21 Aprile 2013

lettera pastorale di Giovanni XXIV all’inizio del nuovo millennio

donvitaliano in religione

Dilette sorelle e fratelli!
Nel suo pellegrinaggio la cristianità entra oggi nel terzo millennio. Essa si trova di fronte a problemi grandi e scottanti. Ma riponiamo la nostra speranza nel Signore della storia e ci apriamo con umiltà al suo Spirito Santo.
In questo giorno che cosa può starci più a cuore dell’istanza fondamentale espressa dal nostro Fondatore umano e divino, prima della sua dipartita: “Perchè tutti siano una sola cosa”?
Con Giovanni XXIII e con il Concilio da lui convocato, in cui per la prima volta era rappresentata tutta la terra, un’alba luminosa è spuntata. La chiesa cattolica è entrata nell’era dell’ecumenismo. Paolo VI, il suo venerando successore, continuò con tenacia la sua opera. Egli ebbe anche il coraggio di esprimere, davanti al consiglio ecumenico delle chiese il proprio timore che il papato, nella sua forma storica, sarebbe potuto divenire un grande ostacolo sulla via della riunificazione della cristianità. Il suo amabile successore Giovanni Paolo I affermò con chiarezza profetica che la collegialità fra i vescovi ed il papa costituisce la prova ed il sigillo della cattolicità. E aveva anche coraggiosamente riflettuto su ciò che questo dovrebbe significare, per esempio per il modo dell’ufficio dell’esercizio petrino.
Molte cose sono nel frattempo succedute e molte occasioni si sono perse. Ora è giunto il tempo di fare subito dei passi decisivi. Il passo più importante consiste anzitutto in una rivisitazione umile e coraggiosa della storia del papato. In secondo luogo dobbiamo dare chiari segni che sappiamo imparare dalla storia e che vogliamo lasciarci illuminare dalla parola di Dio. Riflettiamo sull’ufficio petrino, così come esso fu delineato da Gesù e si espresse nella tradizione più antica.
Il secondo millennio è l’era delle tristi divisioni della chiesa. Una delle cause furono l’irretimento dei vescovi, in particolare dei vescovi di Roma, in lotte mondane di potere, nonchè idee troppo mondane circa l’esercizio dell’autorità ecclesiale e del potere. Questo provocò una cecità incomprensibile. Con sgomento pensiamo alla tortura, ai roghi degli eretici e delle streghe. I metodi dell’Inquisizione impedirono il dialogo sano e franco nella ricerca di una maggior luce in questioni dottrinali, morali e di disciplina ecclesiastica.
Malgrado tutto Dio continuò a far dono alla chiesa romana anche di buoni vescovi. Ma la loro santità e sapienza non riuscì a imporsi in misura sufficiente in seno a strutture fossilizzate. Le chiese si difesero e difesero la loro dottrina e prassi con una specie di mentalità da fortezza assediata. Ogni parte, ed in particolare i papi, rivendicarono una specie di monopolio sul possesso della verità. E così si smise in larga misura di cercare insieme. Ma rendiamo lode a Dio, che ha continuato a far spirare il suo Spirito in tutte le parti della cristianità, che ha permesso di compiere tanti passi sulla via di una riconsiderazione ecumenica e che ha rafforzato lo spirito del dialogo e del reciproco ascolto.
Oggi volgiamo comunque il nostro sguardo al futuro, pur nella piena consapevolezza del passato che rimane ancora da superare. Mi limito a menzionare i punti più importanti del programma immediato:
1. Poichè il trono, la corona ed i titoli pomposi sono sintomi patologici, proibisco energicamente di chiamare i vescovi di Roma con titoli antievangelici come “Sua Santità“, “Santo Padre”; così infatti Gesù chiama Dio il solo Santo prima della sua dipartita. Ci vergognamo del fatto che il papa abbia permesso ai suoi cortigiani di chiamarlo Sanctissimus e Beatissimus. Non vi saranno più “prelati domestici di sua Santità“, nè “porporati”. Nè in Vaticano si parlerà più di Eminenze, Eccellenze e cose del genere. Perchè il punto di incontro con Dio, che in Gesù si è rivelato come umiltà, è la coscienza del nostro nulla.
2. Faremo nostri, quanto prima, i risultati sorprendenti dei dialoghi bilaterali e multilaterali e li porteremo al sospirato traguardo. Simbolo di ciò sarà il fatto che il “Segretariato per l’unione dei cristiani” diventerà d’ora in poi una delle autorità principali e sarà trasformato nella Congregazione per l’unione dei cristiani. Per quanto riguarda la ricezione dei risultati, competente non sarà più la Congregazione per la dottrina della fede. Sotto la guida della Congregazione testè menzionata per l’unione dei cristiani si procederà a stabilire strutture corrispondenti, le quali garantiscano che tutto il popolo di Dio, in particolare i vescovi, le conferenze episcopali e le facoltà teologiche, intervengano fattivamente in questo processo importante.
3. Il papa si lega a strutture precise, che esprimono e favoriscono la collegialità. Ciò significa fra l’altro che il sinodo dei vescovi, che si raduna a intervalli regolari, svolgerà più che una funzione di consulenza. Il papa accoglierà le sue conclusioni e di norma le approverà. I punti controversi saranno chiariti con un dialogo paziente e schietto.
4. Per quanto riguarda la scelta e la conferma dei vescovi di tutto il mondo torniamo decisamente alla prassi del primo millennio. Al riguardo possiamo sicuramente molto imparare dalla prassi ininterrotta delle chiese ortodosse e dalle chiese nate dalla riforma protestante, nostre sorelle. Il vescovo di Roma, in corrispondenza al suo compito ecumenico, sarà eletto dai suoi rappresentanti delle conferenze episcopali, secondo modalità che saranno stabilite dal prossimo sinodo dei vescovi. Quanto prima, un sinodo dei vescovi dovrà similmente procedere alla riforma del cosiddetto corpo diplomatico. Già il semplice nome è inaccettabile, perché ricorda troppo strutture del potere statale.
5. Un’accurata interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano I e II alla luce della parola di Dio e della tradizione ha sufficientemente dimostrato che l’esercizio della suprema autorità magisteriale del vescovo di Roma è completamente inserita nel tutto della chiesa. Egli non è, per così dire, un maestro che parla dall’alto e dal di fuori, ma è inserito in maniera particolare nel processo di apprendimento con le sue dimensioni ed i suoi organi ecumenici. Suo compito è quello di confermare, mediante l’esempio ed il modo di esercitare la propria autorità, la fede del Servo di Dio e Figlio dell’uomo umile e nonviolento accreditato dal Padre e di contribuire così ad esprimere la fede di tutta la chiesa. Egli fa parte sia della chiesa discente e ascoltante, sia della chiesa docente; con tutti gli altri deve tendere soprattutto l’orecchio alla parola di Dio, osservare e cercare di decifrare i segni dei tempi.
Deve conoscere che cosa nella chiesa realmente si crede in virtù della libertà del senso della fede e della coscienza. Deve prestare attenzione alla ricezione o alla eventuale non ricezione delle encicliche e lettere pastorali. Il vescovo di Roma non può assolvere fecondamente e con fiducia questo compito, in collaborazione con i suoi confratelli nell’episcopato, se in tutta la chiesa non c’è veramente posto per un dialogo sincero. Sicuro del consenso dei miei confratelli nell’episcopato abrogo perciò le disposizioni del diritto canonico (CIC c. 1371, 1), secondo le quali qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti di dottrine non infallibili del papa è un delitto. Al di fuori dei nostri voti battesimali e della comune professione della nostra fede non esiste d’ora in poi alcun giuramento di fedeltà al papa. “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).
6. Le scottanti questioni ora emergenti, come ad esempio quella del ruolo della donna nella chiesa e della sua eventuale ordinazione presbiterale, non saranno d’ora in poi più tabù. Esse vanno chiarite nel dialogo intraecclesiale e con disponibilità ecumenica ad imparare, fin quando non saranno mature per essere risolte. Risoluzioni che il papa non prenderà da solo, ma in piena collegialità.
7. La chiesa deve essere luce del mondo e sale della terra. Essa deve e vuole divenire una specie di sacramento della salvezza, della guarigione, della pace e della giustizia universale. Per questo percorriamo il nostro cammino con profonda e sentita solidarietà con tutta la famiglia del genere umano, con tutti i popoli e tutte le culture, non da ultimo anche con le grandi religioni mondiali dell’Oriente.
In unione con tutti intendiamo imparare, vigilare, pregare e lavorare per la soluzione dei problemi più scottanti, affidatici anche dal vangelo come la pace e il lavoro per la pace nello spirito della non violenza evangelica e dell’amore riconciliatore, la giustizia e la conservazione della creazione affidata agli uomini.
Raccomando me stesso e il mio servizio in seno alla chiesa alle vostre preghiere, così come raccomando voi alla grazia e all’amore di Dio nostro Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.

