18 Settembre 2016

Morti di speranza. A 14 anni dalla tragedia dei migranti curdi

donvitaliano in sociale

Quattordici anni fa un gruppo di kurdi-iracheni, come tanti, che sognavano di arrivare in Europa, conclusero tragicamente il loro viaggio della speranza nell’area di servizio irpina di Mirabella Eclano dell’autostrada A 16 Napoli-Canosa. Cinque di loro, Nerwan Ahmad Mahmud (19 anni), Ayad Fadil Muhamed (22 anni), Lukman Kader Abdulrahman (18 anni), Deler Karin Suleman (17 anni), Adel Sirwan (27 anni) erano già morti asfissiati quando vennero tirati fuori dal cassone del tir nel quale si erano nascosti per sfuggire ai controlli. Era il 31 agosto del 2002.
Quando i due autisti del tir di una ditta romana si fermarono per prendere un caffè, sentirono dei colpi provenire dall’interno del cassone. Una volta aperto si trovarono davanti nove ragazzi… o almeno quel che ne restava. Tre erano già immobili, rannicchiati tra le scatole di cartone. Degli altri qualcuno crollò giù, sfinito ma ancora vivo. Altri due, invece, provarono a trascinarsi fuori per respirare, ma quando gli uomini di una pattuglia della Polizia Stradale, giunta sul posto, provarono ad aiutarli, se li videro morire tra le braccia. Erano rinchiusi lì dentro da più venti ore. Si erano nascosti nel camion a Igoumenitsa, in Grecia, per dare inizio al proprio viaggio lontano dalla guerra, dalla miseria e dal dolore. Purtroppo qualcuno dirà che erano clandestini, schegge di quell’immenso popolo che fugge dalla disperazione e avevano messo in conto di poter morire. Io dico che è disumano permetterlo. Perciò dovremmo pretendere dei corridoi umanitari, mandare noi le navi a prenderli sulle coste africane o turche. Infatti quella di quattordici anni fa fu solo la prima di tante, troppe, analoghe tragedie dell’immigrazione. Una tragedia che è continuata a ripetersi fino ai 71 morti ritrovati in un tir in Austria a fine agosto dello scorso anno.
Occorre gridarlo con forza che queste tragedie sono il risultato delle nostre politiche disumane e ipocrite nei confronti dei migranti. Politiche che ad ogni costo si ostinano a subire le migrazioni e non a governarle. Le leggi sull’immigrazione - ma sarebbe meglio dire contro l’immigrazione - che i vari governi europei sono riusciti a concepire negli ultimi anni, anziché aiutarci a vedere nello straniero un “hospes”, come affermato dal buon senso e dal nostro sistema costituzionale italiano ed europeo, ci induce a considerarli “hostis”. Senza atti politici concreti di solidarietà, permettendo il diffondersi di una cultura della paura e dell’intolleranza, viene meno il fondamento stesso dei nostri Stati democratici e di diritto; e vengono meno i principi fondativi della nostra sedicente civiltà. Ma temo che tutto questo interessi sempre meno cittadini, purtroppo!
Separare, dividere, alzare muri e steccati: noi egoisticamente in paradiso, gli altri inesorabilmente all’inferno, è questo che ipocritamente vogliamo. Invece bisogna pensare con orrore, e non per un momento soltanto, alla voglia attualmente sempre più diffusa di non mescolarsi agli altri, bisogna pensare con terrore ai miti risorgenti della razza, al modo in cui trattiamo gli stranieri, i diversi: gente da cui stare alla larga; meglio mettere il mare, il filo spinato o il cassone ermeticamente chiuso di un tir tra noi e loro. Bisogna pensare agli integralismi raccolti dietro le bandiere o, peggio, dietro i crocifissi che vergognosamente si tenta di far diventare simbolo di una malata identità nazionale.
Per fortuna la storia procede anche senza di noi: le migrazioni sono inarrestabili ed è una forma di grande miopia storica cercare di opporsi a questo fenomeno epocale. Trincerarsi dietro la difesa della propria razza, gonfiare il pregiudizio razzista, illudersi che sia un bene che gli “extracomunitari” restino o tornino nei paesi di origine, non è solo, come molto spesso accade, pura mancanza di umanità, ma nasconde la volontà di chiudersi al futuro, di rifiutarsi alla nascita del nuovo che è possibile soltanto se ognuno non rimane a casa sua, se dall’accoglienza nasce la mescolanza e la fusione. Bisogna avere il coraggio di affermare con forza, anche in faccia a quei politici opportunisti e populisti che racimolano voti dai peggiori istinti di tanti poveracci, che è molto più saggio e lungimirante vivere questo momento come una grande opportunità storica, prendendo parte attiva alla nascita di una Europa nuova e sempre più meticcia, multietnica e colorata, tollerante e arricchita dalla diversità.
Perciò quest’anno alla semplice cerimonia che si è svolta nell’area di servizio di Merabella Eclano c’erano anche alcuni orgogliosi rappresentanti degli oltre ottocento richiedenti asilo e profughi ospitati nei centri di accoglienza irpini: tutti hanno donato il proprio misero pocket money giornaliero ai terremotati del centro Italia, dando a noi italiani una grande lezione di umanità.
Se vi trovate a sostare in quell’area di servizio, cercate la minuscola stele che ricorda ai viaggiatori quei cinque curdi-iracheni morti asfissiati in un tir e rinvenuti proprio in quel luogo il 31 agosto di quattordici anni fa. Fermatevi un momento in silenzio per una preghiera. O per ricordare. Ricordare che siamo tutti impegnati a costruire un futuro nel quale, come recita l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato”; un futuro nel quale si possa viaggiare liberamente e sicuri. Per vivere e non per crepare asfissiati nel cassone di un tir o annegati in mare.

