Agosto 2003

                                                

Le ultime Comunicazioni consegnatemi dall’Abate di Montevergine sono un ulteriore, immotivato e ingiusto accanimento contro di me; inoltre limitano e violano i miei diritti umani e sacerdotali.

Se non fosse che a redigerle è stato il mio vescovo, sembrerebbero dettate da un sentimento di vendetta dopo il mio ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Ovviamente obbedirò a quelle disposizioni, pur non condividendole e ritenendole ingiuste. La mia, come sempre, è un’obbedienza in piedi, un’obbedienza a Gesù Cristo e alla Chiesa che, anche se in questo momento mi sta mostrando il suo volto umano peggiore, stupido e arrogante, è pur sempre mia Madre che amo.

Perciò, con dispiacere, non ho partecipato alla presentazione del libro Vite disobbedienti  al Campeggio no-global di Campobasso; resto convinto che il Movimento dei movimenti esprime il meglio di questo inizio di millennio e i campeggi, sono luoghi dove si cresce insieme e si progetta futuro. E’ estremamente sciocco che una parte della Chiesa cattolica demonizzi i no-global; come è estremamente vero che tantissima parte della Chiesa cammina e lotta con il Movimento per costruire l’altro mondo possibile. Per questo chiedo a coloro che fanno parte del Movimento noglobal di non farsi un’idea sbagliata della Chiesa e di non dare un giudizio troppo severo nei confronti del mio vescovo, ma di comprenderne i limiti e le chiusure: il Papa e la Chiesa, nel rispetto delle differenze reciproche e in quella “convivialità delle differenze” che ci caratterizza, sono con il Movimento!

Risponderò all’Abate punto per punto. Per ora preciso che la Comunità di Sant’Angelo a Scala, che ho avuto l’onore e la gioia di servire per dieci anni e che perciò conosco bene, è matura, adulta e capace di fare le proprie scelte e di prendersi le proprie responsabilità, in piena autonomia e senza bisogno di tutori e di suggeritori occulti. Anziché scaricare la colpa di quello che sta succedendo a Sant’Angelo sul sottoscritto, con umiltà e rispetto, suggerisco ancora una volta all’Abate, di fare di tutto per incontrare quel pezzo di Popolo di Dio, di farsi carico del momento di smarrimento che sta vivendo la porzione di Chiesa che è in Sant’Angelo a Scala, di essere per quel “piccolo gregge” un buon pastore capace di rassicurarlo, di mettersi in cerca della “pecorella smarrita”, di amare la più debole, di aiutare quella in difficoltà, di stringersi al petto la più insicura; l’Abate, invece ricerca con pignoleria gesti che “pongono [i fedeli di Sant’Angelo a Scala] già al di fuori della Chiesa Cattolica” privandoli dei Sacramenti, mostrando così di non comprendere che quei gesti sono solo un grido di dolore e una richiesta di aiuto, gesti che chiedono comprensione e misericordia.

Penso inoltre che non sia una questione di numeri, né sia una gara a chi ha più “sostenitori”: 700, 500, 24 o un fedele soltanto, meritano la stessa attenzione e comprensione da parte del vescovo.

Per il resto mi viene in aiuto la Parola di Dio, come sempre viva e capace di rispondere all’oggi del nostro esistere. Infatti, nella liturgia della Parola del 25 luglio, giorno in cui mi è stato notificato dall’Abate il suo ultimo provvedimento nei miei confronti e festa di San Giacomo Apostolo, titolare della chiesa di cui sono stato parroco, si legge:

“Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo. Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale”(Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi 4, 7–10).

 

 

don Vitaliano Della Sala

parroco rimosso di Sant’Angelo a Scala

 

 

 

 

Maggio 2003

10 giorni in Iraq

«Bisogna andare e stare al centro delle contraddizioni», diceva don Tonino Bello, il compianto vescovo di Pax Christi che malato di cancro volle andare ugualmente a Sarajevo nei giorni della guerra in Bosnia, perché solo dal «centro di quella contraddizione» si poteva cominciare a comprendere il perché di quella assurda guerra.