Roma 1.1.2001 - Giovanni XXIV

(o – perché no? – Francesco: io penso che sarebbe pienamente d’accordo…..)
Tratto dal libro “Perché non fare diversamente?” di B. Haering, ed Queriniana, Brescia, pp. 79-86
Si ringrazia il prof. Lorenzo Tommaselli lorenzotommaselli@alice.it per la puntuale segnalazione.

29 Marzo 2013

nostro fratello Giuda

donvitaliano in religione

di Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore. Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

(Registrazione effettuata a Bozzolo - Giovedì Santo 1958)

23 Marzo 2013

coltivare speranza

donvitaliano in religione

Interrogativi intorno all’evento del nuovo papato: parole e riflessioni della comunità dell’Isolotto in Firenze.

Sollecitati dalla pluralità di messaggi che si levano da tante realtà di base su questo tema, nel rispetto delle diversità di considerazioni ed espressioni che scaturiscono a partire dai differenti contesti e vissuti di singole persone ed esperienze, desideriamo aggiungere la nostra lettura degli avvenimenti.
La fede su cui si fonda il nostro vivere, sia essa fede religiosa o fede laica, è spinta a rinnovarsi di continuo dalle vicende gioiose o tragiche della vita e della storia. Oggi guardiamo con speranza a questo popolo in cammino che ha il coraggio di manifestare apertamente la propria fede liberandosi da paure e soggezioni. Educati dal Vangelo della tradizione cristiana e insieme arricchiti da tante altre tradizioni di sapienza e liberazione umana, ci interroghiamo.
Assistiamo a folle che fissano gli occhi verso l’alto in attesa che qualcuno o qualcosa compia il miracolo della salvezza; questo atteggiamento di attesa passiva, in cui siamo cresciuti per generazioni, favorisce la cultura della dipendenza, non permette ai nostri occhi di vedere le tante formiche laboriose che si danno da fare e contribuisce a rafforzare i poteri che le schiacciano. Da cristiani adulti e maturi, volgiamo lo sguardo verso chi ci è accanto, cercando insieme cammini nuovi.
Il cerchio della comunità in cui ci riconosciamo e siamo cresciuti/e non prevede ruoli e personalità di prestigio o taumaturgiche, valorizza le diversità e le specificità di ciascuna/o con le risorse ed i limiti che ci caratterizzano. Anche al nostro interno, come dovunque, esistono problemi e complessità; a volte sarebbe più comoda e facile la delega a qualcuna/o anziché l’assunzione di responsabilità individuali, ma abbiamo sperimentato che la fatica del condividere ci arricchisce, ci sostiene, ci dona speranza, fiducia, serenità. “Né padri né maestri” dunque: il culto di miti, santi ed eroi crea soggezioni, dipendenze, insicurezze. Riconosciamo il valore di messaggi e contributi positivi di donne ed uomini di buona volontà a cui siamo grati, ma non amiamo i monumenti e gli altari. Secondo noi il movimento di Gesù e le prime comunità cristiane hanno proposto un messaggio ed una testimonianza collettiva e non un eroe mitico, e il linguaggio usato dal racconto dei Vangeli va contestualizzato, scoperto ed attualizzato costantemente.
In questo contesto ci domandiamo che valore ha l’elezione di un nuovo Papa: ha un senso evangelico affidarci a dei “maestri”, esclusivamente uomini, che si preoccupano sostanzialmente di una struttura ecclesiastica ipertrofica, monarchica e feudale, legata alla ricchezza e al potere, che ci allontana dallo spirito della predicazione di Gesù di Nazareth?
Lo spirito è la grande risorsa dei senza-potere ai quali si vorrebbe negare passato e futuro. Ci piace ricordare in questo contesto il messaggio profetico di Gioacchino da Fiore, che nel lontano 1170 preconizzava l’avvento dell’età dello Spirito, uno Spirito che si diffonde su tutti gli uomini di buona volontà e rende superflua la struttura gerarchica della Chiesa: è l’età dei laici che prendono consapevolezza della propria dignità di Figli di Dio e si fanno promotori in prima persona del Regno della Giustizia, della Verità e dell’Amore.
Oggi in molti abbiamo capito che dobbiamo confrontarci tutte/i apertamente per promuovere e inventare una nuova cultura di laicità e di rispetto reciproco che non passa solo per le battaglie sociali, politiche ed istituzionali ma anche e soprattutto attraverso la ricerca di valori condivisi da donne ed uomini, insieme, per accompagnare le nuove generazioni lungo percorsi nuovi e liberanti. La scienza, la conoscenza, la memoria, la storia e la riappropriazione della dimensione religiosa sono alcuni dei tanti luoghi del confronto e dell’approfondimento ai quali guardiamo senza timori né soggezioni, con atteggiamento consapevole e responsabile, perché secondo noi sono i nuovi cammini di incontro dell’umanità in ricerca.
Abbiamo imparato che “la verità” non appartiene a nessuno, che esistono “tante verità” che possono arricchire il cammino dell’umanità e che siamo chiamati a coniugare insieme in atteggiamento di responsabilità e di reciproca fiducia; consideriamo non coerente con lo spirito del Vangelo l’affermazione dell’esistenza di “principi non negoziabili”.
Oggi, a 50 anni dall’inizio del Concilio, il divenire storico ci appare come un incessante cammino. Donne e uomini di tutti i tempi, luoghi e popoli procedono verso la liberazione spinti da una forza che si sprigiona dall’interno della vita e dall’intimo delle relazioni. Non più la storia come marcia trionfale del dominio, segnata dalle gesta di eroi, di santi, di potenti, negata alla gente comune chiamata “senza storia”, ma la storia come immenso movimento dal basso, incerto, fluttuante, con alti e bassi, conquiste e arretramenti, scoraggiamenti e speranze. Oggi scopriamo che quello spirito del Concilio, così osteggiato e tradito dai luoghi del potere, ha camminato lungo le strade della storia. Semi sparsi germogliano e fecondano nuova vita. E’ tenendoci per mano che riusciamo a dare alla vita un senso sempre nuovo e al tempo stesso antico, ricco di tutta la sapienza del cammino umano nei secoli. Riteniamo di poter affermare che erede della chiesa del Concilio sia questa realtà in ricerca faticosa, generosa e autentica dei tanti modi di coltivare nuova speranza.
La Comunità dell’Isolotto
Firenze, 24 marzo 2013

