23 Maggio 2013

caro don Gallo…

donvitaliano in personale

Caro don Gallo,
spesso dicevi che non avrebbero potuto mai farti papa, perchè sarebbe suonato male papa-Gallo! In realtà suonerebbe male anche san Gallo, ma non è solo per questo che non so se ti faranno mai canonicamente santo - e nemmeno te lo auguro! - ma in moltissimi potremo considerarci privilegiati per aver potuto vedere, anche se solo attraverso la televisione, come sono gli occhi, il sorriso e la “sfrontatezza” di un santo per nulla canonico.
Temo, purtroppo, che saremo capaci di sciupare anche questo privilegio, di gettarlo alle ortiche così come si gettano ‘le perle ai porci’. Parlo di noi, gente comune, che abbiamo digerito la notizia della tua morte e la buona novella della tua esistenza così come abbiamo ingoiato il cibo che avevamo nel piatto mentre al telegiornale passavano immagini di te con i migranti, con i no-global, con le puttane, con gli scarti dell’umanità. Ma penso anche ai politici, alcuni dei quali sfileranno al tuo funerale, o almeno invieranno un contrito e commosso telegramma, quegli stessi che contribuiscono a causare quelle povertà sulle quali tu ti sei chinato.
Nel Vangelo c’è una parabola nella quale Gesù paragona il Regno di Dio a un granello di senape, il più piccolo tra i semi, che però diventa un albero frondoso, “e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”: tu sei stato uno dei tanti rami della Chiesa-altra, inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare in seno tutti, uomini, donne, gay, lesbiche, trans…
Ti era stata affibbiata l’etichetta di prete rosso. Dom Helder Camara diceva: “se do da mangiare al povero mi dicono che sono un santo, se cerco di capire perché il povero non ha di che mangiare allora mi dicono che sono un comunista”. Viene facilmente tacciato di comunismo chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che fa molti poveri e pochi ricchi. A differenza tua, c’è oggi chi farebbe carte false per non essere chiamato comunista e si affanna a gettare nella spazzatura non solo gli aspetti discutibili del proprio passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali molti, come te, hanno speso la vita.
Temo che siano in molti, purtroppo anche nella gerarchia ecclesiastica, a non aver capito, o a non voler capire, che lottare per i diritti umani significa lottare per i diritti umani di tutti i calpestati, per tutti i diritti umani calpestati. Ci hai testimoniato che non ci sono lotte per i diritti dei rossi e lotte per i diritti dei neri o dei bianchi: i diritti hanno tutti i colori e nessuna ideologia. E ci hai insegnato che solo alla scuola dei poveri, degli esclusi, dei calpestati dovrebbero sedersi in silenzio quelli che comandano. E da essi imparare che l’unica vera linea di demarcazione che esiste fra gli esseri umani è quella tra oppressori e oppressi, tra coloro che calpestano e quelli che sono calpestati, tra chi lancia bombe economiche e finanziarie e chi se le vede esplodere addosso, tra chi può usare impunemente ogni arbitrio e chi si vede negati anche i più elementari diritti.
Ci hai dimostrato che essere di sinistra non significa ridursi all’appartenenza alla sinistra storica, né ad un partito politico, o avallare le scelte di un partito, solo perché si dice di sinistra. Per te vale quanto diceva don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, nella sua famosa lettera a un giovane comunista: “hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero ad avere ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione. Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso. Quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più “hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: “Beati i poveri perché il Regno dei cieli è loro”. Ma il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene, quel giorno io ti tradirò”.
Anche per te è stato l’unico tradimento che ti sei concesso per stare sempre con i tuoi ultimi e, in loro, con il tuo e nostro Dio Straccione.
Ciao
Vitaliano

22 Maggio 2013

è morto don Andrea Gallo…

donvitaliano in personale

“Non si perde mai una persona cara, se si ha tutti cari in Colui che non è mai perduto” (s. Agostino).

“Vengono onorati e elevati i preti che si distinguono nelle più corruttive attività e vengono destituiti i santi. Mi pare che l’indicazione divina sia trasparente come l’acqua. Non bisogna dire: “Satana ha vinto”. Ma: “Dio ha scelto i suoi eletti”. E perchè tutto il popolo (quello sano) sapesse riconoscerli senza possibilità di errori li ha segnati come si segnano gli alberi da tagliare o gli usci ebrei per Pasqua. Naturalmente il suo segno di riconoscimento è il segno della croce”. (don L. Milani a don Ezio Palombo 29.04.1955)