Le due guerre contro l'Iraq, gli oltre 10 anni di embargo, l'agonia di un intero popolo e la sua voglia di liberarsi, l'insofferenza verso l'occupazione americana, non può essere compreso se non a partire dall'Iraq stesso. E’ perciò necessario andare in Iraq per essere testimoni dei mali che la guerra ha provocato; è anche doveroso andarci per sentirsi dire, come in una litania, dai bambini del poverissimo quartiere che fino a poco tempo fa si chiamava Saddam City: «Mister dov'è l'acqua; mister dov'è l'energia elettrica; mister dov'è il pane che ci avevate promesso?». Bisogna sentirlo questo lamento che si conficca nella orecchie, nel cervello e nel cuore; e bisogna star male sentendolo, per capire quanti torti abbiamo fatto agli iracheni nell'ultimo decennio. Il futuro di questa terra e della sua gente non può essere compreso se non a partire dall’Iraq stesso, dalle sue città tanto diverse tra loro, dalle sue tante religioni, dalla sua storia, dal sole e dalla sabbia del deserto, dalle sue tante, troppe contraddizioni.

Sono andato in Iraq dal 17 aprile scorso a domenica 27, con una piccola associazione di Pescara, «Aiutiamoli a vivere», perché non credo nei mega-progetti, nel carrozzone della cooperazione italiana ed internazionale. Credo invece che dalle piccole cose, dai progetti fattibili, dal volontariato, possa realizzarsi un futuro di speranza per l'Iraq.

Perciò occorre che il movimento dei movimenti agisca per garantire una propria presenza in Iraq.

Dieci giorni in Iraq mi sono bastati per rendermi conto della drammaticità della situazione di un popolo martoriato da due aggressioni militari e da 12 anni di embargo.  Sono stato prima a Baghdad, poi a Bakuba, una grossa città di 400mila abitanti a 70 km a nord est della capitale irakena, infine a Kerbala, la città santa degli sciiti. Ho potuto toccare con mano la drammaticità della situazione irachena, parlando a lungo sia con la minoranza cristiana, sia con rappresentanti sciiti, sanniti e kurdi. Sono rimasto particolarmente impressionato dalla visita alla moschea di Kerbala dove si venera la tomba dell’imam Hussein, il martire degli sciiti. Ha assistito al pellegrinaggio degli sciiti e alle manifestazioni religiose a Baghdad e a Kerbala. Mi ha colpito la loro compattezza: questa corrente dell’Islam vive la propria fede in un modo molto militante, duro; gli sciiti danno il senso di essere un corpo unico, si sentono una vera e propria famiglia; hanno un modo di vivere la propria religiosità molto diverso da quello a cui noi siamo abituati. Ho compreso perciò la preoccupazione del nunzio apostolico vaticano a Baghdad, mons. Filoni: “c’è il rischio reale che l’Iraq diventi un nuovo Iran, con l’instaurazione di uno stato islamico proprio da parte degli sciiti che sono la maggioranza della popolazione irakena”, mi ha detto. Stessa preoccupazione mi è stata espressa da mons. Varduni, ausiliare del patriarca Caldeo e da numerosi parroci che ho incontrato a Baghdad. Una cosa è certa gli sciiti saranno determinanti nel futuro dell’Iraq.

Ma la preoccupazione della minoranza cristiana - circa 900mila persone di cui 700mila caldei cattolici - sembra non trovare riscontro nelle parole dei leaders sciiti. Il dato positivo del regime di Saddam Hussein – forse l’unico - è stata l’instaurazione di uno Stato veramente laico, con la separazione netta fra stato e religione, e tolleranza per tutte le religioni. Là dove, per esempio, esisteva una certa percentuale di studenti cattolici, il 25%, veniva insegnata la religione cattolica; esistono molte chiese e alcune sinagoghe in Iraq e professare la propria fede era normalmente consentito. Ma per fortuna anche per gli sciiti il valore della laicità dello Stato è qualcosa di consolidato che nessuno ha intenzione di mettere in discussione anche nel nuovo Iraq del dopo Saddam: “l’Iraq non tornerà mai indietro, continuerà ad essere uno stato laico”, mi ha detto un imam sciita a Kerbala. Certo vedendo le mosche a le manifestazioni durante il pellegrinaggio, si è confermati nella convinzione che se gli sciiti vogliono imporre uno stato islamico possono senz’altro farlo, perché hanno i numeri e la compattezza necessaria per ottenerlo.