22 Marzo 2013

…ecco il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina

donvitaliano in religione

Gesù è il volto di Dio Onnidebole, non di un dio onnipotente. Egli ha svolto la sua missione rifuggendo ogni potere ed esaltando la fragilità, la povertà, la piccolezza e la croce. Già nella sinagoga di Nazaret, all’inizio del Vangelo di Luca, ha proclamato “l’anno di grazia del Signore”, il giubileo; questo non si realizza automaticamente, né magicamente. Non è corretto, né sul piano esegetico, né su quello teologico, interpretare le parole che Gesù prende da Isaia e che trasudano concretezza, in senso esclusivamente spirituale. La forza dello Spirito, che ci viene donato gratuitamente e senza alcun nostro merito, ci sospinge ad impegnarci, fino a dare la vita, perché la liberazione di ciascuno si realizzi. È una liberazione che si concretizza solo a partire dai piccoli, solo se vissuta condividendo la propria vita con coloro che soffrono. La liturgia della domenica delle Palme e di Passione che apre la settimana santa, racconta il culmine dell’” l’anno di grazia del Signore” iniziato a Nazaret.
Gesù entra a Gerusalemme a dorso di un asino acclamato dalla folla: mossa strategicamente perdente, ma profondamente metaforica di tutto il suo disprezzo per il potere. E nella Cena di Gesù con i suoi discepoli, egli si dà come alimento e invita ciascuno a donarsi per gli altri, non solo in un gesto rituale, ma nel servizio quotidiano ai fratelli e alle sorelle. Eucaristia e Servizio sono il modo per mettersi alla sequela di Gesù, infatti Luca è l’unico tra gli evangelisti ad inserire durante la Cena pasquale, proprio dopo il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia, l’episodio della discussione tra gli apostoli su “chi di essi doveva essere considerato il più grande”, come in qualsiasi regno terreno. Anche nel momento supremo della missione di Gesù, durante la cena di addio, l’ambizione domina e mette in ansia tutto il gruppo: nelle comunità di ogni tempo, c’è sempre il rischio che la brama di potere porti alla divisione e quindi al disfacimento.
Ma Gesù non si demoralizza di fronte ai fallimenti e alle incomprensioni, anzi rimarca il suo modo di pensare e di essere; non dimentichiamo che l’evangelista sta raccontando la Cena a comunità concrete, i cui membri, hanno la stessa tentazione di brama di potere dei discepoli; perciò l’evangelista dice chiaramente che non si può mangiare il pane della Cena, senza poi farsi pane per gli altri, e questo vale per tutti e per sempre.
Poi Gesù viene condannato dal potere. Il potere politico e il potere religioso, come sempre, stringono alleanza per versare il sangue dell’innocente, sulle cui spalle è gettata la croce; ogni giorno, in ogni momento della storia c’è chi getta croci sulle spalle degli altri: milioni di esseri umani portano sulle proprie spalle una croce che li schiaccia. I poveri, come tanti povericristi, portano la croce del benessere, dei consumi, della potenza economica dei ricchi. E come Gesù cade sotto il peso di quella croce, così sembrano soccombere tutti quelli che rimangono stritolati dagli ingranaggi della storia, dalle ingiustizie e dalle violenze del sistema. La maggioranza urlante e pecorona, si schiera immancabilmente con il potere di sempre, con chi vince nell’immediato; e occorre un coraggio di donna, di moglie, di madre - come quelle del Calvario - per seguire uno ridotto a “pecora da macello”: per accarezzare gli straziati, i corpi spogliati delle vesti e privati della dignità, le carni deturpate dalla tortura, dalle fatiche inumane e dalle guerre, ci vuole l’amore delle donne, che incarna quello di Dio-madre.
«Non soltanto Pilato, ma tutta Gerusalemme, la “santa città”, si può lavare le mani. Finalmente la città respira: “il nemico” muore “fuori della porta”. L’onore è salvo, la libertà è salva, ristabilito l’ordine. Cesare ha una città fedelissima. […]. L’invito pasquale è a uscire “verso di lui, fuori dell’accampamento, portando la sua ignominia” se non vogliamo finire sotto i crolli di una civiltà fatiscente. L’avventura cristiana è incominciata così, col comando di uscire da una città che si rifiuta di camminare “verso la città futura” e che “manda a morire fuori della porta” chi ha sete di cieli nuovi e di terre nuove», diceva don Primo Mazzolari.
Per gli Ebrei la Pasqua era – ed è – un esodo. Per noi cristiani, il passaggio pasquale dalla morte alla vita, è un andare verso il Regno, per scorgerlo ed accoglierlo lì dove nasce, non in mezzo a coloro che sono già sazi e soddisfatti, ma ai margini della città, lungo i bordi della storia, dove il dolore mantiene viva l’attesa e la speranza, tra gli esclusi in mezzo ai quali Gesù ci precede e dove noi, finalmente, possiamo incontrarlo.
Gesù risorto sta negli ultimi, non solo nel Sacramento dell’altare, e ci chiede di adorarlo nei tabernacoli viventi della Storia e delle storie, dove egli pazientemente ci attende.