28 Aprile 2013

a proposito della rielezione di Napolitano

donvitaliano in politica

… SE SOLO OSASSIMO LASCIARCI ANDARE

Una fiaba racconta: «C’era una volta un villaggio di creature che vivevano nel fondo di un gran fiume di cristallo. La corrente del fiume scorreva silenziosamente su tutte le creature, giovani e vecchie, ricche e povere, buone e malvagie, in quanto la corrente seguiva il suo corso, conscia soltanto della propria essenza di cristallo. Ogni creatura si avvinghiava strettamente, come poteva, alle radici e ai sassi del letto del fiume, poiché avvinghiarsi era il loro modo di vivere, e opporre resistenza alla corrente era ciò che ognuna di esse aveva imparato sin dalla nascita». Anche noi italiani, con la rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, abbiamo deciso di “opporre resistenza alla corrente” di un reale cambiamento, abbiamo scelto di vivere tristemente avvinghiati alle certezze del passato, ai grovigli dei bui fondali della politica di sempre, alla Costituzione ridotta a un macigno immobile e che immobilizza.
Se avessi avuto un articolo scritto sette anni fa per la prima elezione di Giorgio Napolitano, avrei potuto riciclarlo con pochi aggiustamenti; uno in particolare: se sette anni fa Berlusconi e il suo partito votò scheda bianca al primo comunista al Quirinale, oggi ne è stato il più accanito sostenitore! Delle due l’una: o Napolitano non è più comunista (se mai lo è stato!), o Berlusconi ci guadagna, come sempre, qualcosa. Dagli applausi scroscianti e senza vergogna al cazziatone che l’ex neo presidente ha fatto alla vecchia e immobile classe politica, propendo per la seconda.
Nel discorso al Parlamento, Napolitano ha parlato di «normalità e continuità istituzionale»: a parte il fatto che l’espressione nella sua ambiguità ricorda vecchie campagne elettorali democristiane, che significa realmente normalità e continuità? Mi rifiuto di convincermi che la normalità possibile per in nostro Paese è quella che ci è stata proposta in questi ultimi anni: una normalità fatta di burocrazie, di privilegi, di sperperi di risorse, di tatticismi partitici e di poca attenzione verso i problemi concreti delle persone e dei territori; una normalità che comporta un vergognoso inseguire le politiche della destra; una normalità troppo pilatesca, che per calcolo elettorale tenta di escludere tutti coloro che pretendono una partecipazione vera dal basso, senza rendersi conto che un errore analogo fu già commesso negli anni ’70, con conseguenze letali. Allora il muro contro muro tra istituzioni e movimenti, procurò l’acuirsi di ostilità e di esasperazioni sociali, sfociate anche nel terrorismo; oggi si ripropone lo stesso schema di involuzione democratica e di scontro mortale di quegli anni, nel quale, oltre alla democrazia e alle libertà, si corre il rischio di bruciare anche quella parte migliore di società che ha scelto di impegnarsi in prima persona per un futuro migliore.
La rielezione di Napolitano ci dice che le istituzioni non sembrano ancora propense ad ascoltare le istanze di una generazione in movimento, rischiando in questo modo di procurare una ulteriore frattura nella società, che invece avrebbe bisogno di ponti lanciati tra le tante diversità, tra tutte le diversità, tra i diversi frammenti di società che, altrimenti, rischiano inesorabilmente di scontrarsi; frammenti e parti della stessa società che hanno bisogno di sedersi allo stesso tavolo, con pari dignità e senza che alcuno sia umiliato o deriso, in una “convivialità delle differenze” che – come diceva don Tonino Bello, compianto vescovo di Pax Christi – aiuti tutti, ma proprio tutti, a crescere e progredire.
Come sempre ci sono due strade. Percorrere quella in discesa è facile, basta chiudere gli occhi, far finta di niente, lasciarsi cristallizzare dalla corrente del pensiero dominante: passività e silenzio sociale, indifferenza ed egoismo ti permettono di trascorrere tranquillamente la tua vita scandita dai tempi e nei modi imposti dal sistema del “produci, consuma, crepa”.
L’altra strada è quella in salita… «Ma finalmente una delle creature disse: “Sono stanca di avvinghiarmi. Poiché, anche se non posso vederlo con i miei occhi, sono certa che la corrente sappia dove sta andando, lascerò la presa e consentirò che mi conduca dove vorrà. Continuando ad avvinghiarmi morirò di noia”. Le altre creature risero e dissero: “Sciocca! Lasciati andare e la corrente che tu adori ti scaraventerà rotolandoti fracassata contro le rocce, e tu morirai più rapidamente che per la noia”. Quella però non dette loro ascolto e, tratto un respiro, si lasciò andare e subito venne fatta rotolare dalla corrente e scaraventata contro le rocce. Ciò nonostante, dopo qualche tempo, poiché la creatura si rifiutava di tornare ad avvinghiarsi, la corrente la sollevò dal fondo, liberandola, ed essa non fu più né contusa né indolenzita. E le creature più a valle nel fiume di cristallo, per le quali era un’estranea, gridarono: “Guardate, un miracolo! Una creatura come noi, eppure vola! Guardate il Messia, venuto a salvarci tutte!”. E la creatura trascinata dalla corrente disse: “Io non sono un messia più di voi. Il fiume si compiace di sollevarci e liberarci, se soltanto osiamo lasciarci andare. La nostra missione vera è questo cammino, questa avventura” ».
Ovviamente, nonostante tutto quello che rappresenta la rielezione di Napolitano, stanchi di avvinghiarci al peggio del passato, non dobbiamo smettere di cercare il modo per lasciarci andare nella corrente della democrazia che scorre sempre nuova, leggendo la Carta costituzionale con gli occhiali dell’oggi, fidandoci di quel popolo che essa considera comunque sovrano, avendo il coraggio di uscire da una prassi che non è un monolite immutabile ma l’esperienza del passato da applicare ad un presente che si rinnova. Quest’altra strada, senza alcun presidente-messia e con la partecipazione di tutti, potrà portarci fuori da una crisi, non solo economica, a cui sempre più siamo avvinghiati!

Vitaliano Della Sala
Amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av)

