Signor cardinale,
io non sono tra quelli che, come ha fatto il portavoce del Vaticano che ha parlato di una gestione attuale dei beni della Congregazione, di cui lei è stato Prefetto, “diversa dalla precedente”, scaricano su di lei ogni responsabilità delle scelte poco chiare che oggi emergono nelle varie inchieste della magistratura.
Lei oggi è alla ribalta della cronaca per una vicenda che non fa onore alla nostra Chiesa. Una vicenda sulla quale non spetta certamente a me - né a nessun altro che non sia la magistratura - emettere un verdetto anticipato, ma rispetto alla quale, però, mi sento nel pieno diritto di fare e suggerire alcune riflessioni.
Voglio partire - e fermarmi - dalla presunzione della sua innocenza.
In questo momento lei ha su di sé i riflettori accesi e l’attenzione di stampa e televisione. Da innocente, quale occasione migliore per rendere, di fronte ai molti milioni di persone che la ascoltano e la guardano, un’autentica testimonianza cristiana, un messaggio chiaramente diverso da quello che molti inquisiti potenti hanno mandato in questi anni. Lei è un cardinale, un “cardine” su cui poggia la Chiesa, uno dei prescelti a testimoniare fino all’estremo, fino al sangue, che il rosso porpora della sua veste le ricorda continuamente; è uno dei prìncipi della Chiesa e essere principe nella Chiesa è diverso da essere potenti nel mondo, è essere uno dei prìncipi di quel re, Gesù Cristo, che si è lasciato processare dagli uomini come l’ultimo dei delinquenti. Ma tutto questo non devo essere io a ricordarglielo.
Sono certo che lei non si difenderà “egoisticamente” gettando facile discredito su magistrati inquirenti e giornalisti, come solitamente fanno i potenti; e sono certo che lei non si difenderà abusando della sua posizione e del ruolo che ricopre.
Alcuni anni fa, quando lei era stato scelto da papa Giovanni Paolo II per preparare il Giubileo del 2000, e cominciavano ad essere evidenti le contraddizioni e gli sprechi che si stavano manifestando nella preparazione di quell’evento, le scrissi una lettera, ripresa da alcuni giornali, per ricordarle la condizione di precarietà di ogni povero. Con la mia Comunità parrocchiale stavo riflettendo in modo sofferto sulle contraddizioni del Giubileo, quando un vecchio, che leggeva da un quotidiano le notizie che si rincorrevano in quei giorni, sui finanziamenti sproporzionati per il Giubileo, sorridendo mi chieste cosa ne pensassi; di fronte ai miei imbarazzati giri di parole per dipingere luci ed ombre di un fenomeno che, da esclusivamente religioso quale dovrebbe essere, stava diventando troppo economico, mi ricordò un detto delle nostre zone che forse anche Lei conosce: “Scialate puttane che sta arrivando il Giubileo”. Il grande appuntamento del 2000 stava cominciando a prendere la mano degli organizzatori e, nello stesso tempo, a sfuggirvi di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravedeva, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità.
Il Grande Giubileo stava diventando un grande circo, sempre più simile alle olimpiadi o ai mondiali di calcio, ma di ben più grandi proporzioni. Era diventato un treno sul quale chiunque aveva la possibilità di gestire qualcosa stava cercando di salire, non importava se con urti e spintoni, non importava a cosa fossero davvero finalizzati i progetti e quale ne fosse l’utilità e la qualità.
Oggi i nodi vengono al pettine. Spero sinceramente che la sua posizione giudiziaria venga chiarita senza ulteriori conseguenze e che lei risulti estraneo alla corruzione e ad altri reati. Credo, comunque, che questa triste vicenda vada vista come provvidenziale e sia lo stimolo per lanciare nella Chiesa, semmai a partire da lei, una approfondita riflessione sul giusto rapporto che deve intercorrere tra i vertici della Chiesa e quelli civili, tra i vescovi e i potenti, tra il Vaticano e i potentati economici e finanziari, tra i beni terreni che la Chiesa gestisce e i poveri, soprattutto in un tempo di crisi economica globale che l’umanità sta subendo.
Approfittiamo per liberarci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie; approfittiamo per riconciliarci con la terra, che non deve più essere oggetto di sfruttamento, e con gli uomini e le donne che la abitano, che non devono essere più sfruttati. “Spalancate le porte a Cristo” è stato lo slogan dell’ultimo Giubileo: spalanchiamo le porte ai poveri cristi; spalanchiamo, ad esempio, le porte delle case di proprietà della Chiesa, e lasciamoci entrare i tanti, i troppi senzatetto.
Spalanchiamo le porte delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno, grazie anche a noi, potrà finalmente uscire.
Se, anziché queste porte, permetteremo ancora che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi, se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, allora le porte di Dio resteranno davvero chiuse, soprattutto per noi!