17 Marzo 2013

l’adultera

donvitaliano in religione

“LA MISERA E LA MISERICORDIA” (S. Agostino)
Il brano dell’”adultera” (Gv 8, 1-11), che ci propone la liturgia di questa quinta domenica di Quaresima, sembra interrompere la lettura del vangelo di Luca proposto in questo anno. In realtà questo brano non ha avuto vita facile: per secoli è stato “censurato”, a volte rifiutato, dalle varie comunità. Solo nel III secolo il brano trova ospitalità in un vangelo, quello di Giovanni, che non è quello originario, che è invece quello di Luca. Ma, se fossimo veramente sinceri con noi stessi, ancora oggi, in una Chiesa che ai suoi vertici usa continuamente parole di condanna verso le presunte “adultere/i” di oggi - gay, divorziati, chi dissente, chi pone domande - è estremamente difficile condividere il perdono senza condizioni, la tenerezza di Gesù verso una peccatrice “sorpresa in flagrante adulterio”. Proprio il vangelo di Luca non solo racconta, ma mostra la tenerezza smisurata del Padre, nel volto, nelle parole e nei gesti del Figlio.
Il brano osserva come di fronte all’adesione entusiasta del popolo alle parole di Gesù, che parla non di obbedienza ad una legge, ma propone un’esperienza d’amore, scribi e farisei – i talebani di ogni tempo e di ogni dove - gli tendono una trappola; da ipocriti quali sono, non vogliono affatto chiedere consiglio a Gesù, hanno già deciso per la condanna della donna. Essi appaiono certi di non lasciare via di scampo all’interlocutore. Ma “Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra”. Se il gesto è enigmatico, le parole sono scioccanti per gli interlocutori: “Chi tra voi è senza peccato, scagli per primo una pietra contro di lei”. Gesù sfugge alla trappola e non accusa nessuno, né gli accusatori, tantomeno la donna. Li costringe a guardarsi dentro e a considerare la propria posizione nei confronti del peccato, di qualunque peccato. L’effetto dello scoprirsi comunque peccatori produce l’impossibilità per ciascuno di condannare altri. La richiesta di Gesù ottiene l’effetto voluto, tanto che tutti se ne vanno. Erano arrivati compatti, spalleggiandosi reciprocamente, ora se ne vanno alla spicciolata, con la coda tra le gambe, “uno per uno, cominciando dai più anziani”, chiaro riferimento agli anziani del sinedrio, i capi del popolo; forse ammonimento agli anziani, i “presbiteri” delle comunità cristiane.
In effetti l’esclusione ha tracciato anche lungo la storia della Chiesa una scia rossa di sangue e di dolore. Intorno al primato del potere abbiamo costruito un tipo Chiesa che per sopravvivere spesso ha bisogno di escludere, di respingere ai margini, di condannare i diversi da noi e lapidarli.
Il carattere troppo spesso non inclusivo delle Chiese - incapaci di realizzare al proprio interno quella «convivialità delle differenze», di cui parlava don Tonino Bello - è rappresentato dall’episodio dell’adultera, una specie di test per ogni comunità, dove la tentazione non di rado è quella di condannare, di relegare ai margini coloro che urtano il potere, che battono vie nuove, quelle strade su cui subito prendono a camminare gli ultimi, i poveri di Dio, e sulle quali invece inciampano, scandalizzati, i benpensanti.
Eppure, non è possibile essere Chiesa senza gli esclusi. Non ce la caviamo se non insieme. La logica dell’inclusività è l’avvenire delle Chiese. Tra chi vorrebbe una Chiesa pronta sempre a condannare e chi la sogna accogliente e comprensiva, ora sappiamo da che parte sta Gesù. Proprio come racconta Luca nella parabola del piccolo granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (1, 51-53): paradigma della Chiesa-altra che sempre più cristiani sognano e si impegnano a costruire. Una Chiesa inclusiva, che non scaccia, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio e della condanna; una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti in seno.
È questo il Regno che Dio sogna per noi. Regno dal quale nessuno è escluso, dove ciascuno ha diritto di cittadinanza, nel quale tutti sono signori, perciò nessuno è schiavo. Un Regno che non coincide per nulla con quelli terreni, che anzi capovolge la nostra concezione del potere. Regno dove la croce si trasforma in resurrezione e la morte ridiventa vita; dove i poveri sono beati, l’ultimo è primo e il padrone si fa servo. Regno dove l’onnipotente si fa Debolezza e il Creatore creatura; Regno dove Dio si fa caparbiamente uomo e l’uomo viene messo continuamente nella possibilità di farsi simile a dio. Insomma è il Regno nel quale “le prostitute vi passano avanti”, e gli altri, anziché scandalizzarsi sono contenti.
don Vitaliano (da: www.adista.it)