da: www.adista.it

21 Aprile 2013

lettera pastorale di Giovanni XXIV all’inizio del nuovo millennio

donvitaliano in religione

Dilette sorelle e fratelli!
Nel suo pellegrinaggio la cristianità entra oggi nel terzo millennio. Essa si trova di fronte a problemi grandi e scottanti. Ma riponiamo la nostra speranza nel Signore della storia e ci apriamo con umiltà al suo Spirito Santo.
In questo giorno che cosa può starci più a cuore dell’istanza fondamentale espressa dal nostro Fondatore umano e divino, prima della sua dipartita: “Perchè tutti siano una sola cosa”?
Con Giovanni XXIII e con il Concilio da lui convocato, in cui per la prima volta era rappresentata tutta la terra, un’alba luminosa è spuntata. La chiesa cattolica è entrata nell’era dell’ecumenismo. Paolo VI, il suo venerando successore, continuò con tenacia la sua opera. Egli ebbe anche il coraggio di esprimere, davanti al consiglio ecumenico delle chiese il proprio timore che il papato, nella sua forma storica, sarebbe potuto divenire un grande ostacolo sulla via della riunificazione della cristianità. Il suo amabile successore Giovanni Paolo I affermò con chiarezza profetica che la collegialità fra i vescovi ed il papa costituisce la prova ed il sigillo della cattolicità. E aveva anche coraggiosamente riflettuto su ciò che questo dovrebbe significare, per esempio per il modo dell’ufficio dell’esercizio petrino.
Molte cose sono nel frattempo succedute e molte occasioni si sono perse. Ora è giunto il tempo di fare subito dei passi decisivi. Il passo più importante consiste anzitutto in una rivisitazione umile e coraggiosa della storia del papato. In secondo luogo dobbiamo dare chiari segni che sappiamo imparare dalla storia e che vogliamo lasciarci illuminare dalla parola di Dio. Riflettiamo sull’ufficio petrino, così come esso fu delineato da Gesù e si espresse nella tradizione più antica.
Il secondo millennio è l’era delle tristi divisioni della chiesa. Una delle cause furono l’irretimento dei vescovi, in particolare dei vescovi di Roma, in lotte mondane di potere, nonchè idee troppo mondane circa l’esercizio dell’autorità ecclesiale e del potere. Questo provocò una cecità incomprensibile. Con sgomento pensiamo alla tortura, ai roghi degli eretici e delle streghe. I metodi dell’Inquisizione impedirono il dialogo sano e franco nella ricerca di una maggior luce in questioni dottrinali, morali e di disciplina ecclesiastica.
Malgrado tutto Dio continuò a far dono alla chiesa romana anche di buoni vescovi. Ma la loro santità e sapienza non riuscì a imporsi in misura sufficiente in seno a strutture fossilizzate. Le chiese si difesero e difesero la loro dottrina e prassi con una specie di mentalità da fortezza assediata. Ogni parte, ed in particolare i papi, rivendicarono una specie di monopolio sul possesso della verità. E così si smise in larga misura di cercare insieme. Ma rendiamo lode a Dio, che ha continuato a far spirare il suo Spirito in tutte le parti della cristianità, che ha permesso di compiere tanti passi sulla via di una riconsiderazione ecumenica e che ha rafforzato lo spirito del dialogo e del reciproco ascolto.
Oggi volgiamo comunque il nostro sguardo al futuro, pur nella piena consapevolezza del passato che rimane ancora da superare. Mi limito a menzionare i punti più importanti del programma immediato:
1. Poichè il trono, la corona ed i titoli pomposi sono sintomi patologici, proibisco energicamente di chiamare i vescovi di Roma con titoli antievangelici come “Sua Santità“, “Santo Padre”; così infatti Gesù chiama Dio il solo Santo prima della sua dipartita. Ci vergognamo del fatto che il papa abbia permesso ai suoi cortigiani di chiamarlo Sanctissimus e Beatissimus. Non vi saranno più “prelati domestici di sua Santità“, nè “porporati”. Nè in Vaticano si parlerà più di Eminenze, Eccellenze e cose del genere. Perchè il punto di incontro con Dio, che in Gesù si è rivelato come umiltà, è la coscienza del nostro nulla.
2. Faremo nostri, quanto prima, i risultati sorprendenti dei dialoghi bilaterali e multilaterali e li porteremo al sospirato traguardo. Simbolo di ciò sarà il fatto che il “Segretariato per l’unione dei cristiani” diventerà d’ora in poi una delle autorità principali e sarà trasformato nella Congregazione per l’unione dei cristiani. Per quanto riguarda la ricezione dei risultati, competente non sarà più la Congregazione per la dottrina della fede. Sotto la guida della Congregazione testè menzionata per l’unione dei cristiani si procederà a stabilire strutture corrispondenti, le quali garantiscano che tutto il popolo di Dio, in particolare i vescovi, le conferenze episcopali e le facoltà teologiche, intervengano fattivamente in questo processo importante.
3. Il papa si lega a strutture precise, che esprimono e favoriscono la collegialità. Ciò significa fra l’altro che il sinodo dei vescovi, che si raduna a intervalli regolari, svolgerà più che una funzione di consulenza. Il papa accoglierà le sue conclusioni e di norma le approverà. I punti controversi saranno chiariti con un dialogo paziente e schietto.
4. Per quanto riguarda la scelta e la conferma dei vescovi di tutto il mondo torniamo decisamente alla prassi del primo millennio. Al riguardo possiamo sicuramente molto imparare dalla prassi ininterrotta delle chiese ortodosse e dalle chiese nate dalla riforma protestante, nostre sorelle. Il vescovo di Roma, in corrispondenza al suo compito ecumenico, sarà eletto dai suoi rappresentanti delle conferenze episcopali, secondo modalità che saranno stabilite dal prossimo sinodo dei vescovi. Quanto prima, un sinodo dei vescovi dovrà similmente procedere alla riforma del cosiddetto corpo diplomatico. Già il semplice nome è inaccettabile, perché ricorda troppo strutture del potere statale.
5. Un’accurata interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano I e II alla luce della parola di Dio e della tradizione ha sufficientemente dimostrato che l’esercizio della suprema autorità magisteriale del vescovo di Roma è completamente inserita nel tutto della chiesa. Egli non è, per così dire, un maestro che parla dall’alto e dal di fuori, ma è inserito in maniera particolare nel processo di apprendimento con le sue dimensioni ed i suoi organi ecumenici. Suo compito è quello di confermare, mediante l’esempio ed il modo di esercitare la propria autorità, la fede del Servo di Dio e Figlio dell’uomo umile e nonviolento accreditato dal Padre e di contribuire così ad esprimere la fede di tutta la chiesa. Egli fa parte sia della chiesa discente e ascoltante, sia della chiesa docente; con tutti gli altri deve tendere soprattutto l’orecchio alla parola di Dio, osservare e cercare di decifrare i segni dei tempi.
Deve conoscere che cosa nella chiesa realmente si crede in virtù della libertà del senso della fede e della coscienza. Deve prestare attenzione alla ricezione o alla eventuale non ricezione delle encicliche e lettere pastorali. Il vescovo di Roma non può assolvere fecondamente e con fiducia questo compito, in collaborazione con i suoi confratelli nell’episcopato, se in tutta la chiesa non c’è veramente posto per un dialogo sincero. Sicuro del consenso dei miei confratelli nell’episcopato abrogo perciò le disposizioni del diritto canonico (CIC c. 1371, 1), secondo le quali qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti di dottrine non infallibili del papa è un delitto. Al di fuori dei nostri voti battesimali e della comune professione della nostra fede non esiste d’ora in poi alcun giuramento di fedeltà al papa. “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).
6. Le scottanti questioni ora emergenti, come ad esempio quella del ruolo della donna nella chiesa e della sua eventuale ordinazione presbiterale, non saranno d’ora in poi più tabù. Esse vanno chiarite nel dialogo intraecclesiale e con disponibilità ecumenica ad imparare, fin quando non saranno mature per essere risolte. Risoluzioni che il papa non prenderà da solo, ma in piena collegialità.
7. La chiesa deve essere luce del mondo e sale della terra. Essa deve e vuole divenire una specie di sacramento della salvezza, della guarigione, della pace e della giustizia universale. Per questo percorriamo il nostro cammino con profonda e sentita solidarietà con tutta la famiglia del genere umano, con tutti i popoli e tutte le culture, non da ultimo anche con le grandi religioni mondiali dell’Oriente.
In unione con tutti intendiamo imparare, vigilare, pregare e lavorare per la soluzione dei problemi più scottanti, affidatici anche dal vangelo come la pace e il lavoro per la pace nello spirito della non violenza evangelica e dell’amore riconciliatore, la giustizia e la conservazione della creazione affidata agli uomini.
Raccomando me stesso e il mio servizio in seno alla chiesa alle vostre preghiere, così come raccomando voi alla grazia e all’amore di Dio nostro Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.

