Domenico Marino)
«Un certo modello di sviluppo che obbedisce ai grandi potentati economici ha fatto scempio del nostro territorio. È mai possibile che del sud ci si ricordi solo quando parliamo di trivellazioni e altro? Possiamo ridurlo a una sorta di pattumiera?». Se l’è chiesto il vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, partecipando a Trebisacce, lungo lo Jonio Cosentino, a una manifestazione per il no alle trivelle in mare. «Io andrò a votare al referendum e voterò sì, perché dico no alle trivellazioni. Noi vescovi – ha aggiunto don Francesco –ci occupiamo soprattutto di educare il popolo ad avere coscienze attente e responsabili. È l’ora della responsabilità anche sulla questione ambientale. Non possiamo non porci la domanda di fondo: quale progetto ambientale, quale investimento ambientale vogliamo realizzare in Italia e in particolare qui al sud?».
Sulla necessità di salvaguardare il Creato anche dalle trivelle s’è espresso limpidamente pure il vescovo di Lamezia Terme, Luigi Cantafora. «Il mare ci interessa, il verde ci riguarda, la persona e la sua salute sono un bene imprescindibile. Mentre ci avviciniamo al referendum promosso da alcune Regioni il prossimo 17 aprile, le notizie circa gli sfruttamenti fino ad esaurimento dei giacimenti di idrocarburi nocivi alla salute delle persone che pongono a serio rischio il Mediterraneo e l’ambiente in tutta Italia, sono come macigni pesanti che cadono lungo la strada di un futuro umanamente sostenibile».
Savino e Cantafora s’inseriscono sulla scia aperta dal presidente della Conferenza episcopale calabra e vescovo di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone. In passato anch’egli pastore della Chiesa di Cassano. La cui costa è particolarmente toccata dal dibattito poiché interessata da un iter già avviato per l’esplorazione d’un giacimento di metano. Si pensa a un pozzo d’estrazione sulla terraferma, tra i Laghi di Sibari e l’area archeologica, da dove tubi d’acciaio scenderanno sottoterra, curvando in direzione dello Jonio per raggiungere il giacimento “Laura”, individuato negli anni ‘70 dall’Eni e poi abbandonato, a quattro chilometri dalla costa e a una profondità di circa 1.300 metri. Padre Vincenzo Bertolone aveva sottolineato come «la Chiesa non può restarsene immobile di fronte all’eventualità che le mezze verità possano porre a repentaglio il Creato, che papa Francesco ha invitato a considerare la “casa comune” di tutti i sistemi viventi e non viventi, che, in quanto tale, appartiene a Dio e da Lui è stato donato agli uomini, non ai governi».
LA CONFERENZA EPISCOPALE SARDA
Quella del referendum sulle trivelle è “una questione particolarmente importante e delicata rispetto alla quale i cittadini tutti e i cattolici in particolare sono chiamati a prendere una posizione ragionata e documentata”, scrivono i vescovi sardi in un documento firmato qualche giorno fa. “La salvaguardia del Creato, che comprende sempre anche la dimensione dell’ecologia umana e la promozione del lavoro per l’uomo, posto dal Creatore a custodire e coltivare la terra, è un impegno e una responsabilità di tutti, cittadini e istituzioni”, si legge nel comunicato: al tempo stesso, “la ricerca tecnologica di energie rinnovabili e sempre meno inquinanti è una priorità non più procrastinabile”.
(Avvenire 13 aprile 2016)

15 Febbraio 2016

migranti, gli strali di don Vitaliano

donvitaliano in miscellanea

La Prefettura ha fallito, la Chiesa è stata zitta. Mi vergogno come irpino e come prete

di Marco Staglianò (da http://www.orticalab.it)

