25 Marzo 2006

padre Camillo Torres

donvitaliano in miscellanea, religione

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L’opzione rivoluzionaria di Camilo Torres

Le guerre e gli atti di intolleranza praticati da credenti delle più diverse religioni si fondano su una visione di Dio che ama il bene e odia il male, premia il giusto e castiga l’empio. Nel corso del tempo, molti religiosi si sono sentiti investiti della missione di essere la "spada di Dio" per castigare i nemici. I fondamentalismi e i fanatismi sono espressione di questo modo di vivere e di comprendere la fede. È interessante constatare, d’altro lato, che i grandi mistici sono stati anche persone immerse nell’efferve-scenza politica della loro epoca: san Francesco d’Assisi combatté il capitalismo nascente (come ben dimostra la magistrale opera di Leonardo Boff, San Francesco, tenerezza e forza). Tommaso d’Aquino difese, in Il regime dei principi, il diritto all’in-surrezione contro la tirannia. Caterina da Siena, analfabeta, interpellò il papato. Nel 1578, Teresa d’Avila, "donna inquieta, errante, disobbediente e contumace", come venne definita dal vescovo rappresentante del papa in Spagna, rivoluzionò, con san Giovanni della Croce, la spiritualità cristiana.

Cadono a febbraio i 40 anni dalla morte in combattimento del padre Camilo Torres, sacerdote cattolico che, sul finire della sua vita, fece parte di un gruppo guerrigliero e lottò fino alla morte per liberare la Colombia e trasformare il mondo. Molti hanno diffuso l’idea che Camilo Torres fosse un pretino fanatico e ingenuo che prese la strada che oggi corrisponderebbe al terrorismo. Molti vogliono far diventare il termine guerrigliero sinonimo di terrorista, sebbene molti eroi dell’indipendenza dell’Ame-rica Latina abbiano partecipato a guerre di liberazione, e il Brasile, che non visse una lunga guerra di indipendenza, abbia fatto di Tiradentes un eroe nazionale.

Camilo Torres è stato il leader di un’insurrezione armata che si preparava ad usare la tecnica della guerriglia. Fu scoperto e preso prima. Se non è possibile giustificare la violenza o canonizzare la guerra, è doveroso porre migliore attenzione alle complessità della storia. Quanto a Camilo Torres, per giustizia e verità storica, è bene chiarire: egli entrò nella guerriglia colombiana nel 1965, a 35 anni. Era già teologo e aveva concluso gli studi di Sociologia a Lovanio (Belgio). A Bogotà fu fondatore e professore della Facoltà di Sociologia e decano della Scuola Superiore Pubblica e dell’Istituto di Amministrazione Sociale. Fu rappresentante del cardinale presso la Giunta direttiva dell’Istituto Colombiano della Riforma Agraria.

È qui che Camilo prende conoscenza diretta delle condizioni subumane in cui vivevano i lavoratori e gli indios, e di come lo stesso aiuto dato dal governo e dalla Chiesa servisse per mantenerli nella dipendenza sociale e nella schiavitù. Per questo, egli lotta per introdurre criteri più giusti e perché la legge venga applicata senza eccezioni. Quando si rende conto che non ottiene nulla, si convince che la rivoluzione è l’unica via d’uscita possibile. Sa che la sua posizione scandalizzerà tutti. Per questo scrive: "Sono un rivoluzionario, come colombiano, come sociologo, come cristiano e come sacerdote. Come colombiano, perché non posso estraniarmi dalle lotte del mio popolo. Come sociologo, perché grazie alla mia conoscenza scientifica della realtà, sono giunto alla convinzione che le soluzioni tecniche ed efficaci non sono raggiungibili senza una rivoluzione. Come cristiano, perché l’es-senza del cristianesimo è l’amore per il prossimo e solo attraverso una rivoluzione si può ottenere il bene della maggioranza. Come sacerdote, perché dedicarsi al prossimo, come la rivoluzione esige, è un requisito dell’amore fraterno indispensabile per celebrare l’eucarestia".