Roma 1.1.2001 - Giovanni XXIV

(o – perché no? – Francesco: io penso che sarebbe pienamente d’accordo…..)
Tratto dal libro “Perché non fare diversamente?” di B. Haering, ed Queriniana, Brescia, pp. 79-86
Si ringrazia il prof. Lorenzo Tommaselli lorenzotommaselli@alice.it per la puntuale segnalazione.

29 Marzo 2013

nostro fratello Giuda

donvitaliano in religione

di Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore. Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

(Registrazione effettuata a Bozzolo - Giovedì Santo 1958)

23 Marzo 2013

coltivare speranza

donvitaliano in religione

Interrogativi intorno all’evento del nuovo papato: parole e riflessioni della comunità dell’Isolotto in Firenze.

Sollecitati dalla pluralità di messaggi che si levano da tante realtà di base su questo tema, nel rispetto delle diversità di considerazioni ed espressioni che scaturiscono a partire dai differenti contesti e vissuti di singole persone ed esperienze, desideriamo aggiungere la nostra lettura degli avvenimenti.
La fede su cui si fonda il nostro vivere, sia essa fede religiosa o fede laica, è spinta a rinnovarsi di continuo dalle vicende gioiose o tragiche della vita e della storia. Oggi guardiamo con speranza a questo popolo in cammino che ha il coraggio di manifestare apertamente la propria fede liberandosi da paure e soggezioni. Educati dal Vangelo della tradizione cristiana e insieme arricchiti da tante altre tradizioni di sapienza e liberazione umana, ci interroghiamo.
Assistiamo a folle che fissano gli occhi verso l’alto in attesa che qualcuno o qualcosa compia il miracolo della salvezza; questo atteggiamento di attesa passiva, in cui siamo cresciuti per generazioni, favorisce la cultura della dipendenza, non permette ai nostri occhi di vedere le tante formiche laboriose che si danno da fare e contribuisce a rafforzare i poteri che le schiacciano. Da cristiani adulti e maturi, volgiamo lo sguardo verso chi ci è accanto, cercando insieme cammini nuovi.
Il cerchio della comunità in cui ci riconosciamo e siamo cresciuti/e non prevede ruoli e personalità di prestigio o taumaturgiche, valorizza le diversità e le specificità di ciascuna/o con le risorse ed i limiti che ci caratterizzano. Anche al nostro interno, come dovunque, esistono problemi e complessità; a volte sarebbe più comoda e facile la delega a qualcuna/o anziché l’assunzione di responsabilità individuali, ma abbiamo sperimentato che la fatica del condividere ci arricchisce, ci sostiene, ci dona speranza, fiducia, serenità. “Né padri né maestri” dunque: il culto di miti, santi ed eroi crea soggezioni, dipendenze, insicurezze. Riconosciamo il valore di messaggi e contributi positivi di donne ed uomini di buona volontà a cui siamo grati, ma non amiamo i monumenti e gli altari. Secondo noi il movimento di Gesù e le prime comunità cristiane hanno proposto un messaggio ed una testimonianza collettiva e non un eroe mitico, e il linguaggio usato dal racconto dei Vangeli va contestualizzato, scoperto ed attualizzato costantemente.
In questo contesto ci domandiamo che valore ha l’elezione di un nuovo Papa: ha un senso evangelico affidarci a dei “maestri”, esclusivamente uomini, che si preoccupano sostanzialmente di una struttura ecclesiastica ipertrofica, monarchica e feudale, legata alla ricchezza e al potere, che ci allontana dallo spirito della predicazione di Gesù di Nazareth?
Lo spirito è la grande risorsa dei senza-potere ai quali si vorrebbe negare passato e futuro. Ci piace ricordare in questo contesto il messaggio profetico di Gioacchino da Fiore, che nel lontano 1170 preconizzava l’avvento dell’età dello Spirito, uno Spirito che si diffonde su tutti gli uomini di buona volontà e rende superflua la struttura gerarchica della Chiesa: è l’età dei laici che prendono consapevolezza della propria dignità di Figli di Dio e si fanno promotori in prima persona del Regno della Giustizia, della Verità e dell’Amore.
Oggi in molti abbiamo capito che dobbiamo confrontarci tutte/i apertamente per promuovere e inventare una nuova cultura di laicità e di rispetto reciproco che non passa solo per le battaglie sociali, politiche ed istituzionali ma anche e soprattutto attraverso la ricerca di valori condivisi da donne ed uomini, insieme, per accompagnare le nuove generazioni lungo percorsi nuovi e liberanti. La scienza, la conoscenza, la memoria, la storia e la riappropriazione della dimensione religiosa sono alcuni dei tanti luoghi del confronto e dell’approfondimento ai quali guardiamo senza timori né soggezioni, con atteggiamento consapevole e responsabile, perché secondo noi sono i nuovi cammini di incontro dell’umanità in ricerca.
Abbiamo imparato che “la verità” non appartiene a nessuno, che esistono “tante verità” che possono arricchire il cammino dell’umanità e che siamo chiamati a coniugare insieme in atteggiamento di responsabilità e di reciproca fiducia; consideriamo non coerente con lo spirito del Vangelo l’affermazione dell’esistenza di “principi non negoziabili”.
Oggi, a 50 anni dall’inizio del Concilio, il divenire storico ci appare come un incessante cammino. Donne e uomini di tutti i tempi, luoghi e popoli procedono verso la liberazione spinti da una forza che si sprigiona dall’interno della vita e dall’intimo delle relazioni. Non più la storia come marcia trionfale del dominio, segnata dalle gesta di eroi, di santi, di potenti, negata alla gente comune chiamata “senza storia”, ma la storia come immenso movimento dal basso, incerto, fluttuante, con alti e bassi, conquiste e arretramenti, scoraggiamenti e speranze. Oggi scopriamo che quello spirito del Concilio, così osteggiato e tradito dai luoghi del potere, ha camminato lungo le strade della storia. Semi sparsi germogliano e fecondano nuova vita. E’ tenendoci per mano che riusciamo a dare alla vita un senso sempre nuovo e al tempo stesso antico, ricco di tutta la sapienza del cammino umano nei secoli. Riteniamo di poter affermare che erede della chiesa del Concilio sia questa realtà in ricerca faticosa, generosa e autentica dei tanti modi di coltivare nuova speranza.
La Comunità dell’Isolotto
Firenze, 24 marzo 2013