Vitaliano Della Sala
Tratto da: www.adista.it - Segni Nuovi n° 32 del 24/09/2016

10 Settembre 2016

… a proposito di don Marco

donvitaliano in religione

SI IMPICCA EX PARROCO, COINVOLTO IN UNA INDAGINE SULLA PEDOFILIA (ANSA 11/08/2006)
E’ stato trovato impiccato don Marco Agostini, l’ex parroco di Pomezia (Roma), di 43 anni, coinvolto nell’aprile scorso in un’indagine sulla pedofilia condotta dagli agenti della squadra mobile di Roma. Il sacerdote si trovava agli arresti domiciliari nell’ abitazione della madre in via del Pergolato, nel quartiere Alessandrino, a Roma, dove stamani è stato trovato morto. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia Casilina. (vedi sul blog il 12 agosto 2006)

RICEVO E PUBBLICO VOLENTIERI:
Io ero uno delle vittime, ANZI sono proprio quello che si e’ fatto avanti per primo. Uno che ti masturba, mentre fai lezioni di piano (perchè quello faceva, tra la fine degli anni 80, inizi anni 90), ti minaccia di botte se la lezione “pagata dai miei!” non si fa “a modo suo”…. e dopo 1 anno di abusi, non anali, per fortuna, quello no … ma di masturbazioni reciproche coatte, “parte della lezione”, per poi scadere nel provare a fargli un servizietto con la bocca (ma non ci e’ riuscito il maledetto. HO RESISTITO! quando e’ troppo e’ troppo! anche a 10 anni riesci a porti un limite!). Lo chiami fare del bene questo?
Che schifo, l’ignoranza e l’ottusità delle persone… basta farsi prete/ frate per diventare un santo… assurdo.
IO SO cosa faceva a me ed a distanza di 9 anni, l’ho denunciato. Perchè? Semplice, mia madre non mi ha creduto e mi sono preso pure un sacco di sberle. Una volta cresciuto, diventato adulo, le ho raccontato tutto di nuovo… quella volta mi ha creduto e si e’ messa in ginocchio piangendo a squarciagola, perchè mi riteneva un bugiardo. Da lì sono partite le indagini… e con orrore e stupore, ho scoperto che era pure peggiorato… da insegnante di musica a prete, che faceva pseudo-riti satanici, con la scusa di toccare le vittime… mi vien da vomitare… soprattutto perchè non ho avuto le palle di controbattere a mia madre, all’epoca… per colpa mia 30-40 ragazzi hanno subito una sorte peggiore della mia… si, mi sento colpevole per la mia debolezza (anche se avevo solo 10 anni)…
Ma la gente cattolica, col prosciutto non negli occhi, ma ficcato nelle orecchie ed arrotolato nel loro cervello, difenderanno queste bestie
Non ha avuto nemmeno il coraggio di confrontarsi con una vittima… infatti si e’ suicidato un mese prima dell’udienza…
Mi spiace che sia morto prima di finire in galera… li gli altri detenuti lo avrebbero punito e sodomizzato per bene! perchè sapeva di essere colpevole!
La lettera alla madre e’ di un disgustoso allucinante! almeno ammetti ciò che hai causato a molti ragazzini/e… avresti fatto mooolto più bella figura chiedendo semplicemente “perdono”… invece no… hai voluto fare la parte del martire… che schifo.
L’unica consolazione e’ che almeno ti sei auto punito. GRAZIE MILLE!
Alex

Ultimo appunto: Marco… se avessi semplicemente chiesto perdono, senza doverti per forza ammazzare… GIURO CHE TI AVREI PERDONATO! perche’ e’ cosi difficile per gli umani ammettere le proprie debolezze/errori?
Se da uomo ad uomo, mi avresti detto: “ho sbagliato… chiedo perdono”, ti avrei accolto a braccia aperte… e ritirato la denuncia! IL PERDONO SEMPRE!
Ma purtroppo non hai voluto ammetterlo… e questo mi fa soffrire/piangere… la debolezza umana e’ incredibile!

4 Settembre 2016

il Dio “onnidebole” dei terremotati

donvitaliano in religione

di Vitaliano Della Sala

Il teologo Karl Rahner giustamente affermava che la più grande eresia del nostro tempo è quella di riconoscere Dio solo in quei casi in cui ci aiuta. Perciò, non so voi, ma io provo sempre un senso di disagio quando ascolto certe prediche e certe frasi demagogiche e di circostanza che, vescovi e preti, pronunciano con leggerezza dopo catastrofi come il sisma che ultimamente ha colpito alcune zone dell’Italia centrale. Più che al Vangelo, assomigliano alle parole che potrebbe pronunciare qualsiasi antico stregone o moderno mago.
La frase peggiore che si sente dire in queste tragiche circostanze è “Dio lo ha permesso”. Come se Dio fosse un burattinaio che si diverte a vederci soffrire e, anzi, ci mette alla prova, con dolori atroci, per saggiare la nostra fede in lui: gioca a mandarci le disgrazie per vedere come reagiamo noi poveri esseri umani; un dio sadico, prigioniero della sua onnipotenza, impotente perché onnipotente; un dio vampiro che vuole ancora sacrifici umani per placare un’ira provocata da non si sa bene cosa, sempre arrabbiato per causa nostra e non sappiamo perché, visto che è stato lui ad averci creati così.
Uno degli interpreti di questo dio disincarnato e lontano è stato mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno e personaggio noto al grande pubblico per aver calcato le scene di alcuni programmi televisivi, finito al centro di inchieste giornalistiche sulla gestione dei fondi per la ricostruzione in un altro terremoto, quello dell’Aquila, dove ha svolto il proprio ministero pastorale prima di essere trasferito. Nell’omelia ai funerali delle vittime marchigiane, il monsignore ci ha proposto la domanda antica quanto l’essere umano, con quel pizzico di demagogia che non guasta mai – come insegnano i peggiori politici – «Signore, c’è chi ha perso tutto…. Dove stai? Apparentemente nessuna risposta, ma se guardate oltre scorgerete qualcosa di più profondo. Potete testimoniare che il terremoto può togliere tutto, tranne il coraggio della fede». Insomma una grande “supercazzola”, se non fosse per la tragicità del contesto in cui l’ha posta.
In alcuni momenti è consigliabile il silenzio. Ma se non si può fare a meno di parlare, noi cristiani dovremmo avere il coraggio di testimoniare evangelicamente il Padre, il Dio di Gesù e quindi dei “perdenti”; il Dio dei crocifissi e delle vittime; un Dio che ci “scandalizza” perché mentre noi ci ostiniamo a volerlo vedere e invocare come l’Onnipotente, lui ci disobbedisce e si presenta come l’“onnidebole”. Il Padre che Gesù ci svela disobbedisce all’idea tutta umana di Dio e, caparbiamente, continua a immedesimarsi nella nostra vita, testardamente si incarna nella storia reale, nelle storie piccole, quotidiane e concrete, tra le pieghe, nei frammenti e negli scarti della Storia.
Invece noi abbiamo addolcito e smussato la provocazione, lo “scandalo” del nostro Dio. Abbiamo tentato una conciliazione impossibile tra il Padre e la nostra idea di un dio magico. Abbiamo nascosto la provocazione evangelica del Dio incarnato e crocifisso, sotto le prediche fervorose e le elemosine di circostanza che spacciamo per condivisione. Che Gesù, figlio di straccioni, sia anche il figlio di Dio urta contro la nostra sensibilità pelosa e contro la nostra troppo unilaterale idea di Dio. In fondo è più comodo considerarci a “immagine e somiglianza” di un dio potente che del Dio Straccione e Terremotato, e forse proprio per questo facciamo tanta fatica a vedere Dio nel povero, nell’emarginato, nel sofferente, nell’escluso.
Senza ipocrisia dovremmo ammettere che ci manca il coraggio di restituire il Padre alla gente, a quella gente povera, vittima del terremoto e delle speculazioni, senza casa, senza futuro, senza speranza; dobbiamo restituire il Padre a quelle persone che non sanno più o non sanno ancora che Dio appartiene soprattutto a loro, che sta dalla loro parte, terremotato come loro, schiacciato dalle travi delle case costruite male, ferito dai crolli di edifici che sarebbero dovuti essere sicuri, costretto a trasferirsi o a vivere nella precarietà di una tenda che si ostina a voler piantare “in mezzo a noi” e non sulle nuvole di un cielo troppo lontano.
Il nostro Dio non manda affatto i terremoti, ma è crocifisso ancora una volta nei terremotati. Perciò dovremmo avere il coraggio di restituire Dio a coloro a cui, per ignoranza, calcolo o stupidità, lo abbiamo rubato.