«Senza ipocrisie e buonismo, io sono convinto, da cittadino, che è giusto che ognuno guadagni per il lavoro che fa. Ma dal guadagno allo sfruttamento ce ne passa»
Don Vitaliano Della Sala , dopo il blitz dello scorso due febbraio, che condusse al sequestro di due centri di accoglienza, ieri è arrivato il sequestro di altre sette strutture. E a quel che ne sappiamo le ragioni sono sempre le stesse: violazione delle norme igienico sanitarie e la fatiscenza delle strutture dove sono ospitati i migranti. Che ci dice?
«Dico che è molto triste dover commentare quanto accaduto, mi vergogno come irpino e come prete. Dispiace anche per l’immagine di questa terra, terra che ha conosciuto la sofferenza e che ha nell’ospitalità il tratto forse più vero della sua gente. Quello che fa più male è che il sottoscritto, insieme alla Cgil e alle tante associazioni che operano sul territori, denuncia questo stato dell’arte ormai da tempo immemore ma non è bastato. Nulla è accaduto, non sono bastate le vostre denunce, non sono bastati i nostri appelli. I rappresentanti di quelle cooperative, che nulla c’entrano con ciò che siamo, ben avrebbero potuto intervenire per riparare ma così non è stato. Senza ipocrisie e buonismo, io sono convinto, da cittadino, che è giusto che ognuno guadagni per il lavoro che fa. Ma dal guadagno allo sfruttamento ce ne passa. Quante volte ho provato a portare del cibo in quelle strutture, puntualmente sono stato respinto perché – mi dicevano – non ce n’era bisogno. Evidentemente non era così»
Spesso si ragiona dell’apporto vitale che i migranti potrebbero garantire alle nostre comunità, la nostra è una provincia piccola, di piccole e piccolissime comunità che combattono anche con il fantasma dello spopolamento. Forse anche le istituzioni locali sono venute meno…
«Guardi, in questo caso i sindaci non hanno alcuna colpa. Non avrebbero potuto fare nulla. La verità è che l’intero sistema è in capo al Prefetto e alla Prefettura, sul punto non c’è che registrate un fallimento totale. Anche in altre realtà, in altre province, si registrano segnali di difficoltà ma, rimanendo all’Irpinia, una riflessione seria andrebbe aperta proprio sul ruolo che andrebbe riconosciuto ai sindaci. Che conoscono il territorio, conoscono le strutture e potrebbero meglio controllare l’operato di chi accoglie. Va superato il meccanismo delle cooperative, i fatti ci dicono questo e chiudere gli occhi sarebbe criminoso. Voglio metterla così, la vergogna che ci affligge deve indurci a fare tesoro di quanto accaduto»
La Chiesa, però, avrebbe dovuto e potuto intervenire con maggiore risolutezza. Al di là dei proclami e delle belle parole è stata, sino a questo momento, completamente assente
«Lei ha assolutamente ragione, ecco perché mi vergogno come prete. Lei e i lettori ricorderanno l’appello di Papa Francesco che invitò ogni Parrocchia ad accogliere almeno una famiglia di migranti. Tutti ad applaudire alle parole caritatevoli del Papa ma poi nulla è accaduto. In Irpinia la Chiesa è rimasta muta ed immobile, nemmeno la mia parrocchia ha dato seguito a quell’intendimento. Questo vuol dire tradire il Vangelo, che trova senso nella concretezza, nei gesti veri e non nei proclami. La Chiesa prima di tutto è chiamata ad una riflessione»
Intanto adesso si apre un’ulteriore partita. La Prefettura dovrà aprire immediatamente un tavolo per capire come ricollocare i migranti, come garantire loro accoglienza. Stiamo parlando di oltre 1200 persone…
«Proviamo a riscoprire ciò che siamo. Siamo in tanti ad offrire la nostra opera di solidarietà, esiste una rete composta da parroci, preti, associazioni , una rete di volontariato pronta a mettersi a servizio gratuitamente. Io sono certo che basterà un semplice appello e l’Irpinia risponderà come ha sempre fatto, mostrandosi per quella che è, abbracciando questa sofferenza. Ma è necessario capovolgere lo schema, il sistema adottato finora ha fallito, occorre dare maggiore centralità a chi sul territorio ci sta, ai sindaci, agli amministratori, alle associazioni e alla Chiesa. Che è chiamata ad uscire dal silenzio e dall’immobilismo»

15 Febbraio 2016

chi è realmente p. Pio?