22 Marzo 2013

…ecco il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina

donvitaliano in religione

Gesù è il volto di Dio Onnidebole, non di un dio onnipotente. Egli ha svolto la sua missione rifuggendo ogni potere ed esaltando la fragilità, la povertà, la piccolezza e la croce. Già nella sinagoga di Nazaret, all’inizio del Vangelo di Luca, ha proclamato “l’anno di grazia del Signore”, il giubileo; questo non si realizza automaticamente, né magicamente. Non è corretto, né sul piano esegetico, né su quello teologico, interpretare le parole che Gesù prende da Isaia e che trasudano concretezza, in senso esclusivamente spirituale. La forza dello Spirito, che ci viene donato gratuitamente e senza alcun nostro merito, ci sospinge ad impegnarci, fino a dare la vita, perché la liberazione di ciascuno si realizzi. È una liberazione che si concretizza solo a partire dai piccoli, solo se vissuta condividendo la propria vita con coloro che soffrono. La liturgia della domenica delle Palme e di Passione che apre la settimana santa, racconta il culmine dell’” l’anno di grazia del Signore” iniziato a Nazaret.
Gesù entra a Gerusalemme a dorso di un asino acclamato dalla folla: mossa strategicamente perdente, ma profondamente metaforica di tutto il suo disprezzo per il potere. E nella Cena di Gesù con i suoi discepoli, egli si dà come alimento e invita ciascuno a donarsi per gli altri, non solo in un gesto rituale, ma nel servizio quotidiano ai fratelli e alle sorelle. Eucaristia e Servizio sono il modo per mettersi alla sequela di Gesù, infatti Luca è l’unico tra gli evangelisti ad inserire durante la Cena pasquale, proprio dopo il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, l’episodio della discussione tra gli apostoli su “chi di essi doveva essere considerato il più grande”, come in qualsiasi regno terreno. Anche nel momento supremo della missione di Gesù, durante la cena di addio, l’ambizione domina e mette in ansia tutto il gruppo: nelle comunità di ogni tempo, c’è sempre il rischio che la brama di potere porti alla divisione e quindi al disfacimento.
Ma Gesù non si demoralizza di fronte ai fallimenti e alle incomprensioni, anzi rimarca il suo modo di pensare e di essere; non dimentichiamo che l’evangelista sta raccontando la Cena a comunità concrete, i cui membri, hanno la stessa tentazione di brama di potere dei discepoli; perciò l’evangelista dice chiaramente che non si può mangiare il pane della Cena, senza poi farsi pane per gli altri, e questo vale per tutti e per sempre.
Poi Gesù viene condannato dal potere. Il potere politico e il potere religioso, come sempre, stringono alleanza per versare il sangue dell’innocente, sulle cui spalle è gettata la croce; ogni giorno, in ogni momento della storia c’è chi getta croci sulle spalle degli altri: milioni di esseri umani portano sulle proprie spalle una croce che li schiaccia. I poveri, come tanti povericristi, portano la croce del benessere, dei consumi, della potenza economica dei ricchi. E come Gesù cade sotto il peso di quella croce, così sembrano soccombere tutti quelli che rimangono stritolati dagli ingranaggi della storia, dalle ingiustizie e dalle violenze del sistema. La maggioranza urlante e pecorona, si schiera immancabilmente con il potere di sempre, con chi vince nell’immediato; e occorre un coraggio di donna, di moglie, di madre - come quelle del Calvario - per seguire uno ridotto a “pecora da macello”: per accarezzare gli straziati, i corpi spogliati delle vesti e privati della dignità, le carni deturpate dalla tortura, dalle fatiche inumane e dalle guerre, ci vuole l’amore delle donne, che incarna quello di Dio-madre.
«Non soltanto Pilato, ma tutta Gerusalemme, la “santa città”, si può lavare le mani. Finalmente la città respira: “il nemico” muore “fuori della porta”. L’onore è salvo, la libertà è salva, ristabilito l’ordine. Cesare ha una città fedelissima. […]. L’invito pasquale è a uscire “verso di lui, fuori dell’accampamento, portando la sua ignominia” se non vogliamo finire sotto i crolli di una civiltà fatiscente. L’avventura cristiana è incominciata così, col comando di uscire da una città che si rifiuta di camminare “verso la città futura” e che “manda a morire fuori della porta” chi ha sete di cieli nuovi e di terre nuove», diceva don Primo Mazzolari.
Per gli Ebrei la Pasqua era – ed è – un esodo. Per noi cristiani, il passaggio pasquale dalla morte alla vita, è un andare verso il Regno, per scorgerlo ed accoglierlo lì dove nasce, non in mezzo a coloro che sono già sazi e soddisfatti, ma ai margini della città, lungo i bordi della storia, dove il dolore mantiene viva l’attesa e la speranza, tra gli esclusi in mezzo ai quali Gesù ci precede e dove noi, finalmente, possiamo incontrarlo.
Gesù risorto sta negli ultimi, non solo nel Sacramento dell’altare, e ci chiede di adorarlo nei tabernacoli viventi della Storia e delle storie, dove egli pazientemente ci attende.