(da: www.adista.it)

31 Luglio 2016

Cracovia: l’impronta di ciascuno nella Storia

donvitaliano in religione

VEGLIA DI PREGHIERA DEL PAPA CON I GIOVANI

Cari giovani,
è bello essere qui con voi in questa Veglia di preghiera.
Alla fine della sua coraggiosa e commovente testimonianza, Rand ci ha chiesto qualcosa. Ci ha detto: “Vi chiedo sinceramente di pregare per il mio amato Paese”. Una storia segnata dalla guerra, dal dolore, dalla perdita, che termina con una richiesta: quella della preghiera. Che cosa c’è di meglio che iniziare la nostra veglia pregando?
Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, Paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da Paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, per noi non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come la coraggiosa Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato Paese.
Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo (del cellulare o del computer). Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte: tutti sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà. Cari amici, vi invito a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, di questa guerra che c’è oggi nel mondo, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. E in questa richiesta di preghiera voglio ringraziare anche voi, Natalia e Miguel, perché anche voi avete condiviso con noi le vostre battaglie, le vostre guerre interiori. Ci avete presentato le vostre lotte, e come avete fatto per superarle. Voi siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi.
Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti.
Mentre pregavamo mi veniva in mente l’immagine degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Una scena che ci può aiutare a comprendere tutto ciò che Dio sogna di realizzare nella nostra vita, in noi e con noi. Quel giorno i discepoli stavano chiusi dentro per la paura. Si sentivano minacciati da un ambiente che li perseguitava, che li costringeva a stare in una piccola abitazione obbligandoli a rimanere fermi e paralizzati. Il timore si era impadronito di loro. In quel contesto, accadde qualcosa di spettacolare, qualcosa di grandioso. Venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato. La cosa cambia completamente!
Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.
Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?”. Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]
Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!
Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. E’ certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.
Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!
Potrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti! Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste – erano paralizzati – lo ha fatto anche con i nostri amici che hanno condiviso le loro testimonianze. Uso le tue parole, Miguel: tu ci dicevi che il giorno in cui nella “Facenda” ti hanno affidato la responsabilità di aiutare per il migliore funzionamento della casa, allora hai cominciato a capire che Dio chiedeva qualcosa da te. Così è cominciata la trasformazione.
Questo è il segreto, cari amici, che tutti siamo chiamati a sperimentare. Dio aspetta qualcosa da te. Avete capito? Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. E’ una sfida.
Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no? [Sì!]
Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo.
Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.
La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Qui, questo ponte primordiale: stringetevi la mano. Grazie. E’ il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia - quando si danno la mano e pensano un’altra cosa -, bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta.
Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? [Sì!] Ci stai? [Sì!] Cosa rispondono adesso - voglio vedere - le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? [Sì!] Il Signore benedica i vostri sogni.