donvitaliano in religione

Una teca di vetro. Nella teca il cadavere di un monaco cappuccino, con il volto di cera. Sulla teca molti fiori. Davanti alla teca una donna scatta una foto con il cellulare: un selfie, per la precisione.
Il monaco è, naturalmente, padre Pio, anzi San Pio. Il contesto è quello del Giubileo Straordinario della Misericordia, proclamato da papa Francesco II con la bolla Misericordiae Vultus, “come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti”.
La religione comprende una molteplicità di cose, spesso contraddittorie, che è possibile ordinare in uno spettro che va dal bisogno al desiderio. Il bisogno è mancanza, il desiderio è slancio. Bisogno è mangiare, bere, vestire, avere un tetto. Bisogno è avere un lavoro, riconoscimento sociale, sicurezza. Il desiderio è altro. Per dirla con il Lévinas di Totalità e Infinito: “Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l’Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire la aspirazione, senza che sia possibile abbozzare una qualche carezza conosciuta o inventarne una nuova”. Questo altro del desiderio può assumere forme diverse. Nella mistica, che considero il momento più alto e puro del fenomeno religioso (e che – ma il discorso sarebbe lungo – non implica alcuna fede in Dio), l’altro è l’altro dell’io: la religione è il movimento che spinge l’io oltre sé stesso, in uno slancio che è al tempo stesso terribile e gioioso. Ma l’altro può essere anche l’io dell’altro, e la religione essere amore puro, appassionato, esigente dell’altro, apertura intensa al tu, etica rigorosa. E da questa apertura, che rifiuta la riduzione dell’altro a cosa, nasce l’esigenza di un mondo altro, di una realtà liberata dalla sofferenza, dallo sfruttamento, dall’ingiustizia. Un’etica che si fa al tempo stesso politica ed escatologia.
Il cattolicesimo di Padre Pio è il cattolicesimo del bisogno. Il cattolicesimo dell’uomo e della donna che, di fronte alle difficoltà della vita, avvertono la necessità – facile, semplice – di una figura divina di riferimento, che offra una protezione pronta e sicura. Larga parte del mondo cattolico trae alimento da questo bisogno di rassicurazione. Esiste, nel cattolicesimo, una vera e propria industria della rassicurazione, fatta di polverine di Santa Rita, acque di Lourdes, coroncine benedette, eccetera. Si tratta di un fenomeno che naturalmente confina con la superstizione e con la magia, e che il padrepiismo (o sanpiismo) rappresenta alla perfezione. Il mondo nel quale nasce e si afferma la figura di Padre Pio è un mondo rurale estremamente arretrato, quel mondo contadino pugliese nel quale la figura del santone era ordinaria non meno di quella del parroco, ma al tempo stesso è una figura che sa inserirsi nel mondo e nelle sue logiche anche politiche ed economiche con straordinaria scaltrezza. Chi era, davvero, padre Pio?
Scelgo solo tre episodi da Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento di Sergio Luzzatto (Einaudi). Primo. 1911-1913. Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra’ Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra’ Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis. Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell’epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate. Due. 15 agosto 1920. San Giovanni Rotondo. Un’automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla. Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste. Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati.
All’indomani dell’eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata. Tre. 1921. Il Santo Uffizio manda a San Giovanni Rotondo monsignor Raffaele Carlo Rossi, per interrogare il frate. Tra le altre cose, monsignor Rossi gli chiede conto di una certa sostanza da lui ordinata in gran segreto in una farmacia locale, che poteva servire a procurare le stimmate. Il frate si difende sostenendo che intendeva usarla per fare uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco in modo da farli starnutire.
Il profilo che emerge è quello di un fascista un po’ imbroglione, privo di qualsiasi spessore umano e culturale, che, a voler essere buoni e prendere per vera la sua deposizione, acquista sostanze pericolose per fare uno scherzo da prete ai suoi confratelli mentre si fa fotografare in pose mistiche con le stimmate in bella evidenza.
Qualche anno fa sulla facciata della chiesa di San Pietro al Cep, a Foggia, comparve una macchia di umidità. Le macchie di umidità, come le nuvole e le venature del marmo o del legno, hanno questa caratteristica: con un po’ di fantasia vi si può scorgere quello che si vuole. Soprattutto la figura tozza di un padre cappuccino. E dunque si gridò al miracolo, come succede. E come succede talmente spesso, anzi, che non varrebbe nemmeno la pena di citare la faccenda, se non fosse che in quel caso dopo qualche giorno partirono già i primi autobus di fedeli, primi segni di un promettente business o, se si preferisce, di una esaltante esperienza di fede. Per fortuna quelle macchie di umidità ebbero il buon senso di scomparire al cambiare del tempo.