17 Marzo 2013

l’adultera

donvitaliano in religione

“LA MISERA E LA MISERICORDIA” (S. Agostino)
Il brano dell’”adultera” (Gv 8, 1-11), che ci propone la liturgia di questa quinta domenica di Quaresima, sembra interrompere la lettura del vangelo di Luca proposto in questo anno. In realtà questo brano non ha avuto vita facile: per secoli è stato “censurato”, a volte rifiutato, dalle varie comunità. Solo nel III secolo il brano trova ospitalità in un vangelo, quello di Giovanni, che non è quello originario, che è invece quello di Luca. Ma, se fossimo veramente sinceri con noi stessi, ancora oggi, in una Chiesa che ai suoi vertici usa continuamente parole di condanna verso le presunte “adultere/i” di oggi - gay, divorziati, chi dissente, chi pone domande - è estremamente difficile condividere il perdono senza condizioni, la tenerezza di Gesù verso una peccatrice “sorpresa in flagrante adulterio”. Proprio il vangelo di Luca non solo racconta, ma mostra la tenerezza smisurata del Padre, nel volto, nelle parole e nei gesti del Figlio.
Il brano osserva come di fronte all’adesione entusiasta del popolo alle parole di Gesù, che parla non di obbedienza ad una legge, ma propone un’esperienza d’amore, scribi e farisei – i talebani di ogni tempo e di ogni dove - gli tendono una trappola; da ipocriti quali sono, non vogliono affatto chiedere consiglio a Gesù, hanno già deciso per la condanna della donna. Essi appaiono certi di non lasciare via di scampo all’interlocutore. Ma “Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”. Se il gesto è enigmatico, le parole sono scioccanti per gli interlocutori: “Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei”. Gesù sfugge alla trappola e non accusa nessuno, né gli accusatori, tantomeno la donna. Li costringe a guardarsi dentro e a considerare la propria posizione nei confronti del peccato, di qualunque peccato. L’effetto dello scoprirsi comunque peccatori produce l’impossibilità per ciascuno di condannare altri. La richiesta di Gesù ottiene l’effetto voluto, tanto che tutti se ne vanno. Erano arrivati compatti, spalleggiandosi reciprocamente, ora se ne vanno alla spicciolata, con la coda tra le gambe, “uno per uno, cominciando dai più anziani”, chiaro riferimento agli anziani del sinedrio, i capi del popolo; forse ammonimento agli anziani, i “presbiteri” delle comunità cristiane.
In effetti l’esclusione ha tracciato anche lungo la storia della Chiesa una scia rossa di sangue e di dolore. Intorno al primato del potere abbiamo costruito un tipo Chiesa che per sopravvivere spesso ha bisogno di escludere, di respingere ai margini, di condannare i diversi da noi e lapidarli.
Il carattere troppo spesso non inclusivo delle Chiese - incapaci di realizzare al proprio interno quella «convivialità delle differenze», di cui parlava don Tonino Bello - è rappresentato dall’episodio dell’adultera, una specie di test per ogni comunità, dove la tentazione non di rado è quella di condannare, di relegare ai margini coloro che urtano il potere, che battono vie nuove, quelle strade su cui subito prendono a camminare gli ultimi, i poveri di Dio, e sulle quali invece inciampano, scandalizzati, i benpensanti.
Eppure, non è possibile essere Chiesa senza gli esclusi. Non ce la caviamo se non insieme. La logica dell’inclusività è l’avvenire delle Chiese. Tra chi vorrebbe una Chiesa pronta sempre a condannare e chi la sogna accogliente e comprensiva, ora sappiamo da che parte sta Gesù. Proprio come racconta Luca nella parabola del piccolo granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (1, 51-53): paradigma della Chiesa-altra che sempre più cristiani sognano e si impegnano a costruire. Una Chiesa inclusiva, che non scaccia, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio e della condanna; una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti in seno.
È questo il Regno che Dio sogna per noi. Regno dal quale nessuno è escluso, dove ciascuno ha diritto di cittadinanza, nel quale tutti sono signori, perciò nessuno è schiavo. Un Regno che non coincide per nulla con quelli terreni, che anzi capovolge la nostra concezione del potere. Regno dove la croce si trasforma in resurrezione e la morte ridiventa vita; dove i poveri sono beati, l’ultimo è primo e il padrone si fa servo. Regno dove l’onnipotente si fa Debolezza e il Creatore creatura; Regno dove Dio si fa caparbiamente uomo e l’uomo viene messo continuamente nella possibilità di farsi simile a dio. Insomma è il Regno nel quale “le prostitute vi passano avanti”, e gli altri, anziché scandalizzarsi sono contenti.
don Vitaliano (da: www.adista.it)

