Il pacifismo è morto?
di Luca Casarini*
Il «pacifismo defunto», di cui ci parla Enrico Euli, per quanto ci riguarda, ci è sempre stato estraneo: non abbiamo mai riposto speranze nella giuridificazione sovrana né per quanto riguarda la produzione né, tanto meno, per ciò che concerne la guerra e la pace. E d’altronde, chi sono i pacifisti nella storia?
Per noi pacifisti furono gli eretici europei che combatterono in armi gli eserciti imperiali nel 1500, lo erano anche i bolscevichi che per combattere la guerra fecero la rivoluzione, anche i partigiani che fecero saltare in aria il dominio nazista erano pacifisti e lo furono gli studenti americani che furono renitenti alla leva durante la guerra al Vietnam ma allo stesso tempo pacifisti erano i vietcong che scacciarono l’esercito Usa con la forza.
Oggi chi è pacifista? Quelli che sostengono che sia possibile partecipare alla guerra globale e permanente praticando una «riduzione del danno» oppure coloro che resistono alla propaganda?
Noi crediamo che i movimenti siano sempre caratterizzati da un andamento non lineare, caotico. Ciò significa che essere pacifisti qui e ora vuol dire essere per il movimento contro la guerra e agire di conseguenza, ad esempio demistificando una volta per tutte la dialettica violenza-nonviolenza e mostrarla per ciò che è, ovvero un discorso del potere. Vuol dire rovesciare in composizione antagonista la composizione sociale della moltitudine e sabotare i dispositivi di guerra biopolitica oggi presenti sul nostro territorio come, ad esempio, i Cpt e i presidi militari Nato. Essere pacifisti oggi equivale a essere liberi.
*dei Centri sociali del nordest