Viene dimesso da tutti gli alti incarichi che ricopriva all’Università e destituito dal sacerdozio. Vescovi e sacerdoti non gli perdonano il fatto che egli abbia chiesto l’espropriazio-ne dei beni della stessa Chiesa. Camilo aveva tentato di fondare un ampio movimento educativo nella città. Viene minacciato. Si rifugia nelle campagne. Pensa che solo la guerriglia può veramente cambiare la situazione del popolo. Non è quello che, nell’accezione comune, si definisce un uomo violento. Al contrario, tutti quelli che lo hanno conosciuto lo consideravano una persona pacifica e umile. Ma era come il Mahatma Gandhi, il grande maestro della pace, che diceva di preferire un’azione violenta alla codardia o all’omissione. Il pastore Dietrich Bonhoeffer, teologo tedesco, martire del nazismo, affermava: "Non basta fuggire il male. È necessario combatterlo, o si diventa suoi complici". E attentò alla vita di Hitler dicendo: "Se io fossi su una strada in cui sta giocando un gruppo di bambini e, d’improvviso, vedessi un autobus guidato da un autista assassino venire dritto sui bambini… se avessi la possibilità di tirare una pietra sul parabrezza o porre un ostacolo sulla strada per fargli cambiare direzione e precipitarlo nell’abisso, anche se so che questo ucciderebbe l’autista, non esiterei a farlo per salvare la vita degli innocenti".

Camilo Torres entra in un gruppo di guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale e dice che lo fa per coerenza con l’eucarestia che celebra, rito che esige il dono totale della sua vita. I militari preparano un’imboscata e Camilo cade sotto i colpi della 5° Brigata dell’esercito colombiano.

Quarant’anni dopo, quanti cercano di vivere l’ideale di Camilo Torres comprendono che egli fu obbligato a optare per la lotta armata. Egli stesso insisteva sul fatto che la rivoluzione più profonda avverrà solo tramite l’educazione. Oggi più che mai, la pace e la giustizia non cresceranno attraverso atti di forza e di violenza. La parte più sana dell’umanità è convinta che non esiste guerra giusta e che nessun gruppo messianico salverà il popolo. Tutti coloro che si rifanno all’eredità di Camilo Torres si consacrano ad una rivoluzione nonviolenta, ma onorano la memoria di questo martire che, nella forma in cui ha potuto, ha dato la sua vita per un mondo di giustizia e di pace.

Questo ideale richiede la nostra adesione e ha bisogno della nostra consacrazione.

                             p. Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano e teologo della Liberazione (da ADISTA)

7 Responses to ' padre Camillo Torres '

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  1. Fabio said,
    on 26 Giugno, 2006 at 10:03

    Ho scoperto il nome di CamilloTorres banalmente, dal testo di una canzone. Una figura interessante, totalmente oscurata dai media. Forse è meglio, altrimenti ci tirerebbero fuori una fiction… Sicuramente fu un uomo "scientificamente coraggioso".. ce ne fossero di più, almeo teniamone vivo il ricordo e lo spirito.

  2. Claudio said,
    on 2 Maggio, 2007 at 21:20

    Alcuni anni fa è morto in Brasile un missionario comboniano: p, Angelo la Salandra, nato nel 1919 a Biccari (FG), sacerdore per 58 anni. Sognava di andare in Africa, come Daniele Comboni. Invece fu destinato all’Amazzonia prima, e poi a Sao Paulo. Si dedicò soprattutto al servizio dei carcerati e dei disperati denutriti che emigravano in città in cerca di fortuna. Era sempre in cammino, vero "prete della strada", giorno e notte, affrontando molti pericoli. A chi gli consigliava prudenza, rispondeva: <<Io porto sempre con me un mitra carico: 50 colpi!>> E mostrava la corona del rosario con i 50 grani dell’Ave Maria. Dopo la sua morte, i poveri hanno conservato un prezioso ricordo del suo esempio e del suo modo pacifico di fare la rivoluzione.
    Non mi permetto di giudicare le scelte di Camillo Torres, bisognerebbe forse viverle sulla propria pelle. Però io preferisco lo stile di don Angelo La Salandra. Quante volte, soprattutto da parte di laici colti e impegnati, si sente criticare lo stile di Lepanto? Quello, per intenderci, dei cristiani che impugnano la spada (ai nostri giorni il fucile o il mitra) per combattere il nemico di turno. Ricco o povero che sia. Mi spiace per Camillo, ma il fatto che fosse di sinistra non giustifica la sua scelta armata. Sarebbe puramente demagogico.  Cristo ha usato un’unica arma per cambiare il mondo: la via vita donata fino alla morte.  Ribadisco: sforziamoci di archiviare lo stile di Lepanto (sia preti che laici) e di imitare quello più difficile, ma evangelicamente più maturo, di Francesco d’Assisi, Gandhi, i monaci algerini dell’Atlas, di Annalena Tonelli, di suor Leonella e di tanti altri oscuri "eroi" che per fare la rivoluzione con Gesù Cristo non hanno avuto bisogno di compiere alcuna opzione armata. 
    Per giustizia alla memoria di Camillo Torres, vale la pena ricordare che anche lui riteneva che la rivoluzione più efficace e duratura si potesse ottenere solo con l’istruzione e l’aducazione a una convivenza pacifica. Requiem, Camillo. 