Campus Misericordiae, Cracovia - Sabato, 30 luglio 2016

7 Giugno 2016

Scomunicato il «gruppo» di Gallinaro

donvitaliano in religione

«Le iniziative della sedicente organizzazione pseudo religiosa denominata“Chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme” sono in assoluta opposizione alla dottrina cattolica e pertanto nulla hanno a che fare con la grazia della fede e della salvezza affidate da Gesù Cristo alla Chiesa fondata sulla salda roccia dell’apostolo Pietro. Si invitano tutti i fedeli al dovere della vigilanza e del saggio discernimento per evitare ogni forma di coinvolgimento in tale movimento e si rammenta che i fedeli che aderiscono alla suddetta sedicente “chiesa” incorrono, a norma del canone 1364 del Codice di diritto canonico, nella scomunica latae sententiae per il delitto canonico di scisma».
È quanto afferma in un comunicato ufficiale la Curia vescovile della diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo nei confronti del gruppo denominato “Bambino Gesù di Gallinaro” o “Nuova Gerusalemme” che il 4 ottobre 2015, con atto notarile, si è costituito in organizzazione pseudo religiosa con il nome di “Chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme”. Il comunicato, firmato dai vicari generali monsignor Antonio Lecce e monsignor Fortunato Tamburrini, è stato reso noto domenica scorsa e, per disposizione del vescovo Gerardo Antonazzo, letto in tutte le chiese della diocesi al fine di salvaguardare il bene superiore della Chiesa e dei singoli fedeli.
La Nota rimarca che il gruppo in questione «è impegnato a diffondere in diverse località dottrine falsamente religiose e insegnamenti biblici distorti ed estranei alla verità dei testi sacri».
Richiamando una Notificazione della Curia diocesana del 9 ottobre 2001, che prendeva le distanze da ogni approvazione del suddetto fenomeno religioso, si ribadisce che «la posizione dottrinale di tale gruppo è dichiaratamente contraria alla fede cattolica, in quanto obbliga i fedeli a non frequentare i sacramenti, a disapprovare gli insegnamenti e la stessa autorità del Papa, a non avere relazioni con i sacerdoti e le rispettive comunità parrocchiali, a trasgredire la disciplina ecclesiastica».
A tutto questo si è aggiunto «il gravissimo abuso» della costituzione in nuova organizzazione, palesemente scismatica, «sottoposto all’esame della Congregazione per la Dottrina della fede, competente in materia» che ha chiesto alla diocesi di intervenire affinché «tutti i fedeli siano informati sugli errori dottrinali di tale atto scismatico e sulle conseguenze disciplinari canoniche che ne derivano».
Allo scopo di sottolineare la natura medicinale della gravissima sanzione della scomunica, il vescovo Antonazzo, avvalendosi delle sue facoltà, ha concesso a tutti i sacerdoti in servizio pastorale nella diocesi la facoltà di rimettere in foro interno, all’atto della celebrazione del sacramento della penitenza, la censura della scomunica latae sententiae a coloro che intendano.

(da Avvenire.it - Augusto Cinelli 6 giugno 2016)

18 Maggio 2016

discorso di papa Francesco alla CEI

donvitaliano in religione

Cari fratelli, a rendermi particolarmente contento di aprire con voi questa Assemblea è il tema che avete posto come filo conduttore dei lavori – Il rinnovamento del clero –, nella volontà di sostenere la formazione lungo le diverse stagioni della vita. La Pentecoste appena celebrata mette questo vostro traguardo nella giusta luce. Lo Spirito Santo rimane, infatti, il protagonista della storia della Chiesa: è lo Spirito che abita in pienezza nella persona di Gesù e ci introduce nel mistero del Dio vivente; è lo Spirito che ha animato la risposta generosa della Vergine Madre e dei Santi; è lo Spirito che opera nei credenti e negli uomini di pace, e suscita la generosa disponibilità e la gioia evangelizzatrice di tanti sacerdoti. Senza lo Spirito Santo – lo sappiamo – non esiste possibilità di vita buona, né di riforma. Preghiamo e impegniamoci a custodire la sua forza, affinché «il mondo del nostro tempo possa ricevere la Buona Novella […] da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80). Questa sera non voglio offrirvi una riflessione sistematica sulla figura del sacerdote. Proviamo, piuttosto, a capovolgere la prospettiva e a metterci in ascolto, in contemplazione. Avviciniamoci, quasi in punta di piedi, a qualcuno dei tanti parroci che si spendono nelle nostre comunità; lasciamo che il volto di uno di loro passi davanti agli occhi del nostro cuore e chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa impegna il suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi? Vi auguro che queste domande possano riposare dentro di voi nel silenzio, nella preghiera tranquilla, nel dialogo franco e fraterno: le risposte che fioriranno vi aiuteranno a individuare anche le proposte formative su cui investire con coraggio.
1. Che cosa, dunque, dà sapore alla vita del “nostro” presbitero? Il contesto culturale è molto diverso da quello in cui ha mosso i primi passi nel ministero. Anche in Italia tante tradizioni, abitudini e visioni della vita sono state intaccate da un profondo cambiamento d’epoca. Noi, che spesso ci ritroviamo a deplorare questo tempo con tono amaro e accusatorio, dobbiamo avvertirne anche la durezza: nel nostro ministero, quante persone incontriamo che sono nell’affanno per la mancanza di riferimenti a cui guardare! Quante relazioni ferite! In un mondo in cui ciascuno si pensa come la misura di tutto, non c’è più posto per il fratello. Su questo sfondo, la vita del nostro presbitero diventa eloquente, perché diversa, alternativa. Come Mosè, egli è uno che si è avvicinato al fuoco e ha lasciato che le fiamme bruciassero le sue ambizioni di carriera e potere. Ha fatto un rogo anche della tentazione di interpretarsi come un “devoto”, che si rifugia in un intimismo religioso che di spirituale ha ben poco. È scalzo, il nostro prete, rispetto a una terra che si ostina a credere e considerare santa. Non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. Dell’altro accetta, invece, di farsi carico, sentendosi partecipe e responsabile del suo destino. Con l’olio della speranza e della consolazione, si fa prossimo di ognuno, attento a condividerne l’abbandono e la sofferenza. Avendo accettato di non disporre di sé, non ha un’agenda da difendere, ma consegna ogni mattina al Signore il suo tempo per lasciarsi incontrare dalla gente e farsi incontro. Così, il nostro sacerdote non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza. Sa che l’Amore è tutto. Non cerca assicurazioni terrene o titoli onorifici, che portano a confidare nell’uomo; nel ministero per sé non domanda nulla che vada oltre il reale bisogno, né è preoccupato di legare a sé le persone che gli sono affidate. Il suo stile di vita semplice ed essenziale, sempre disponibile, lo presenta credibile agli occhi della gente e lo avvicina agli umili, in una carità pastorale che fa liberi e solidali. Servo della vita, cammina con il cuore e il passo dei poveri; è reso ricco dalla loro frequentazione. È un uomo di pace e di riconciliazione, un segno e uno strumento della tenerezza di Dio, attento a diffondere il bene con la stessa passione con cui altri curano i loro interessi. Il segreto del nostro presbitero – voi lo sapete bene! – sta in quel roveto ardente che ne marchia a fuoco l’esistenza, la conquista e la conforma a quella di Gesù Cristo, verità definitiva della sua vita. È il rapporto con Lui a custodirlo, rendendolo estraneo alla mondanità spirituale che corrompe, come pure a ogni compromesso e meschinità. È l’amicizia con il suo Signore a portarlo ad abbracciare la realtà quotidiana con la fiducia di chi crede che l’impossibilità dell’uomo non rimane tale per Dio.
2. Diventa così più immediato affrontare anche le altre domande da cui siamo partiti. Per chi impegna il servizio il nostro presbitero? La domanda, forse, va precisata. Infatti, prima ancora di interrogarci sui destinatari del suo servizio, dobbiamo riconoscere che il presbitero è tale nella misura in cui si sente partecipe della Chiesa, di una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui egli è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è inviato. Questa comune appartenenza, che sgorga dal Battesimo, è il respiro che libera da un’autoreferenzialità che isola e imprigiona: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo – richiamava Dom Hélder Câmara – prendi il largo!». Parti! E, innanzitutto, non perché hai una missione da compiere, ma perché strutturalmente sei un missionario: nell’incontro con Gesù hai sperimentato la pienezza di vita e, perciò, desideri con tutto te stesso che altri si riconoscano in Lui e possano custodire la sua amicizia, nutrirsi della sua parola e celebrarLo nella comunità. Colui che vive per il Vangelo, entra così in una condivisione virtuosa: il pastore è convertito e confermato dalla fede semplice del popolo santo di Dio, con il quale opera e nel cui cuore vive. Questa appartenenza è il sale della vita del presbitero; fa sì che il suo tratto distintivo sia la comunione, vissuta con i laici in rapporti che sanno valorizzare la partecipazione di ciascuno. In questo tempo povero di amicizia sociale, il nostro primo compito è quello di costruire comunità; l’attitudine alla relazione è, quindi, un criterio decisivo di discernimento vocazionale. Allo stesso modo, per un sacerdote è vitale ritrovarsi nel cenacolo del presbiterio. Questa esperienza – quando non è vissuta in maniera occasionale, né in forza di una collaborazione strumentale – libera dai narcisismi e dalle gelosie clericali; fa crescere la stima, il sostegno e la benevolenza reciproca; favorisce una comunione non solo sacramentale o giuridica, ma fraterna e concreta. Nel camminare insieme di presbiteri, diversi per età e sensibilità, si spande un profumo di profezia che stupisce e affascina. La comunione è davvero uno dei nomi della Misericordia. Nella vostra riflessione sul rinnovamento del clero rientra anche il capitolo che riguarda la gestione delle strutture e dei beni: in una visione evangelica, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito. Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio.
3. Infine, ci siamo chiesti quale sia la ragione ultima del donarsi del nostro presbitero. Quanta tristezza fanno coloro che nella vita stanno sempre un po’ a metà, con il piede alzato! Calcolano, soppesano, non rischiano nulla per paura di perderci… Sono i più infelici! Il nostro presbitero, invece, con i suoi limiti, è uno che si gioca fino in fondo: nelle condizioni concrete in cui la vita e il ministero l’hanno posto, si offre con gratuità, con umiltà e gioia. Anche quando nessuno sembra accorgersene. Anche quando intuisce che, umanamente, forse nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura. Ma – lui lo sa – non potrebbe fare diversamente: ama la terra, che riconosce visitata ogni mattino dalla presenza di Dio. È uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni. Il Regno – la visione che dell’uomo ha Gesù – è la sua gioia, l’orizzonte che gli permette di relativizzare il resto, di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo; di custodire nel cuore la pace e di diffonderla con i suoi gesti, le sue parole, i suoi atteggiamenti.
* * *
Ecco delineata, cari fratelli, la triplice appartenenza che ci costituisce: appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso! Avvertite fino in fondo questa responsabilità, fatevene carico con pazienza e disponibilità di tempo, di mani e di cuore. Prego con voi la Vergine Santa, perché la sua intercessione vi custodisca accoglienti e fedeli. Insieme con i vostri presbiteri possiate portare a termine la corsa, il servizio che vi è stato affidato e con cui partecipate al mistero della Madre Chiesa. Grazie.