Altro elemento su cui riflettere nella situazione irachena, è relativo al crescente sentimento antiamericano; “prima di essere cristiani, sciiti, sunniti o curdi, siamo iracheni e non tollereremo intromissioni nella nostra politica da parte di nessuno, né degli americani, né degli arabi” questo, più o meno, mi hanno ripetuto tutti gli iracheni con cui ho parlato, manifestando un forte senso di appartenenza al proprio paese al di là delle differenze religiose o etniche, che in questo momento sembrano essere secondarie. Da questo forte nazionalismo nasce l’antiamericanismo. Gli americani vengono visti sempre più come occupanti, perciò ormai tutti gli iracheni, anche quelli che li hanno accolti come liberatori, dicono che ora se ne devono andare; sui muri di Baghdad si leggono molte scritte del genere: you liberated US? O. K. Thank you. Go home.  Anche per questo molti degli esuli ritornati in Iraq al seguito degli americani, sono malvisti proprio perché sono tornati con le truppe di occupazione.

Sul fronte politico la situazione è molto precaria. Si sono formati già 64 partiti e ogni giorno si rischia che l’equilibrio che tiene oggi insieme gli iracheni salti. Il futuro dell’Iraq, può sembrare una banalità, dipenderà da come verrà gestito il presente, soprattutto da parte degli americani e della comunità internazionale.

Gravissima è la situazione umanitaria ed igienico sanitaria che ho potuto toccare con mano in particolare nella città di Baghdad dove l’unico ospedale non devastato è stato quello cattolico, il “San Raffaele”, e dove ci sono stati i primi preoccupanti casi di tifo e di colera a causa della mancanza di acqua potabile, della distruzione delle fogne e della spazzatura che non viene raccolta da mesi. Diversa la situazione in tutte le altre città dell’Iraq “governate” da leaders religiosi o dai kurdi: qui non vi sono stati saccheggi e l’organizzazione sciita o kurda, che già esisteva prima della guerra, è riuscita a garantire sia una certa assistenza sanitaria e alimentare, sia l’ordine pubblico. L’alimentazione in tutto l’Iraq non sembra comunque essere un’emergenza quanto quella sanitaria.

Nessuno sa dirti quanti soldati iracheni sono morti, né penso lo sapremo mai. Si racconta comunque di massacri spaventosi e se ne vedono le tracce soprattutto attorno alla capitale. Relativamente pochi, invece, sono stati i morti civili – un paio di migliaia? – perché sembra che le bombe abbiano veramente centrato gli obbiettivi, attorno ai quali però ci sono state comunque forti ripercussioni, con crolli e danneggiamenti, ecco perché è impressionante e sproporzionato il numero dei feriti di questa guerra, che continuano ad aumentare ogni giorno per effetto delle cluster-bombs disseminate in tutto l’Iraq. A pagare, come sempre, sono i più deboli e indifesi.

Mentre a Baghdad e in altre grandi città l’emergenza sanitaria si chiama mancanza di medicine e, molto presto, se non si interverrà, si chiamerà tifo e colera, a Kerbala e nel sud il pericolo si chiama malaria e “mosca del deserto”: si tratta di una mosca che con la sua puntura provoca una malattia infettiva e mortale, che era stata debellata ed è poi riapparsa per la mancanza di DDT, che nessuno vendeva più all’Iraq a causa dell’embargo relativo alle armi chimiche.