16 Marzo 2013

a Budapest nel convento del gesuita rapito

donvitaliano in religione

(da: www.vaticaninsider.lastampa.it)
Padre Francisco? No, qui non c’è nessuno con quel nome». «Padre Franz? Nemmeno». «Jalics? Ah, ma allora cerca Ferenc. Sì, lui è qui, viene spesso a trovarci». Jan Hornyak spegne lo spazzaneve. E subito il bosco di querce che circonda Casa Manreza a Dobogók, una minuscola località sciistica nell’entroterra di Budapest, piomba in un silenzio ancestrale.
Da 48 ore l’Ungheria è sotto una tormenta di neve: i trasporti sono paralizzati e lungo le strade si vedono auto intrappolate nel ghiaccio. «Questa è una casa di gesuiti, io li aiuto facendo qualche lavoretto – spiega Jan, mischiando ungherese, italiano e il linguaggio universale dei gesti -. In questi giorni siamo molto contenti per l’elezione di Papa Francesco. Padre Ferenc e padre Péder hanno vissuto in Argentina e lo conoscono molto bene». E per rinforzare il concetto, stringe fra di loro gli indici e dice: «Amici».
Ferenc è il nome di battesimo di padre Francisco Jalics, uno dei due gesuiti che nel 1976 furono rapiti, torturati e tenuti segregati per 5 mesi dal regime del generale Videla. Secondo il giornalista d’inchiesta argentino Horacio Verbitsky questo crimine sarebbe stato commesso senza che Jorge Mario Bergoglio, all’epoca superiore dei gesuiti argentini e da tre giorni successore di Benedetto XVI sul soglio pontificio, facesse nulla per liberarli. È una vicenda controversa sulla quale ieri si è alzata la voce del Vaticano. Non c’è mai stata «nessuna compromissione» del cardinale Jorge Mario Bergoglio, con la dittatura militare ha detto il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi. Per Lombardi è una campagna «calunniosa e diffamatoria», di «evidente matrice anticlericale».
Jalics, 86 anni, è l’unico protagonista che potrebbe raccontare quella vicenda. Il suo confratello don Orlando Virgilio Yorio, è morto nel 2000. Da oltre 30 anni padre Ferenc vive in Germania, dove ha fondato la Haus Gries, un luogo di preghiera e meditazione fra i boschi della Baviera. Due settimane fa è tornato nella sua terra, circondato da neve e silenzio. Casa Manreza ha due edifici in pietra: uno per la preghiera e le attività, nell’altro la mensa e le stanze per gli ospiti. Nell’atrio, sopra una cassapanca, c’è una copia in lingua tedesca dell’«Osservatore Romano». L’ultima edizione è di mercoledì, prima dell’elezione del nuovo Papa. Sembra che nessuno l’abbia ancora sfogliata. Padre Vizi Elemér, 39 anni, conferma che padre Jalics è in casa, ma è irremovibile: «Father Ferenc non vuole incontrare nessuno. Sta preparando un testo per spiegare la sua posizione. Ci hanno raccomandato di non dire nulla».
Il comunicato viene pubblicato nella tarda mattinata di ieri sull’home page di jesuiten.org, il sito dei gesuiti tedeschi: «Sono riconciliato con quegli eventi e per me la vicenda è conclusa - scrive il sacerdote, ricostruendo l’episodio del suo arresto ad opera della dittatura -. Vivevo dal 1957 a Buenos Aires e nel 1974, con il permesso dell’arcivescovo Aramburu e dell’allora padre provinciale Jorge Mario Bergoglio mi sono trasferito con un confratello in una favela. Noi due non avevamo contatti né con la giunta né con la guerriglia. Per la mancanza di informazioni di allora e per false informazioni fornite appositamente la nostra posizione era stata fraintesa anche nella chiesa. In quel periodo abbiamo perso il contatto con uno dei nostri collaboratori laici, che si era unito alla guerriglia. Dopo il suo arresto e il suo interrogatorio da parte dei militari della giunta, avvenuto nove mesi più tardi, questi ultimi hanno appreso che aveva collaborato con noi. Per questo siamo stati arrestati (…). Dopo un interrogatorio di cinque giorni, l’ufficiale che aveva condotto l’interrogatorio stesso, si è congedato con queste parole: “Padri, voi non avete colpe e mi impegnerò per farvi tornare nei quartieri poveri”.
Nonostante quell’impegno restammo incarcerati, per noi inspiegabilmente, per altri 5 mesi, bendati e con le mani legate». Quanto alle polemiche di questi giorni, Jalics sembra volerne stare alla larga «Non posso prendere alcuna posizione riguardo al ruolo di Jorge Mario Bergoglio. Dopo la nostra liberazione ho lasciato l’Argentina. Solo anni dopo abbiamo avuto la possibilità di parlare di quegli avvenimenti con padre Bergoglio, che nel frattempo era stato nominato arcivescovo di Buenos Aires. Dopo quel colloquio abbiamo celebrato insieme una messa pubblica e ci siamo abbracciati solennemente. A papa Francesco auguro la ricca benedizione di Dio per il suo ufficio».

16 Marzo 2013

ricevo e pubblico

donvitaliano in religione

I SEGRETI DI BERGOGLIO E MASSERA
Il Cardinale offrì la laurea honoris causa all’Ammiraglio Zero nella Università del Salvador
di Walter Goobar (articolo pubblicato da POLITICA - Info News il 14.10.2010 www.infonews.com)