17 Maggio 2016

sostieni la Comunità di don Andrea Gallo

donvitaliano in sociale

Il 5 per mille alla Comunità di Genova
Il prossimo 22 Maggio 2016 saranno 3 anni dalla scomparsa di Don Andrea Gallo, “il padre nostro” come recitava la copertina de “il manifesto”. Il Gallo ha lasciato a tutti noi un eredità importante fatta di coraggio, dignità per le persone più fragili e valori che attraverso i suoi insegnamenti spetta a tutti noi ricordare e praticare.
Per questo in nome di don Andrea Gallo in ogni nostra iniziativa sarà presente un banchetto per la raccolta delle firme per l’abrogazione dell’Italicum e informativo per il NO alla riforma costituzionale.
N. B. Per sostenere la Comunità di don Gallo, nella dichiarazione dei redditi occorre indicare il codice fiscale dell’Associazione che è 02471280103 nello spazio per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Per tutti coloro che sono dispensati dall’obbligo di presentare la dichiarazione è possibile compilare l’apposita scheda legata al C.U.
Ulteriori notizie sul sito www.sanbenedetto.org
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Segui la nostra newsletter! Un modo per raccontarvi meglio quello che succede in Comunità, per ringraziarvi per tutto l’affetto di questi quasi due anni senza di lui, per restare in contatto, per sostenerci. Ma anche per tenere vive tutte quelle battaglie per i diritti di tutti, per i beni comuni, per la difesa della nostra costituzione, per la difesa del nostro territorio martoriato a favore delle grandi opere.
Mantenendo vivo il messaggio di Andrea condividendo la sua voce, le sue opere, le sue parole. Per non perderci di vista… cercando di essere sempre con coraggio trafficanti di Sogni.