  3. odo said,
    on 16 Maggio, 2007 at 02:16

    nella storia del popolo di Dio ci sono eroi e popoli che uccidevano- noi siamo figli di Cristo che ha insegnato diversamente- ma ogni comportamento dipende dal modo con il quale si risponde a una situazione : non giudichiamo . Mi ha colpito un discorso di Don Mazzolari dove dice, credo, :io voglio credere che alla fine anche giuda sarà perdonato e che tutti saranno perdonati- D’altra parte anche nella Bibbia si legge che Dio , per preghiera o per amore, cambia idea : credo che pregare perchè cambi idea sia il futuro della Chiesa-

  4. dna said,
    on 25 Febbraio, 2008 at 17:12

    conosco abbastanza bene la storia di Camilo. Il testo di Barros omette che era anche cappellano dell’UNiversità statale di Bogotà.oggi , ahimè, il mito di Camilo rimane un esempio per le frange studentesche delle FARC, il gruppo di narcotrafficanti colombinai che solo a parole si ispira a Bolivar e al marxismo. nei fatti sono narcoterroristi.
    è interessante sapere che Gustavo Gutierrez, il fondatore della Teologia della Liberazione, conobbe Camilo a Lovanio, dove entrambi hanno studiato.
    Oggi sappiamo che allora la revolucion in COlombia aveva un senso dufferente da quello che ha adesso. ora rimane ben poco di pulito.

  5. Irina Fox said,
    on 10 Maggio, 2009 at 11:39

    la situazione determinatasi nel mondo intero, soprattutto per quello occidentale, per mezzo della pratica del consumismo, è molto pericolosa per l’accaparramento con qualsiasi mezzo, lecito e illecito, delle risorse destinate a tutti da parte di pochi. Ci troviamo nella situazione colombiana e non solo di padre Torres. Ci sono governanti interessati a porre delle regole per normalizzaqre la situazione? No. La stessa chiesa, ben diversa dalla chiesa comunità dei cristiani, non ha interesse ad essere la chiesa di Cristo e ciò, da sempre, per vergognosa connivenza tanto che l’abitante stesso di Piazza San Pietro, oltre ad affacciarsi dalla sua piccionaia e mai cacciare mercanti e cambiavalute dal tempio, si associa ad essi tanto da celebrare il suo genetliaco nella tana di satana che per petrolieri ed armieri ha portato il mondo al punto in cui siamo. Ci troviamo quindi in condizioni ancor peggiori di quelle del santo Camilo e, potrà esserlo, per mano della chiesa di satana se a questa in futuro potrà essere conveniente additarlo alle masse dei credenti. Vergogna. C’ è un altro modo se non quello di Camilo e degli altri eroi del suo tempo? Non credo. Io, Cavaliere dell’Ordine Pontificio di S. Gregorio Magno per mano di colui che emanò la Populorun Progressio, anch’egli prigioniero della chiesa delle convenzioni e degli interessi che “c’azzecca con Cristo” per dirla alla Di Pietro?

  6. demetra said,
    on 19 Maggio, 2009 at 07:08

    per vagliare l’intelligenza

  7. Irina Fox said,
    on 26 Maggio, 2009 at 03:06

    mi pongo costantemente la domanda come conciliare la vita della fede con quella della società civile, con l’etica dello stato. Iddio immolò suo Figlio, il Figlio dell’uomo. Lo stato, laico o meno ma sempre, stato, deve darsi delle regole e deve farle rispettare. Credo che tra le due realtà ci sia differenza. Come conciliare l’una con l’altra? Per cortesia, qualcuno me lo sa indicare? comprendo che la vita della chiesa si trova in mezzo a queste due realtà difficili da conciliare, dal perdonismo alla fecondazione della vita civile con lo spirito del vangelo.Sono conciliabili queste due facce della medaglia, soprattutto le ingiustizie, le ineguaglianze che si creano per il deterioramento della vita civile a discapito degli ultimi solitamente, come deve affrontarli un cristiano nella vita civile, come deve affrontarli la chiesa definita dal Card. Martini una realtà necessaria da non confondere con Dio? Vi prego, qualcuno me lo spieghi poiché il comportamento di un cristiano nella vita è molto difficile dovendo conciliare il perdono con la applicazione di norme nella società civile. Il perdono è la vita dello spirito, la società civile deve essere giusta, non può applicare il perdono poiché renderebbe invivibile la società. QWualcun mi dica come conciliare le due cose. E’ dai tempi della Populorum Pregressio che vado sbarellando su questa realtà dalla duplice faccia. Vi prego, qualcun m’aiuti.

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