In fondo al grande atrio della cattedrale metropolitana, sotto un grande arazzo della Vergine, l’ermetico cardinal Jorge Mario Bergoglio si rifugia nel silenzio. Non prega né dice messa: sta testimoniando per il maxiprocesso Esma. Il teste ha fatto ricorso alle sue garanzie al fine di evitare di essere in aula, in modo che i giudici del Tribunale federale numero 5 sono stati costretti a spostarsi lunedi nella Cattedrale per ascoltare per quattro ore le risposte evasive del massimo rappresentante della Chiesa di Argentina. Non si tratta di rivelare alcun mistero della fede, ma di svelare alla giustizia terrena un piccolo segreto: il filo invisibile che lo univa al tenebroso padrone della vita e della morte delle segrete dell’ Esma: l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera.
La fortuna o il caso hanno giocato un brutto tiro al cardinale: mentre lui balbettava le sue risposte ai giudici, l’ammiraglio si spegneva nella stanza 602 dell’Ospedale della Marina. Un arresto cardiaco ha serrato le labbra al marinaio che porta nella tomba i vergognosi segreti che Bergoglio si impegna a mantenere. Il Cardinale sicuramente non ricorda un evento che si è verificato il 25 novembre 1977, quando faceva parte del personale dell’Università di El Salvador. Quel giorno, l’Ateneo conferì al capo della Marina, Emilio Eduardo Massera, il titolo di “Doctor Honoris Causa”, in una cerimonia pubblica. I dati di questa cerimonia che assegnava il riconoscimento all’Ammiraglio Zero sono misteriosamente scomparsi dagli archivi dell’Università, perché contengono le firme di coloro che lo hanno proposto e quali sono le motivazioni per premiare un assassino. E oggi, il cardinale non ricorda il ruolo cruciale svolto in questo frangente. Quel pomeriggio, Bergoglio ascoltò un pomposo discorso di Massera sull’indifferenza dei giovani, sull’amore promiscuo e sulle droghe allucinogene e sulla “prevedibile deriva” a cui questa “escalation sensoriale” avrebbe portato, spingendo verso “la fede terrorista estrema”. Con un sorriso sulle labbra, il padrone dell’Esma disse anche che l’Università era “lo strumento più adatto a lanciare una controffensiva” Occidentale. Pur applaudendo con fervore, il discreto Bergoglio non prese la parola. Lo fecero i fedeli discepoli della Guardia di Ferro, la potente organizzazione paramilitare in cui militavano Bergoglio dal 1972 e che in seguito ha partecipato alla espropriazione dei beni dei desaparecidos.
Guardia di Ferro era in quegli anni la migliore scuola quadri che aveva la destra peronista. Il suo leader, Alejandro Álvarez “el Gallego”, comandava 15.000 militanti addestrati sotto una rigida disciplina e indottrinati dalla ortodossia ultramontana. L’organizzazione si sciolse ufficialmente nel 1974, ma ha continuato ad agire e, attraverso i buoni uffici di Bergoglio, tra gli altri, arrivò ad avere un rapporto privilegiato con Massera. Il 31 luglio 1973 Bergoglio è stato eletto Provinciale, che è il massimo livello della scala gerarchica della Compagnia di Gesù, un ordine caratterizzato da obbedienza e disciplina quasi militare. Un rapporto di SIDE, l’intelligence specializzata in monitoraggio di soggetti ecclesiastici del tempo, che è conservato in un archivio del Ministero degli Esteri, sostiene che Bergoglio si proponeva di ripulire la Compagnia di Gesù dai “gesuiti sinistri”. Una delle sue prime decisioni, come Provinciale fu quella di introdurre nell’Università di Salvador una associazione civile formata da laici che erano membri della Guardia di Ferro. Verso la fine del 1974, il cardinale introdusse nella USAL due leader della Guardia di Ferro: Francisco Cacho Pignon, che fu nominato rettore, e Walter Romero, capo dello stato maggiore del potente gruppo politico, come operatore nascosto presso l’Università. In questo senso, la nomina di Massera “honoris causa” da parte di USAL avvenne quasi un mese esatto dopo che i sacerdoti Orlando Yorio e Jalics Francisco furono trovati drogati e denudati in una campagna di Cañuelas. I due sacerdoti che avevano svolto la loro opera pastorale in un villaggio di Bajo Flores, erano stati sequestrati quasi sei mesi nella ESMA. Durante il processo delle giunte condotte nel luglio 1985, Orlando Yorio, il sacerdote che fu tenuto prigioniero nella Esma tra maggio e ottobre del 1976, ha sostenuto: “Bergoglio non ci ha mai avvertito del pericolo che correvamo. Sono sicuro che lui stesso ha fornito l’elenco dei nostri nomi alla Marina”.
Il sacerdote, che è morto nel mese di agosto 2000, ha ripetuto in più occasioni “Non ho alcuna prova per ritenere che Bergoglio ci abbia fatti liberare, anzi il contrario. Ai miei fratelli ha detto che mi avevano fucilato, non so se lo disse come cosa sicura o probabile, perché preparassero mia madre. Quando sono stato rilasciato, Bergoglio mi ha confessato di aver ricevuto due volte un agente di polizia che lo avvisava della nostra morte per fucilazione. Al di fuori del paese, il New York Times ha pubblicato la notizia della nostra morte, la Croce Rossa Internazionale aveva questa informazione” sosteneva Yorio. A suo parere, Bergoglio “ha saputo dall’ammiraglio Massera che io ero ritenuto un capo guerrigliero e così si lavò le mani e assunse un atteggiamento ambiguo. Non si aspettava che non sarebbero riusciti a trovare nulla a mio carico e che ne sarei uscito vivo”. Padre Yorio sostiene che Bergoglio è stato presso la sede operativa della Marina in cui lui fu trattenuto alcuni mesi dopo aver lasciato l’Esma. “Una volta ci hanno detto che avevamo una visita importante. È venuto un gruppo di persone ma non ho potuto vedere chi erano perché eravamo stati bendati, ma Francisco Jalics sentiva che Bergoglio era tra di loro” disse il prete. La rivelazione di Padre Yorio è basata non solo sulla percezione sensoriale del suo compagno prigioniero. Bergoglio stesso ha ammesso ad altri membri della famiglia di avere visto Yorio e Jalics durante la prigionia e ha fornito precisazioni che si sono rivelate corrette.
Nel suo libro “Chiesa e dittatura”, pubblicato nel 1986, quando Bergoglio non era conosciuto al di fuori del mondo ecclesiastico, Emilio Mignone lo ha citato come un esempio di “complicità sinistra” della Chiesa con quei militari che “furono incaricati di svolgere lo sporco compito di pulire il cortile della Chiesa, con l’acquiescenza dei prelati “. Secondo il fondatore del Centro per gli studi giuridici e sociali, “a volte il via libera è stato dato dagli stessi vescovi”. Fonti di Guardia di Ferro, l’organizzazione che sarebbe diventata poi il braccio politico del masserismo, sostengono che Bergoglio abbia interceduto presso Massera per i due sacerdoti e il conferimento della laurea dell’Università di El Salvador fu un ringraziamento di Bergoglio all’Ammiraglio. Tuttavia, le testimonianze di Yorio e Jalics confutano questa teoria. Essi asseriscono che la loro libertà sia dovuta ad una iniziativa del militante cristiano per i diritti umani ed ex presidente del Cels, Emilio Mignone, attraverso il cardinale Eduardo Pironio. Padre Yorio aveva così tanta paura di Bergoglio che nel 1992, quando Antonio Quarracino lo nominò vescovo ausiliare, Yorio si trasferì in Uruguay, dove ha vissuto fino alla sua morte. Il ruolo controverso che Bergoglio ha avuto nel rapimento dei due sacerdoti ha portato numerose conseguenze alla sua carriera.
L’anno 1979 ha segnato un altro passaggio misterioso della vita di Bergoglio. Mentre la versione ufficiale sostiene che all’epoca il cardinale stava completando la sua tesi di laurea in Germania, altre fonti indicano che era in un convento di clausura, messo in punizione dai Gesuiti in un paese europeo. A metà del 1988 fu costretto a risiedere in una parrocchia della provincia di Cordoba, dove solo poteva dire messa e confessare. Un altro punto oscuro della vita di Bergoglio è che non ha mai voluto comparire in tribunale. Al momento del processo delle Giunte, Yorio chiese di chiamarlo in giudizio e Bergoglio è stato convocato ma ha rifiutato di presentarsi, sostenendo che era malato a Cordoba. Questo atteggiamento spiega per quali motivi personali Bergoglio ha impegnato tutta la forza della Chiesa contro i giudizi sui crimini commessi durante la dittatura militare. Ma questo silenzio fu interrotto bruscamente nel 1992 dal provvidenziale intervento del cardinal Quarracino che lo nominò vescovo coadiutore e suo erede Alpha al ruolo cardinalizio.
“Che il Signore impedisca alla mia mano si alzarsi sull’unto dal Signore,” è stata ed è la frase emblematica di questo machiavellico pastore della Chiesa che ha tradito i suoi fratelli e ha avallato la loro scomparsa e la loro tortura da parte della giunta militare in nome di una sete insaziabile di potere.

14 Marzo 2013

Bergoglio…non c’è niente di nuovo sotto il sole?

donvitaliano in religione

Il 23 Maggio 2006, col titolo “il lato oscuro del cardinal Bergoglio”, pubblicai un articolo di Stella Spinelli sul nuovo papa, l’allora cardinale Bergoglio. Lo ripropongo sperando di essere smentito! Soprattutto credo che ora lui debba fare chiarezza. Anche per onorare il nome che ha scelto.
“Questo cardinale poteva essere papa!
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero”.
Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo”.
Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.
Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa”.
Stella Spinelli

22 Febbraio 2013

INTERROGATI I MORTI NON HANNO RISPOSTO!