In Iraq in questo momento servono soprattutto medicinali; la situazione è così grave che le amputazioni degli arti e altri interventi chirurgici vengono spesso praticati senza anestesia. Servono poi investimenti che rimettano in sesto gli ospedali esistenti che non hanno nulla da invidiare ai nostri, ma che hanno bisogno di una manutenzione che è mancata per anni, e sono invece dotati di personale medico preparato. Dico questo perché il governo italiano vuole, ad esempio, realizzare un grande ospedale da campo al centro di Baghdad ma i medici iracheni, che pur non essendo pagati da mesi, continuano a fare il loro lavoro, non sono d’accordo perché una tale struttura sarebbe costosa da realizzare, difficile da utilizzare, praticamente inutile. Se vogliamo veramente aiutare quel popolo a risollevarsi, bisogna che i progetti di aiuto alla popolazione vengano fatti in collaborazione con gli iracheni, e non vengano imposti dall’alto. Sarebbe bene lasciare agli iracheni la decisione sui progetti da realizzare, coinvolgerli, chiedere loro che cosa effettivamente serve. Un aiuto notevole potrebbe essere realizzato attraverso i gemellaggi, per esempio fra i comuni, gli ospedali, le università e le scuole italiane, con analoghe strutture irakene. In tal modo la raccolta di fondi e la loro spesa in Iraq potrebbe essere gestita dal basso nel migliore dei modi. Per quanto riguarda i medicinali credo sia improponibile raccoglierli fra i privati, perché sarebbe difficilissimo selezionarli per tipo e per scadenza e dispendioso portarli in Iraq. Occorre perciò raccogliere fondi per poter comprare, per quanto possibile in Siria o Giordania quello che effettivamente serve, o sollecitare grosse donazioni da parte di industrie farmaceutiche italiane.

L’Iraq ha bisogno di tanta solidarietà, ma occorre che questa sia mirata; sicuramente non ha bisogno degli “avvoltoi” della solidarietà che si augurano guerre e calamità naturali per poter speculare e sperperare risorse; questa volta non dobbiamo permettere la sceneggiata della presunta cooperazione governativa italiana, già tristemente nota in molti angoli martoriati della terra. Dobbiamo sottrarre la gestione della solidarietà e degli aiuti umanitari ai governi spreconi e ai militari e dobbiamo fare in modo che ritorni alla società civile, alle associazioni e alle ong. Non è possibile che chi ha bombardato l’Iraq o taciuto di fronte ai massacri, ora gestisca anche gli aiuti umanitari. Il popolo della pace che tanta parte ha avuto nel tentativo di evitare la guerra, pretenda ora di essere protagonista della ricostruzione dell’Iraq.

Grande scalpore hanno fatto i saccheggi alle immense ed inestimabili opere d’arte dell’Iraq. Secondo quello che mi hanno riferito gli iracheni i saccheggi sono stati permessi, se non commissionati, dagli occidentali; si pensi che il saccheggio del museo nazionale di Baghdad è stato fatto sotto gli occhi dei soldati americani, che già presidiavano la città. L’arrivo degli americani ha trasformato Baghdad in un mercato dell’illegalità dove è possibile trovare di tutto, dai passaporti in bianco, alle targhe automobilistiche, alle armi più sofisticate provate sul posto. Ho sentito mitra e pistole sparare a tutte le ore, non sempre erano dimostrazioni, molto spesso erano scontri tra irakeni e soldati americani. Gli iracheni dicono che i saccheggi di massa compiuti dalla popolazione sono serviti per coprire il furto mirato di importanti opere d’arte; a tale proposito, molti giornalisti citano la recente modifica della legge USA sull’importazione delle opere d’arti, che ora consente l’ingresso negli Stati Uniti anche di opere d’arte di dubbia provenienza. Al posto di confine con la Giordania, per esempio, sono state sequestrate molte opere d’arte nei bagagli di alcuni giornalisti statunitensi. L’attacco alla cultura irachena è stato un vero scempio, tanto che l’altra emergenza, dopo quella sanitaria, è sicuramente quella culturale e anche qui occorrono gemellaggi che aiutino le associazioni culturali irachene a rinascere. Il “Circolo della cultura” di Baghdad, un luogo di ritrovo per intellettuali, artisti e oppositori, ha ripreso faticosamente a funzionare. Ho incontrato, fra gli altri, Sahad Altai, un pittore noto in tutto il Medio Oriente, e altri artisti, alcuni dei quali incarcerati e torturati sotto il regime perché accusati di essere comunisti. Da questi incontri ho potuto trarre la convinzione che l’Iraq non è un paese di barbari, come vogliono farci credere, né un paese del terzo mondo. Le associazioni culturali e gli intellettuali, spesso hanno attuato, per quanto era possibile e senza nessun nostro appoggio, una silenziosa opposizione al regime di Saddam, ora bisogna sostenerli; anche e soprattutto da questi occorre ripartire per progettare l’Iraq di domani; anche e soprattutto questi bisogna coinvolgere nel futuro governo irakeno, per evitare derive integraliste e egemonie esterne.