6 Maggio 2016

Amoris laetitia: la chiesa in un imbuto

donvitaliano in religione

di José María Castillo

La Dottoressa Elske Rasmussen si rammaricava, solo alcuni giorni fa (in un articolo apparso il 28 aprile scorso su Religión digital, ndt), di coloro che (cardinali, vescovi, preti, monaci…) si ostinano a difendere la posizione secondo la quale “il papa è autorizzato solo a ripetere quello che ha detto il Magistero precedente, specialmente a partire da Pio XII fino a Benedetto XVI”. Ossia, se io ho capito bene, gli “uomini di Chiesa” che si contrappongono a papa Francesco, sono persone che, forse senza rendersi conto di quello che realmente stanno facendo, in realtà difendono una “Chiesa imbottigliata”, non nel fango di un cammino impraticabile, attraverso il quale non si possono fare passi in avanti e non si va da nessuna parte, bensì una “Chiesa imbottigliata” non in un cammino fangoso, ma in qualcosa di peggio: in un tempo ed in una cultura che non esistono più. Perchè questo, in fin dei conti, è la Chiesa di Pio XII, quella di Giovanni Paolo II e quella che ha difeso (finchè ha potuto) Benedetto XVI.
Il fondo della questione, a mio modo di vedere, sta in questo: la preoccupazione centrale e decisiva della Chiesa deve essere posta e conservarsi nella fedeltà al Magistero ed alle sue verità o deve stare nella sofferenza del popolo e nelle sue privazioni?
Nella risposta che si dà a questa domanda sta la chiave che spiega la differenza e la distanza che si avverte in modo palpabile tra il papato di Benedetto XVI e quello di Francesco. Certo, è importante nella Chiesa difendere e conservare il Magistero dei nostri avi. Ma non è più urgente porre rimedio alla sofferenza degli innocenti?
Non si tratta di togliere la ragione a un papa per darla ad un altro. La questione è più grave e più decisiva. Perchè, in fin dei conti, quello che stiamo vivendo nella Chiesa, con gli attriti e le frizioni tra i difensori del papato precedente e gli entusiasti di Francesco, è la riproduzione – in scala ridotta – dello scontro tra i “Maestri della Legge”, difensori delle loro tradizioni religiose, ed il comportamento di Gesù, che curava ammalati, dava da mangiare ai poveri e si era fatto amico di peccatori e pubblicani. È evidente che Gesù non è stato un uomo esemplare al suo tempo. Ma ugualmante certo è il fatto che gli “esemplari” (di allora e di ora) in fretta finiscono accantonati nel baule dei ricordi, mentre, come ha fatto molto bene notare il professore Reyes Mate, resta sempre valido l’azzeccato detto di Theodor W. Adorno: “Far parlare la sofferenza è la condizione di ogni verità”. Questo mi porta alla fine a pormi una domanda capitale: quale verità possono difendere quelli che, quando conviene loro, lasciano da parte la sofferenza?
In questo, mi sembra, sta la grandezza, la novità e l’attualità dell’Amoris laetitia, la visione nuova (ed ancora sconosciuta) della famiglia che ci presenta papa Francesco.

Articolo pubblicato nel Blog dell’Autore su Religión Digital il 2.5.2016
Traduzione di Lorenzo TOMMASELLI

23 Aprile 2016

il referendum no-triv e il colibrì

donvitaliano in politica

L’aggressione criminale di alcuni anni fa dell’Occidente contro l’Iraq, nonostante la contrarietà della maggioranza del “Popolo sovrano”, espressa nei sondaggi, nella straordinaria partecipazione alle tante manifestazioni e attraverso le numerose bandiere della pace esposte su milioni di balconi italiani; la sceneggiata attorno alla legge 40 sulla procreazione assistita, con un referendum abrogativo senza quorum e le diverse sentenze della Corte Costituzionale che, invece, stanno dando ragione a chi lo proponeva; la repressione violenta, strategicamente messa in atto nei confronti dei partecipanti al contro-G8 di Genova del 2001, e da allora contro ogni forma di dissenso non ufficiale, che ha esasperato, silenziato e scoraggiato ogni forma di manifestazione pubblica e collettiva del proprio pensiero; le vergognose vicende dell’Ilva di Taranto e della Terra dei fuochi, con i loro strascichi di morte, omertà, disinteresse, complicità con la criminalità organizzata e squallida cupidigia sulla pelle e la salute della gente, sono solo alcuni esempi di come si stia minando alla radice il diritto costituzionale che promuove la partecipazione dei cittadini alla vita politica e democratica del nostro Paese.
L’ultimo referendum “contro le trivelle”, il cui fallimento è stato sollecitato nientemeno che dal Presidente del Consiglio Renzi, con un craxiano invito a non andare a votare, è solo l’ultima di una lunga serie di vergognosi segnali di invito al disinteresse: tanto al resto ci pensa chi comanda, e non importa se fa gli interessi di pochi, petrolieri, banchieri, lobbisti & C.
Non so se sia una strategia, un complotto per lasciare sempre più mano libera a chi vuole decidere da solo senza fastidi, certo è che in questo modo la pratica democratica arretra sempre più, lasciando spazio ad egoismi, individualismi e disinteresse che non fanno per niente bene all’Italia.
Lo confesso: la tentazione è stata di mandare tutto al diavolo. E pazienza se la “casa comune” è sempre meno abitabile, se non siamo sicuri di quello che mangiamo, beviamo e respiriamo, se a Genova il giorno dopo il referendum fallito, si sia rotto un tubo di un oleodotto e migliaia di litri di petrolio stanno inquinando i fiumi e il mare: la sera di domenica 17 aprile, man mano che appariva il fallimento del referendum, per un attimo soltanto, ho sperato nel peggio, “così gli italiani imparano a disinteressarsi!”.
Per fortuna è stato solo un attimo di sconforto che è servito a stimolare alcune riflessioni sull’impegno quotidiano per tener viva l’idea di resistenza e partecipazione nei concittadini. Agli atti di eroismo, ovviamente, non siamo chiamati tutti; tutti, invece, siamo chiamati a comportarci bene e a diffondere e testimoniare una legalità quotidiana, che riguarda le nostre scelte di ogni giorno. Il peggio è la rassegnazione che “tanto non cambia nulla, e io non posso fare niente”. Non dobbiamo convincerci dell’inutilità della “piccolezza” delle nostre scelte quotidiane; anzi le piccole gocce del nostro impegno, soprattutto se unite a quelle di altri, contribuiscono a colpire la quotidianità della cultura dell’indifferenza, proprio come fa il colibrì protagonista di una favola che mi hanno raccontato gli indios del Chiapas messicano: “durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un piccolo colibrì volava in senso contrario, verso l’incendio, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare!” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il piccolo volatile. “Con una goccia d’acqua?” gli disse il leone con un sogghigno di irrisione, ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte!”.
Certo sarebbe bello se tutti gli animali della foresta, soprattutto i più grandi, contribuissero a spegnere l’incendio, ma se loro se ne disinteressano io, noi piccoli colibrì dobbiamo fare quello che possiamo, impegnarsi con tutte le forze a capovolgere le cose, a togliere di mezzo, democraticamente, chi ci illude che basti un travestimento nuovo per rottamare il vecchio; è triste scoprire che strappando via la maschera del “nuovo” appaiono i peggiori volti e i peggiori sistemi di una eterna mala-politica che ogni tanto qualcuno vuol farci credere di aver sostituito con una politica veramente democratica ed efficiente.