16 Marzo 2013

a Budapest nel convento del gesuita rapito

donvitaliano in religione

(da: www.vaticaninsider.lastampa.it)
Padre Francisco? No, qui non c’è nessuno con quel nome». «Padre Franz? Nemmeno». «Jalics? Ah, ma allora cerca Ferenc. Sì, lui è qui, viene spesso a trovarci». Jan Hornyak spegne lo spazzaneve. E subito il bosco di querce che circonda Casa Manreza a Dobogók, una minuscola località sciistica nell’entroterra di Budapest, piomba in un silenzio ancestrale.
Da 48 ore l’Ungheria è sotto una tormenta di neve: i trasporti sono paralizzati e lungo le strade si vedono auto intrappolate nel ghiaccio. «Questa è una casa di gesuiti, io li aiuto facendo qualche lavoretto – spiega Jan, mischiando ungherese, italiano e il linguaggio universale dei gesti -. In questi giorni siamo molto contenti per l’elezione di Papa Francesco. Padre Ferenc e padre Péder hanno vissuto in Argentina e lo conoscono molto bene». E per rinforzare il concetto, stringe fra di loro gli indici e dice: «Amici».
Ferenc è il nome di battesimo di padre Francisco Jalics, uno dei due gesuiti che nel 1976 furono rapiti, torturati e tenuti segregati per 5 mesi dal regime del generale Videla. Secondo il giornalista d’inchiesta argentino Horacio Verbitsky questo crimine sarebbe stato commesso senza che Jorge Mario Bergoglio, all’epoca superiore dei gesuiti argentini e da tre giorni successore di Benedetto XVI sul soglio pontificio, facesse nulla per liberarli. È una vicenda controversa sulla quale ieri si è alzata la voce del Vaticano. Non c’è mai stata «nessuna compromissione» del cardinale Jorge Mario Bergoglio, con la dittatura militare ha detto il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi. Per Lombardi è una campagna «calunniosa e diffamatoria», di «evidente matrice anticlericale».
Jalics, 86 anni, è l’unico protagonista che potrebbe raccontare quella vicenda. Il suo confratello don Orlando Virgilio Yorio, è morto nel 2000. Da oltre 30 anni padre Ferenc vive in Germania, dove ha fondato la Haus Gries, un luogo di preghiera e meditazione fra i boschi della Baviera. Due settimane fa è tornato nella sua terra, circondato da neve e silenzio. Casa Manreza ha due edifici in pietra: uno per la preghiera e le attività, nell’altro la mensa e le stanze per gli ospiti. Nell’atrio, sopra una cassapanca, c’è una copia in lingua tedesca dell’«Osservatore Romano». L’ultima edizione è di mercoledì, prima dell’elezione del nuovo Papa. Sembra che nessuno l’abbia ancora sfogliata. Padre Vizi Elemér, 39 anni, conferma che padre Jalics è in casa, ma è irremovibile: «Father Ferenc non vuole incontrare nessuno. Sta preparando un testo per spiegare la sua posizione. Ci hanno raccomandato di non dire nulla».
Il comunicato viene pubblicato nella tarda mattinata di ieri sull’home page di jesuiten.org, il sito dei gesuiti tedeschi: «Sono riconciliato con quegli eventi e per me la vicenda è conclusa - scrive il sacerdote, ricostruendo l’episodio del suo arresto ad opera della dittatura -. Vivevo dal 1957 a Buenos Aires e nel 1974, con il permesso dell’arcivescovo Aramburu e dell’allora padre provinciale Jorge Mario Bergoglio mi sono trasferito con un confratello in una favela. Noi due non avevamo contatti né con la giunta né con la guerriglia. Per la mancanza di informazioni di allora e per false informazioni fornite appositamente la nostra posizione era stata fraintesa anche nella chiesa. In quel periodo abbiamo perso il contatto con uno dei nostri collaboratori laici, che si era unito alla guerriglia. Dopo il suo arresto e il suo interrogatorio da parte dei militari della giunta, avvenuto nove mesi più tardi, questi ultimi hanno appreso che aveva collaborato con noi. Per questo siamo stati arrestati (…). Dopo un interrogatorio di cinque giorni, l’ufficiale che aveva condotto l’interrogatorio stesso, si è congedato con queste parole: “Padri, voi non avete colpe e mi impegnerò per farvi tornare nei quartieri poveri”.
Nonostante quell’impegno restammo incarcerati, per noi inspiegabilmente, per altri 5 mesi, bendati e con le mani legate». Quanto alle polemiche di questi giorni, Jalics sembra volerne stare alla larga «Non posso prendere alcuna posizione riguardo al ruolo di Jorge Mario Bergoglio. Dopo la nostra liberazione ho lasciato l’Argentina. Solo anni dopo abbiamo avuto la possibilità di parlare di quegli avvenimenti con padre Bergoglio, che nel frattempo era stato nominato arcivescovo di Buenos Aires. Dopo quel colloquio abbiamo celebrato insieme una messa pubblica e ci siamo abbracciati solennemente. A papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio».

16 Marzo 2013

ricevo e pubblico

donvitaliano in religione

I SEGRETI DI BERGOGLIO E MASSERA
Il Cardinale offrì la laurea honoris causa all’Ammiraglio Zero nella Università del Salvador
di Walter Goobar (articolo pubblicato da POLITICA - Info News il 14.10.2010 www.infonews.com)