donvitaliano in politica, religione

LETTERA APERTA AI MERCOGLIANESI PER COMUNICARE L’INVIO DI UN ESPOSTO ALLA MAGISTRATURA CONTRO I VERTICI DELLA REGIONE, PER FURTO E APPROPRIAZIONE INDEBITA, E PER INVITARLI A NON VOTARE DE MITA.
All’inizio di questa campagna elettorale ho fatto appello, sia dall’altare che attraverso YouTUBE (http://www.youtube.com/watch?v=TmpdsfNHKI&feature=share&list=UUjgaPr5wVc1IVmfOSNZWcnw), ai vertici della Regione Campania che da alcuni anni hanno ricevuto dall’Europa un contributo per gli urgenti lavori di restauro della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo nel Borgo medievale di Capocastello a Mercogliano. Mi sono rivolto a Stefano Caldoro, ma soprattutto a Giuseppe De Mita, irpino e, all’epoca, assessore responsabile per questi finanziamenti.
Ma, interrogati, i morti non hanno risposto!
Se Giuseppe De Mita è il nuovo della politica in Irpinia, meglio il vecchio zio, almeno le briciole le faceva cadere dal tavolo delle spartizioni e della malapolitica.
Tra l’altro De Mita jr., che si candida al Parlamento nazionale senza aver fatto nulla per meritarselo, sostiene che bisogna investire nel turismo e quindi nel recupero dei beni ambientali, storici e artistici del nostro, e suo, territorio. In un’intervista (Il Mattino 21.02.2013 pag. 34) afferma che “in politica lo spazio si occupa con le idee. Ho preferito dialogare, invece di monologare (…) i cittadini non credono più in una politica come fino a ieri era vista, ma vogliono continuare a credere in una politica rinnovata che risponda alle domande che oggi si esprimono”. E si è lamentato dell’”ingresso rabbioso dei dilettanti e l’aspirazione cieca al cambiamento”, intravedendo il rischio per “l’equilibrio politico” e per “la tenuta sociale e democratica nel suo complesso”. Poi giù con le solite promesse e con quello che “ho fatto” ma non si vede. Infine occorre “recuperare la credibilità della politica”.
Ecco, è proprio questo il problema: quale credibilità può avere uno che in Regione ha brillato solo perchè nipote di quell’altro, senza aver fatto nulla per le zone interne della Campania e per l’Irpinia? La mancata consegna del contributo già assegnato alla mia parrocchia è la metafora dell’inadeguatezza e dell’incapacità del personaggio, che non ha saputo amministrare in Regione, figurarsi cosa sarà capace di non fare nel Parlamento nazionale!
Pertanto, domenica prossima durante le Messe, rinnoverò l’appello ai mercoglianesi a votare chiunque tranne lui: lo farò in una chiesa dell’XI secolo, cadente, con ampie infiltrazioni di umidità, quasi per nulla riscaldata; un’antica chiesa a cui sono stati assegnati dall’Europa oltre 4 milioni di euro di contributo per il restauro, ma che per colpa di malaccorti e incapaci amministratori della Regione Campania, non si sa che fine abbiano fatto; anche perchè i tanti soldi per finanziare la discussa associazione e la struttura avellinese “Noi con loro”, invece la Regione li trova: “Una associazione che, sulla carta, ha lo scopo di integrare e accogliere i portatori di handicap nella città di Avellino. Il progetto è tanto caro alla famiglia De Mita (…) arrivano una pioggia di finanziamenti per il centro che via via assume dimensioni faraoniche. Riceve tanti soldi dalla Regione Campania. Nulla di male? Bè, il punto è che, ad oggi, i disabili di Avellino non vogliono neppure sentir parlare dell’associazione. Non solo non sono stati integrati ma, chi ha alzato la voce, è stato messo alla porta”. (Il fatto quotidiano 17.02.2013). Non sarà perchè “Noi con loro” appartiene alla zia di Giuseppe e moglie di Ciriaco, Anna Maria Scarinzi-De Mita?
Visto che nessuno della Regine Campania mi risponde, e nella speranza che nessuno abbia rubato il contributo - ma non ci sarebbe poi da meravigliarsi tanto! - inoltrerò un esposto alla magistratura perchè indaghi su eventuali reati di furto e appropriazione indebita, eventualmente commessi da Caldoro e De Mita jr.
Con cristiana franchezza
don Vitaliano