La figura di padre Pio, anzi di San Pio, è una calamita che in modo irresistibile attira il peggio del cattolicesimo: la superstizione, il fanatismo, il miracolismo, l’esteriorità dei riti, la rinuncia al pensiero. E l’affarismo, la furbizia, l’abuso della credulità popolare. Se non vi fosse quest’ultimo aspetto – ma è mai separabile dal resto? – si potrebbe provare qualche indulgenza e vedere in una simile ridicola accozzaglia di assurdità e cattivo gusto una risposta al bisogno umanissimo di protezione. Il padrepiismo è una delle malattie del cattolicesimo. Una malattia che, se la Chiesa avesse buon senso, cercherebbe di contrastare, e che invece alimenta, incoraggia, esalta, inseguendo un facile consenso e successo presso masse sempre più distratte, sempre meno religiose. Resasi conto della difficoltà di una evangelizzazione, la Chiesa sembra perseguire l’obiettivo più abbordabile della padrepiizzazione delle masse.
“Il cattolicesimo deve alla sua antichità e alla sua avversione per ogni violenta formazione di massa, la quiete e l’estensione che esercitano una fortissima attrazione su molti”, scriveva Elias Canetti in Massa e potere (1960). Queste parole, valide quando furono scritte, non sono più vere dopo il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa dei raduni oceanici, che prima di allora si erano visti soltanto nei regimi totalitari. E non è un caso che sia stato lui a volere fortemente la santificazione di padre Pio. Il santo di Pietrelcina è la figura-chiave per il passaggio del cattolicesimo dal mondo pre-moderno della società contadina al mondo post-moderno della massa anonima. Espressione architettonica di questo passaggio è il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo progettato da Renzo Piano: un non-luogo nel quale è impossibile qualsiasi esperienza che non sia, appunto, quella della immersione in una massa anonima.
Con il Vaticano II, la Chiesa aveva fatto un tentativo generoso di confronto con la modernità (ed è appena il caso di ricordare l’insofferenza di Giovanni XXIII verso padre Pio). Con Giovanni Paolo II, archiviato il Concilio, la Chiesa si è lanciata nella post-modernità. Tutta o quasi la cultura moderna viene rigettata come relativismo, si condanna la teologia della speranza, si instaura il culto della persona del papa e si esalta la santità di un frate che politicamente offre molte certezze: nessuno troverà mai, nei suoi scritti o nella sua biografia, il minimo appiglio per una interpretazione del cattolicesimo che minacci il buon ordine sociale.
Torniamo all’immagine da cui siamo partiti. Il selfie è l’espressione dell’attuale narcisismo di massa. In primo piano ci sono io, sullo sfondo tutto il resto: santo compreso. La società dei consumi, che è una società di massa, si regge al tempo stesso sul narcisismo più sfrenato. E’ una società che dice io, ed è un dire io sempre più disperato, perché l’io è puntellato dal possesso di cose, più che dalla sostanza viva delle relazioni sociali e spirituali. Un io solo, che più dice io più si smarrisce nella massa, più acquista più perde. In questo contesto economico e culturale, anche la fede – la fede cattolica – diventa narcisismo. “Dio ti ama, ti ama talmente tanto che è morto per te”: questo è il messaggio attraverso il quale le parrocchie vendono oggi il prodotto-Dio. Superate le inquietudini del passato, la fede è oggi una cosa semplice: in definitiva una questione di gratitudine. Dio ti ama ed è morto per te, e tu gli giri le spalle? Un gesto insensato, come spegnere la televisione o rifiutare l’offerta prendi tre e paghi due. Padre Pio, alter Christus, è il protagonista di questo cattolicesimo facile, consumistico, narcisistico. Di questo cattolicesimo disperato.
Lo scorso anno è scomparso, in silenzio ed umiltà come è sempre vissuto, Arturo Paoli, per tutti fratel Arturo. Nei suoi più di cento anni di vita questo uomo straordinario ha fatto la resistenza, ha salvato la vita di molti ebrei durante il fascismo (per questo è stato dichiarato Giusto delle nazioni) e poi, ordinato sacerdote, ha passato tutta la vita accanto ai poveri ed ai lavoratori, non retoricamente, ma faticando e lottando con loro: al porto di Orano, nelle miniere della Sardegna, nei boschi dell’Argentina. Non aveva le stimmate, non faceva miracoli. Metteva semplicemente in pratica il Vangelo. E’ lui il rappresentante più autentico e profondo, nel cattolicesimo italiano dell’ultimo secolo, di quella che ho chiamato religione del desiderio. Il suo è un cattolicesimo purissimo, al tempo stesso semplice e raffinato, capace di dialogare con gli umili senza corromperli con il fanatismo e la superstizione, che non stringe la mano ai fascisti ma attacca il potere esigendo giustizia. Ha indicato un’altra via, la via del desiderio. Una via che è, oggi, un sentiero non segnato sulla mappa, lungo il quale è sempre più raro che qualcuno si avventuri.

ANTONIO VIGILANTE - 6 febbraio 2016 - da http://donfrancobarbero.blogspot.it

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