Vitaliano Della Sala - www.adista.it - n° 16 del 30-04-2016

23 Aprile 2016

“Abbiamo subìto un processo ingiusto”. La clamorosa protesta di 15 teologi condannati dall’ex Sant’Uffizio

donvitaliano in religione

Basta con i processi iniqui, che non rispettano i diritti umani né rispecchiano i valori evangelici, contro teologi e scrittori cattolici le cui posizioni, non gradite ad alcuni, vengono segnalate al Vaticano e che si ritrovano giudicati da un organismo, la Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), che funge allo stesso tempo da organo inquirente, pubblico ministero e giudice. 15 tra i più noti ed eminenti teologi, scrittori e attivisti cattolici internazionali che negli ultimi decenni hanno subito un’inchiesta da parte dell’ex Sant’Uffizio (ivi compresi due vescovi) hanno unito le forze in nome di una giustizia “giusta” scrivendo al dicastero vaticano una lettera atterrata sulla scrivania di papa Francesco e del prefetto della Cdf, card. Gerhard Ludwig Müller, alla fine di febbraio ma diffusa solo ora, prima grazie al settimanale National Catholic Reporter (19/4) e poi ai promotori stessi che l’hanno pubblicata online.
Tutti notissimi i 15 firmatari, convocati da p. Tony Flannery, prete irlandese egli stesso vittima della Cdf per le sue posizioni in materia di morale sessuale (v. Adista Notizie nn. 4, 6/13; 2/15): dallo storico australiano Paul Collins (v. Adista Notizie n. 22/2001) al teologo Charles Curran, da suor Jeannine Gramick, già sotto inchiesta per il suo ministero alle persone omosessuali (v. Adista n. 43/2000) alla teologa Elizabeth A. Johnson (v. Adista n. 82/2011), dalla benedettina spagnola suor Teresa Forcades al vescovo australiano mons. Bill Morris, colpevole di aver ipotizzato il sacerdozio femminile (v. Adista Notizie n. 39/2011), all’attivista p. Roy Bourgeois, scomunicato per aver partecipato a un’ordinazione femminile (v. Adista Notizie n. 35/2013).
Sotto accusa segretezza, mancanza di trasparenza, scorrettezza delle procedure, conflitti di ruoli, violenza psicologica che si riscontrano nei processi: «Si può ottenere giustizia – ha affermato Paul Collins sul sito tonyflannery.com che il 20 aprile ha pubblicato il documento – da un organismo che svolge il ruolo di investigatore, pubblico ministero, giudice, giuria, e che poi impone la pena? E se poi si va in appello, si è riascoltati dalle stesse persone». Nessuna informazione sull’identità degli accusatori, nessuna presunzione di innocenza, spesso nessuna possibilità di difendersi di persona.
Di qui è nata la lettera, di denuncia e di proposta, che chiede rispetto dei diritti umani e della libertà di parola, del pluralismo e della trasparenza. E un coinvolgimento della comunità cristiana: «Sotto gli ultimi due papi, mentre la Chiesa diveniva sempre più centralizzata – spiega Flannery – il magistero è stato inteso come il Vaticano o, più specificamente, la Curia, e in particolare l’organismo più importante della Curia, la Congregazione per la Dottrina della Fede». Ma un concetto più antico, centrale nel Concilio Vaticano II, ha una posizione più complessa, più ampia, su ciò che costituisce il magistero: «Esso consiste nel Vaticano, nei vescovi della Chiesa universale, nell’insieme dei teologi e, cosa più importante di tutte, nel sensus fidelium, il buon senso dei fedeli cattolici. Il Concilio arriva a dire che una dottrina non può essere considerata definitiva se non è accettata dal consenso dei fedeli. Questo è il tipo di teologia che cerchiamo di trasmettere alla Cdf».
L’unica risposta per ora pervenuta a Flannery è la copia di una pubblicazione del 2015 della Cdf intitolata «Promuovere e salvaguardare la fede», inviata dal segretario del dicastero vaticano mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer al suo superiore, con preghiera di passarla a Tony. «Se le procedure illustrate nella pubblicazione non sono all’altezza dei requisiti di un equo e giusto trattamento della persona accusata – si legge sul sito di Tony Flannery – è chiaro che l’esperienza dei 15 firmatari indica che in questi casi la Cdf non le ha nemmeno seguite adeguatamente». Papa Francesco, continua Flannery, «ha detto che “la dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa” (ai vescovi e ai laici italiani, 9 novembre 2015). Nella sua recente esortazione apostolica Amoris Laetitia ha anche detto: “Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa”. La nostra esperienza dice che la Congregazione ha parecchia strada da fare per essere all’altezza delle aspettative del papa e del suo appello ad un migliore approccio nelle decisioni riguardanti questioni dottrinali».
Di seguito riportiamo, in una nostra traduzione dall’inglese, il testo integrale della lettera.
La lettera dei 15 teologi: “Nuove procedure per la Chiesa e per la Congregazione per la Dottrina della Fede”
«Deve essere presente colui contro il quale si fa l’inchiesta, a meno che non sia in contumacia; gli si espongano i capi di accusa sui quali verte l’inchiesta, perché possa difendersi; gli si devono far conoscere le accuse portate contro di lui, e anche i nomi dei testimoni, perché sappia di che cosa è accusato e da chi» (Concilio Lateranense IV, 1215).
Introduzione
Oggi vi è ampio consenso nella Chiesa riguardo al fatto che i processi e le procedure della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) sono contrari alla giustizia naturale e necessitano di una riforma. Essi rappresentano i principi legali, i processi e la mentalità dell’assolutismo europeo del XVI e del XVII secolo. Non riflettono i valori evangelici di giustizia, verità, integrità e misericordia in cui la Chiesa professa di credere. Non sono adeguati ai concetti contemporanei di diritti umani, responsabilità e trasparenza che il mondo si aspetta dalla comunità cristiana e che la Chiesa cattolica richiede alle organizzazioni secolari. Lo scopo del nuovo approccio che proponiamo è quello di rispecchiare l’atteggiamento di Gesù (Mt 18, 15-17) e di integrare i valori che il mondo considera basilari in una società che funzioni e che sia civile.