12 Febbraio 2013

Ratzinger scende dalla barca di Pietro

donvitaliano in religione

di Giovanni Avena | 12 febbraio 2013
E’ avvenuto quello che doveva avvenire. L’anziano cardinale tedesco, per lunghi anni “carabiniere” freddo e intransigente a guardia della più arcaica dottrina dogmatica e morale della Chiesa cattolica, divenuto Papa all’età di 76 anni, non ce l’ha fatta e ha gettato la spugna. Subito dopo la morte di Giovanni Paolo II, qualche giorno prima di entrare nel conclave che lo avrebbe eletto Papa della Chiesa cattolica, Ratzinger, nell’imponente scenario del Colosseo, in mondovisione, si era candidato, di fatto, a prendere il posto di Wojtyla col proposito di ricondurre la Chiesa nel contesto dottrinale e disciplinare del Concilio di Trento, stoppando il più celermente possibile le innovazioni del Vaticano II. Già da Prefetto del S.Uffizio aveva combattuto tutta la teologia scaturita dal Vaticano II, ma ora, candidandosi Papa al di sopra delle parti, più che i temi dottrinali, sceglie un tema più scioccante per l’opinione pubblica: la “sporcizia” nella chiesa, quella sotto gli occhi di tutti e quella nascosta. Messo da parte il felpato linguaggio del prelato di curia, pronuncia parole che qualche secolo prima, poteva aver pronunciato il frate domenicano Girolamo Savonarola, che denunciava a gran voce la sporcizia morale di cui era ammorbata la Chiesa. Per questo e per la sua lotta politica contro il cattivo governo il frate domenicano, per ordine di un Papa, Alessandro VI, fu mandato all’impiccagione e al rogo. Sembrò un Savonarola il cardinal Ratzinger, che, davanti ai cardinali elettori e alle telecamere di tutto il mondo, accusò i ministri della Chiesa di “tradimento e di “abuso della Parola”, di “superbia e autosufficienza”: “Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote, quanta sporcizia c’è nella Chiesa”. Checché se ne voglia dire, quelle parole suonarono subito come un’autocanditatura forte al soglio pontificio e un avvertimento-programma del suo pontificato. I lunghi anni trascorsi accanto a Giovanni Paolo II abbondantemente assente dal Vaticano per i suoi spettacolari viaggi, avevano fatto di Ratzinger il vero possibile continuatore della restaurazione iniziata da Wojtyla.
Così Ratzinger, in continuità col programma di restaurazione da Prefetto del S.Uffizio, nei suoi otto anni di pontificato non ha fatto altro che enunciare principi ed emanare condanne per chiunque – preti, vescovi, teologi, laici- si scostasse minimamente dalla più rigida dottrina dogmatica e morale della Chiesa. Individuò nell’aggiornamento del Concilio la prima causa della indisciplina degli ecclesiastici progressisti e del decadimento dei principi morali sui quali la Chiesa si era attestata come in una roccia immobile. Il suo primissimo intento fu dunque la neutralizzazione delle aperture volute dal Concilio. E per questo mandò subito un segnale di benevolenza ai seguaci dello scismaticoVescovo Lefebvre che negava la legittimità del Vaticano secondo e ne rifiutava le principali Costituzioni. I primi provvedimenti ebbero per oggetto la condanna di ogni innovazione liturgica da cancellare perché portatrice di “abusi liturgici”. Grande vittoria per i lefebviani, grande contestazione a difesa del Concilio da parte di vescovi, qualche cardinale e moltissimi parroci. Negli ambienti cattolici progressisti circolava la tesi che non era Ratzinger che riconduceva i lefebvriani nella Chiesa, ma erano questi che riassorbivano il Papa nei rigori della dogmatica, della disciplina e della morale della Controriforma tridentina.
Sarebbe troppo lungo l’elenco dei veti ribaditi da Benedetto XVI per inchiodare le donne e gli uomini nella precettistica della morale sessuale e della bioetica: nessuna attività sessuale fuori dalla volontà di procreare, nessun rapporto sessuale se non dopo la benedizione del matrimonio da parte del prete, quindi nessuna convivenza prematrimoniale e nessuna convivenza con partner divorziati, nessun uso di contraccettivi, niente comunione e assoluzione per questi ultimi perché considerati pubblici peccatori, nessun riconoscimento dell’omosessualità perché considerata o malattia o disordine morale, nessun uso di contraccettivi, minaccia dell’inferno per tutti questi peccati, compreso il peccato di masturbazione per gli adolescenti a partire dalla pubertà. E la bioetica? Due coniugi con problemi di fecondità, pur regolarmente sposati, che rivendicano il diritto alla paternità e maternità non possono ricorrere alla fecondazione assistita, perché, secondo Ratzinger,metodo contro natura. Anche in quest’ambito così intimo e delicato la dottrina ribadita da Papa Ratzinger non concede alcuna pietà e comprensione. Ai malati terminali e ai loro congiunti, secondo la stessa dottrina, viene imposto l’obbligo delle cure e dell’alimentazione forzata, per contrapporre al peccato della “buona morte” la condanna ad una vita penosamente vegetale.
Ma questa è la “legge” della Chiesa, e se ci vuoi stare la devi osservare. Appunto, di una Chiesa matrigna mille miglia distante dalla generosità e misericordia di Dio che la stessa Chiesa predica.
Probabilmente questi sono i peccati che, secondo Ratzinger, creano “sporcizia” nella Chiesa. Se ad essi si aggiungono i peccati della Chiesa e dei suoi uomini, il quadro diventa più fosco e catastrofico: la diffusissima piaga della pedofilia dei preti, le convivenze clandestine dei preti obbligati al celibato da una legge ecclesiastica (non di Dio!), i grandi e continui traffici finanziari della Banca vaticana, le ingenti somme di denaro della S. Sede investite in speculazioni finanziarie internazionali, la spropositata ostentazione di ricchezza della gerarchia ecclesiastica (durante le grandi celebrazioni pontificie l’abbigliamento liturgico di Ratzinger costa decine di migliaia di euro), gli intrallazzi economici tra le mura vaticane denunciati dagli stessi prelati e inascoltati dallo stesso Ratzinger che, anziché punire i colpevoli punisce chi li ha svelati e denunciati.
A completare il quadro del mare in tempesta in cui Ratzinger deve guidare la Chiesa, non è secondario il tema della cosiddetta dottrina teologica.
La ricerca teologica contemporanea è impegnata non tanto nella impossibile dimostrazione dell’esistenza di Dio, quanto nello sforzo di rendere accettabile e possibile all’uomo non il Dio astratto della teologia romana, imprigionato nel ristretto perimetro canonico della dogmatica istituzionale ecclesiastica, ma un Dio libero e liberante che rispetta le coscienze, non impone pesi, e corrisponde al desiderio di trascendenza e all’stanza di giustizia e di libertà presenti nella vita di ogni uomo e donna.
Ma Ratzinger si considera un grande teologo, e per questo si è fatto giudice assoluto, prima da Prefetto del Sant’Uffizio e poi da Papa, di tutte le controversie teologiche contemporanee. Ha condannato fino alla scomunica i più autorevoli studiosi di teologia di tutto il mondo quando le loro tesi o ipotesi teologiche si discostavano minimamente dal suo fondamentalismo teologico di stampo tridentino.
Così il teologo Ratzinger, “vicario di Gesù Cristo” e rappresentante di Dio in terra, con la sua autorità papale che dice discendergli direttamente da Dio, ha fatto fioccare sui suoi più autorevoli colleghi teologi condanne sommarie, inappellabili e definitive. Non a decine ma a centinaia, tra i più noti all’opinione pubblica mondiale: lo svizzero di formazione tedesca Hans Kung, il francescano brasiliano Leonardo Boff, il domenicano olandese Schillebeeckx, il fondatore della Teologia della Liberazione Gustavo Gutierrez, la teologa americana suor Lavinia Byrne, il missionario dello Sri Lanka Balasuriya, l’italiano Franco Barbero, il gesuita Dupuis, l’americano Curran, i religiosi americani Suor Gramick e padre Nugent ai quali viene imposto il divieto di interrompere il lavoro pastorale a favore degli omosessuali. E l’elenco è inimmaginabilmente lungo.
Ratzinger si era candidato Papa per purificare la Chiesa dalle scorie negative del Vaticano II, dal dramma della pedofilia dei preti, dagli abusi dei fedeli in fatto di sessualità e di bioetica, dai preti omosessuali, dal carrierismo degli ecclesiastici. Anche qui l’elenco è lungo. Ma negli otto anni di pontificato, anziché vedere risultati, ha visto diffondersi la “sporcizia” e le disobbedienze: i fedeli continuano a ignorare la precettistica rigida della morale nella loro intimità, gli scandali vaticani sono ogni giorno più sotto gli occhi di un’opinione pubblica indignata, i teologi sono sempre più lontani dai rigidi schemi dogmatici romani, i giovani non si confessano più, le chiese si svuotano, i seminari hanno sempre meno candidati al sacerdozio. Un altro elenco più lungo degli altri.
Ratzinger al timone della barca di Pietro la vede sempre più assalita da un mare sempre in tempesta in tutte le latitudini. L’ultimo scandalo, quello del furto di documenti segreti sotto il suo tetto e con la complicità dei suoi più stretti collaboratori, ha colpito lui personalmente e ha sbattuto la barca contro gli scogli di una sconcertata opinione pubblica mondiale. Non immaginava otto anni fa che gli potesse succedere. Oggi sente di non avere avuto e di non avere il vigore necessario per affrontare la tempesta e gli scogli: accetta la sconfitta, getta la spugna e scende dalla barca. E nessuno gli dirà: “cazzo, risalga a bordo!”

http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gavena/

Pagine successive »


Get Firefox!
18446744073709551615