In fondo al grande atrio della cattedrale metropolitana, sotto un grande arazzo della Vergine, l’ermetico cardinal Jorge Mario Bergoglio si rifugia nel silenzio. Non prega né dice messa: sta testimoniando per il maxiprocesso Esma. Il teste ha fatto ricorso alle sue garanzie al fine di evitare di essere in aula, in modo che i giudici del Tribunale federale numero 5 sono stati costretti a spostarsi lunedi nella Cattedrale per ascoltare per quattro ore le risposte evasive del massimo rappresentante della Chiesa di Argentina. Non si tratta di rivelare alcun mistero della fede, ma di svelare alla giustizia terrena un piccolo segreto: il filo invisibile che lo univa al tenebroso padrone della vita e della morte delle segrete dell’ Esma: l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera.
La fortuna o il caso hanno giocato un brutto tiro al cardinale: mentre lui balbettava le sue risposte ai giudici, l’ammiraglio si spegneva nella stanza 602 dell’Ospedale della Marina. Un arresto cardiaco ha serrato le labbra al marinaio che porta nella tomba i vergognosi segreti che Bergoglio si impegna a mantenere. Il Cardinale sicuramente non ricorda un evento che si è verificato il 25 novembre 1977, quando faceva parte del personale dell’Università di El Salvador. Quel giorno, l’Ateneo conferì al capo della Marina, Emilio Eduardo Massera, il titolo di “Doctor Honoris Causa”, in una cerimonia pubblica. I dati di questa cerimonia che assegnava il riconoscimento all’Ammiraglio Zero sono misteriosamente scomparsi dagli archivi dell’Università, perché contengono le firme di coloro che lo hanno proposto e quali sono le motivazioni per premiare un assassino. E oggi, il cardinale non ricorda il ruolo cruciale svolto in questo frangente. Quel pomeriggio, Bergoglio ascoltò un pomposo discorso di Massera sull’indifferenza dei giovani, sull’amore promiscuo e sulle droghe allucinogene e sulla “prevedibile deriva” a cui questa “escalation sensoriale” avrebbe portato, spingendo verso “la fede terrorista estrema”. Con un sorriso sulle labbra, il padrone dell’Esma disse anche che l’Università era “lo strumento più adatto a lanciare una controffensiva” Occidentale. Pur applaudendo con fervore, il discreto Bergoglio non prese la parola. Lo fecero i fedeli discepoli della Guardia di Ferro, la potente organizzazione paramilitare in cui militavano Bergoglio dal 1972 e che in seguito ha partecipato alla espropriazione dei beni dei desaparecidos.
Guardia di Ferro era in quegli anni la migliore scuola quadri che aveva la destra peronista. Il suo leader, Alejandro Álvarez “el Gallego”, comandava 15.000 militanti addestrati sotto una rigida disciplina e indottrinati dalla ortodossia ultramontana. L’organizzazione si sciolse ufficialmente nel 1974, ma ha continuato ad agire e, attraverso i buoni uffici di Bergoglio, tra gli altri, arrivò ad avere un rapporto privilegiato con Massera. Il 31 luglio 1973 Bergoglio è stato eletto Provinciale, che è il massimo livello della scala gerarchica della Compagnia di Gesù, un ordine caratterizzato da obbedienza e disciplina quasi militare. Un rapporto di SIDE, l’intelligence specializzata in monitoraggio di soggetti ecclesiastici del tempo, che è conservato in un archivio del Ministero degli Esteri, sostiene che Bergoglio si proponeva di ripulire la Compagnia di Gesù dai “gesuiti sinistri”. Una delle sue prime decisioni, come Provinciale fu quella di introdurre nell’Università di Salvador una associazione civile formata da laici che erano membri della Guardia di Ferro. Verso la fine del 1974, il cardinale introdusse nella USAL due leader della Guardia di Ferro: Francisco Cacho Pignon, che fu nominato rettore, e Walter Romero, capo dello stato maggiore del potente gruppo politico, come operatore nascosto presso l’Università. In questo senso, la nomina di Massera “honoris causa” da parte di USAL avvenne quasi un mese esatto dopo che i sacerdoti Orlando Yorio e Jalics Francisco furono trovati drogati e denudati in una campagna di Cañuelas. I due sacerdoti che avevano svolto la loro opera pastorale in un villaggio di Bajo Flores, erano stati sequestrati quasi sei mesi nella ESMA. Durante il processo delle giunte condotte nel luglio 1985, Orlando Yorio, il sacerdote che fu tenuto prigioniero nella Esma tra maggio e ottobre del 1976, ha sostenuto: “Bergoglio non ci ha mai avvertito del pericolo che correvamo. Sono sicuro che lui stesso ha fornito l’elenco dei nostri nomi alla Marina”.
Il sacerdote, che è morto nel mese di agosto 2000, ha ripetuto in più occasioni “Non ho alcuna prova per ritenere che Bergoglio ci abbia fatti liberare, anzi il contrario. Ai miei fratelli ha detto che mi avevano fucilato, non so se lo disse come cosa sicura o probabile, perché preparassero mia madre. Quando sono stato rilasciato, Bergoglio mi ha confessato di aver ricevuto due volte un agente di polizia che lo avvisava della nostra morte per fucilazione. Al di fuori del paese, il New York Times ha pubblicato la notizia della nostra morte, la Croce Rossa Internazionale aveva questa informazione” sosteneva Yorio. A suo parere, Bergoglio “ha saputo dall’ammiraglio Massera che io ero ritenuto un capo guerrigliero e così si lavò le mani e assunse un atteggiamento ambiguo. Non si aspettava che non sarebbero riusciti a trovare nulla a mio carico e che ne sarei uscito vivo”. Padre Yorio sostiene che Bergoglio è stato presso la sede operativa della Marina in cui lui fu trattenuto alcuni mesi dopo aver lasciato l’Esma. “Una volta ci hanno detto che avevamo una visita importante. È venuto un gruppo di persone ma non ho potuto vedere chi erano perché eravamo stati bendati, ma Francisco Jalics sentiva che Bergoglio era tra di loro” disse il prete. La rivelazione di Padre Yorio è basata non solo sulla percezione sensoriale del suo compagno prigioniero. Bergoglio stesso ha ammesso ad altri membri della famiglia di avere visto Yorio e Jalics durante la prigionia e ha fornito precisazioni che si sono rivelate corrette.
Nel suo libro “Chiesa e dittatura”, pubblicato nel 1986, quando Bergoglio non era conosciuto al di fuori del mondo ecclesiastico, Emilio Mignone lo ha citato come un esempio di “complicità sinistra” della Chiesa con quei militari che “furono incaricati di svolgere lo sporco compito di pulire il cortile della Chiesa, con l’acquiescenza dei prelati “. Secondo il fondatore del Centro per gli studi giuridici e sociali, “a volte il via libera è stato dato dagli stessi vescovi”. Fonti di Guardia di Ferro, l’organizzazione che sarebbe diventata poi il braccio politico del masserismo, sostengono che Bergoglio abbia interceduto presso Massera per i due sacerdoti e il conferimento della laurea dell’Università di El Salvador fu un ringraziamento di Bergoglio all’Ammiraglio. Tuttavia, le testimonianze di Yorio e Jalics confutano questa teoria. Essi asseriscono che la loro libertà sia dovuta ad una iniziativa del militante cristiano per i diritti umani ed ex presidente del Cels, Emilio Mignone, attraverso il cardinale Eduardo Pironio. Padre Yorio aveva così tanta paura di Bergoglio che nel 1992, quando Antonio Quarracino lo nominò vescovo ausiliare, Yorio si trasferì in Uruguay, dove ha vissuto fino alla sua morte. Il ruolo controverso che Bergoglio ha avuto nel rapimento dei due sacerdoti ha portato numerose conseguenze alla sua carriera.
L’anno 1979 ha segnato un altro passaggio misterioso della vita di Bergoglio. Mentre la versione ufficiale sostiene che all’epoca il cardinale stava completando la sua tesi di laurea in Germania, altre fonti indicano che era in un convento di clausura, messo in punizione dai Gesuiti in un paese europeo. A metà del 1988 fu costretto a risiedere in una parrocchia della provincia di Cordoba, dove solo poteva dire messa e confessare. Un altro punto oscuro della vita di Bergoglio è che non ha mai voluto comparire in tribunale. Al momento del processo delle Giunte, Yorio chiese di chiamarlo in giudizio e Bergoglio è stato convocato ma ha rifiutato di presentarsi, sostenendo che era malato a Cordoba. Questo atteggiamento spiega per quali motivi personali Bergoglio ha impegnato tutta la forza della Chiesa contro i giudizi sui crimini commessi durante la dittatura militare. Ma questo silenzio fu interrotto bruscamente nel 1992 dal provvidenziale intervento del cardinal Quarracino che lo nominò vescovo coadiutore e suo erede Alpha al ruolo cardinalizio.
“Che il Signore impedisca alla mia mano si alzarsi sull’unto dal Signore,” è stata ed è la frase emblematica di questo machiavellico pastore della Chiesa che ha tradito i suoi fratelli e ha avallato la loro scomparsa e la loro tortura da parte della giunta militare in nome di una sete insaziabile di potere.

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