Con cristiana franchezza
don Vitaliano Della Sala
Mercogliano, 20 giugno 2010
alcuni prelati, sopratuutoo delle alte “sfere” sono sempre meno Cristiani
A mio modesto avviso la Chiesa sta perdendo sempre più di vista il suo scopo che è quello di “testimoniare” il Vangelo e non di “imporlo”. Quando sento che la Congregazione della Fede gestisce più di 200 immobili solo a Roma, mi fa rabbia sentire la martellante pubblicità dell’8 per mille. Si dice che c’è gente che ama i preti per amore di Dio e gente che ama Dio per amore dei preti. Bè io faccio parte di quelli che amano la Chiesa per amore dei preti, ma preti come don Vitaliano, don Gallo, don Ciotti (e pochi altri) che rappresentano l’idea che io ho della Chiesa, alla quale mi sento orgoglioso di appartenere. Perché stanno a contatto con la gente e ne interpretano e condividono malesseri e disagi. Un incoraggiamento a continuare così!
Come sempre gli argomenti da lei trattati trovano piena corrispondenza con il mio pensiero e il mio modo di essere cristiana. L’episodio del cardinale è un altra delusione è esattamente ciò che contribuisce ad allontanarmi da questa “Chiesa”, la chiesa dei potenti, delle forti contraddizioni. Predicano bene e razzolano male! Che tristezza. Cosa possiamo fare affinchè le cose cambino? Limitarci solo a parlarne? Non credo Una via ci deve essere e forse Cristo sta aspettando. Fraternamente Giovanna
Caro don Vitaliano,
ti ringrazio per questa lettera. Preti come te mi riconciliano con il mio senso di appartenenza alla Chiesa, spesso fonte di sofferenza e amarezza…
Mi permetto di segnalare in questo spazio la mia “Lettera aperta al Card. Crescenzio Sepe”, pubblicata sul mio blog “Italia - Un paese in esilio”:
http://italiadaritrovare.blogspot.com/2010/06/lettera-aperta-al-card-crescenzio-sepe.html
Un fraterno abbraccio.
Domenico Còndito
finche la chiesa non sarà povera non sarà credibile, finchè non è credibile non è chiesa, se la gerarchia continua a pensare che il fine
giustifica i mezzi è alla fine e non ha un fine. Della povertà la gerarchia ha paura perchè ha chiuso ormai da secoli le porte a Gesù.
La povertà è il cardine che regge la chiesa non i cardinali.
Il cardinale Sepe ha l’occasione di vendere i beni inutili e aiutare i poveri e con i beni abitabili aprire loro le porte per poi purificare la collusione tra potere religioso e politico che ha rovinato e arruginito un giubileo che doveva restituire i beni che legittimamente aspettano ai poveri e che sono stati loro sottratti illegalmente.
Purtroppo temo ce come per l’altro problema silenzio e vittimismo e non conversione muoveranno i passi della gerarchia
Caro Don Vitaliano, la chiesa quella vera, quella che definisco celeste non si trova certo nel Vaticano e, fatalmente, ma inevitabilmente, più dal basso si sale verso l’alto, nella gerarchia ecclesiale e più ci si sposta dalla vera chiesa verso la falsa chiesa, quella ben rappresentata dalla struttura politico-economico-affarista che con il Messaggio Evangelico non ha proprio NIENTE a che fare.
Caro don Vitaliano, mi sono trovato per caso sul tuo sito seguendo una ricerca su un’altra persona; però lo conoscevo già ma non lo frequentavo spesso. Devo dirti che mi trovo perfettamente d’accordo con te sul caso Sepe che è una delle tante punte di un iceberg che assume dimensioni sempre più devastanti. Io amo la Chiesa, credo nel magistero e nel sacerdozio sacramentale, credo che la Chiesa sia nata come espressione dell’amore di quel Cristo che ha dato principalmente per lei, oltre che per tutta l’umanità, la sua vita. E proprio per questo soffro delle vicende degli ultimi mesi sulle quali gli anticlericali aggiungono molto di loro, spesso anche bugie travestite da verità. Ma sento molto forte il bisogno di esprimere il mio rammarico per l’incapacità di tanti addetti ai lavori (tuoi e miei confratelli) di capire che quello che sta accadendo è un forte richiamo alla conversione per tutti e non solo nelle parole, come sta facendo giustamente il papa, ma nei fatti: una chiesa povera, non a servizio dei poveri, una chiesa pacifica, una chiesa che urla la verità come Giovanni Battista a costo di farsi decapitare, in poche parole: la chiesa per la quale lottava e pregava don Tonino Bello, diventerebbe non solo più credibile ma anche più vera e ………………. più santa! Affettuosamente. Nicola.
sei un grande “essere umano” grazie di ricordarmi i veri valori per cui un religioso dovrebbe dare la vita!
Dal cardinale al prete di periferia secondo me è una questione di mentalità e cultura.
A Mercogliano ad esempio stanno uscendo uno dopo l’altro gli eredi di “don” Aurelio che devono spartirsi le case lasciate in eredità….
Servono preti come te, con i piedi ancorati alla realtà e con un grosso senso di umanità ma soprattutto di GIUSTIZIA MORALE.
Ciao