Principi base di ogni nuovo processo della CDF
Alla base di qualsiasi procedura della Chiesa vi deve essere una serie di principi che comportino un processo giusto ed equo, credibilità da parte della Cdf e delle Conferenze episcopali, presunzione di sincerità, di innocenza, e fedeltà alla Chiesa da parte della persona investigata, così come trasparenza e coinvolgimento più ampio della comunità cattolica locale e del Sinodo dei vescovi che rappresenta la Chiesa universale. Un processo che discenda da questi principi potrebbe evitare alcuni degli aspetti più negativi delle attuali investigazioni della Cdf, così come sono stati vissuti dai firmatari e da altri che hanno avuto a che fare con la Cdf negli ultimi decenni.
1) Il principio fondamentale deve essere quello di evitare la denuncia anonima di persone sconosciute a coloro che vengono investigati. Nominandoli pubblicamente si bloccano denunce inconsistenti lanciate da individui o organizzazioni spesso del tutto incompetenti.
2) Lo stesso si applica ai consultori della Cdf nominati in segreto. I consultori devono essere noti e le loro qualifiche o competenze negli ambiti in esame devono essere vagliate. Ciò dà la possibilità a chi è oggetto di investigazione di conoscere i pregiudizi e l’esperienza/formazione o altro di ognuno dei consultori nominati dalla Cdf.
3) Tutta la questione dell’obbligo al segreto e dell’isolamento spesso insostenibile delle persone sotto inchiesta deve essere superata obbligando la Cdf a confrontarsi direttamente e di persona con esse. Non devono più essere trattate per interposta persona, terza o quarta, attraverso una rete di vescovi o superiori, i quali potrebbero persino essere stati gli accusatori principali della persona sotto inchiesta.
4) Le persone sotto inchiesta hanno spesso rilevato come la loro opera sia stata interpretata dai consultori della Cdf in modo erroneo o ingiusto, o come frasi od opinioni siano state totalmente estrapolate dal contesto, e come i chiarimenti che esse hanno addotto siano stati del tutto ignorati. Consultori di cui non hanno mai sentito parlare o del tutto sconosciuti diventano i soli arbitri della corretta interpretazione della loro opera. Vengono attribuite loro persino opinioni che non hanno. Il coinvolgimento delle persone sotto inchiesta e la loro difesa in qualche misura evita tutto questo. E garantisce che i consultori, la cui unica esperienza è quella delle scuole romane di teologia con la loro enfasi sugli approcci proposizionali alle posizioni dottrinali, vengano messi in discussione e non siano accettati come normativi per coloro che lavorano sul crinale profetico delle frontiere teologiche e ministeriali.
5) Le persone sotto inchiesta spesso si sono lamentate della totale rozzezza e della mancanza della più elementare buona educazione (per non parlare della carità cristiana) del personale della Cdf. Le lettere vengono ignorate o perse. I processi vengono tirati per le lunghe nel tentativo di logorare la resistenza di chi è investigato. Sono state poste sotto inchiesta e obbligate a rispondere ad accuse spesso stupide anche persone molto malate o vicine alla morte. Limiti temporali più rigidi e una comunicazione personale e diretta de visu eviterebbe tutto questo. Il supporto della difesa de visu e la consapevolezza che tutta la documentazione e i nomi degli accusatori e di tutto il personale implicato sarà rivelato alla più ampia comunità cattolica e ai media apporteranno in qualche misura una credibilità che al momento è totalmente assente nei processi della Cdf.
6) Si deve evitare che nei processi le stesse persone svolgano il ruolo di investigatori, pubblico ministero e giudici. Riportare i casi in corso al Sinodo dei vescovi fa sì che il processo decisionale venga sottratto alla Cdf e ricolloca le posizioni in esame all’interno del più ampio contesto culturale nel quale erano state originariamente elaborate.
7) La più ampia comunità dei teologi, del popolo di Dio e il sensum fidelium sono coinvolti nel discernimento della fede e del credere della Chiesa. La Cdf e i suoi consiglieri di stanza a Roma non devono più essere i soli arbitri della corretta dottrina e della fede.
- Il processo non deve essere più caratterizzato dalle presunzioni assolutiste di un sistema giuridico antiquato che non ha nulla a che fare con il Vangelo. Il processo sarà mitigato dalla misericordia e dal perdono di Dio, e dal dialogo aperto che deve caratterizzare la comunità di Gesù. Esso integra in parte l’enfasi contemporanea sui diritti umani e la necessità della libertà di parola, del pluralismo, della trasparenza e della credibilità all’interno della comunità ecclesiale.
Le firme
Paul Collins (scrittore e opinionista, Australia);
Charles Curran (docente, Southern Methodist University, Dallas, Usa);
Roy Bourgeois (prete e attivista, Usa);
p. Brian D’Arcy (scrittore e opinionista, Irlanda);
p. Tony Flannery (scrittore e opinionista, Irlanda);
suor Teresa Forcades (suora benedettina e medico, Spagna);
suor Jeannine Gramick (suora di Loreto, cofondatrice di New Ways Ministry, Usa);
suor Elizabeth A. Johnson (docente di Teologia, Fordham University, New York, Usa);
Paul Knitter (docente emerito di teologia, religioni e culture del mondo, Union Theological Seminary, New York, Usa);
p. Gerard Moloney (direttore di giornale, Irlanda);
mons. William Morris (vescovo emerito di Toowoomba, Australia);
p. Ignatius O’Donovan (storico della Chiesa, Irlanda);
p. Owen O’Sullivan (cappellano e scrittore, Irlanda);
mons. Patrick Power (vescovo ausiliare emerito di Canberra-Goulburn, Australia);
p. Marciano Vidal (già docente ordinario, Pontificia Università Comillas, Madrid, Spagna; docente Accademia Alfonsiana, Roma).

www.adista.it - Ludovica Eugenio - 22/04/2016

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