                                                             don Vitaliano

 

 

Marzo 2003

 

A Giovanni Paolo II

Papa della Chiesa cattolica romana

 

                                                                                                  Roma, 5 marzo 2003

 

     In questi giorni carichi di preoccupazione per le sorti della pace nel mondo non possiamo non salutare con grande speranza e con sincera solidarietà tutte le iniziative, singole e di popolo, di gente umile e di personalità politiche e religiose, in favore della pace e contro la guerra.

 

     Qualcuno, con un pizzico di fantasia, ha chiamato noi “preti contro” perché, pur in situazioni personali e storie ecclesiali fra loro differenti, ci siamo trovati spesso a dover fermamente dissentire da indicazioni disciplinari, prospettive teologiche, norme pastorali della gerarchia della nostra Chiesa cattolica romana.

 

     Non vogliamo, in questa sede, ripercorrere queste problematiche, ma solo ribadire che, forse, sarebbe giunto il momento che Lei stesso aprisse un dialogo – franco, reale ed onesto – sulle questioni che ci hanno diviso e specialmente su quelle che riguardano l’opposizione alla guerra e la umile partecipazione comune ai movimenti pacifisti dal basso che papa Giovanni ha chiamato “segni dei tempi”. E’ ora che risuoni la parola della pace – e dunque di una comunione non formale, ma aperta alle differenze e sostanziata di reale dibattito – anche nei rapporti interni alla nostra Chiesa e nel rispetto, nella sua organizzazione, di quei diritti umani e di quella fraternità e sororità che si proclamano come ideale al mondo intero.

 

     Del resto, “preti contro”, ci pare una etichetta un poco riduttiva. Infatti – consci naturalmente dei nostri limiti – noi non siamo mai stati e non siamo “contro la Chiesa”, che amiamo, ma “contro” molte delle sue strutture oppressive e lesive della libertà battesimale dei figli e delle figlie di Dio. E siamo “contro” per essere “per”: per una fede adulta; per una Chiesa in cui norma, e non eccezione, sia il dibattito, il confronto, il dialogo e la pluralità di voci pur unanimi nella fede nel Signore Gesù. E siamo preti “con” perché compagni di strada dell’umanità, perché vogliamo condividerne il cammino.

 

     E’ dunque con soddisfazione e speranza che noi abbiamo visto e vediamo risuonare la Sua voce a favore della pace e contro questa guerra, quella ipotizzata contro l’Iraq.

 

     Il proposito di stroncare il terrorismo – una piaga che anche noi naturalmente riteniamo pestifera – non può giustificare la “guerra preventiva”. Al contrario, essa lo moltiplicherebbe perché le ingiustizie e le brutalità insite nella “guerra preventiva” sarebbero come sementi da cui nasceranno continuamente terroristi che vorranno vendicare l’affronto e l’ingiustizia patita da loro stessi, o dai loro padri.

 

     Per quanto riguarda l’Iraq, sappiamo bene che in questo paese non vi è democrazia: l’opposizione è ridotta al silenzio, il dissenso punito con la morte, i curdi privati dei loro sacrosanti diritti. Ma il problema non è se in Iraq vi sia, o no, democrazia; ma se la “guerra preventiva” – che colpirebbe migliaia di innocenti – sia la medicina giusta per estirpare la dittatura da quel paese. E noi rispondiamo di no. Del resto, molte sono le dittature nel mondo e nessuno ha ancora capito perché gli Stati Uniti d’America abbiano deciso di estirpare alcune di queste, mentre la stessa Superpotenza ne tollera e blandisce altre, ritenute strategicamente comode. 

 

     Per il mercoledì delle Ceneri, Lei ha invitato i cattolici a una giornata di preghiera e di digiuno per ottenere da Dio il dono della pace. Anche noi ci uniamo, convinti, a questo coro di umile speranza e di preghiera responsabile; e invitiamo le nostre comunità a fare altrettanto. Non solo contro questa guerra e non solo contro il principio della guerra preventiva, che riteniamo sia da condannare risolutamente e apertamente, ma contro la cultura stessa della guerra, per un disarmo globale, per l’affermazione della pace come cultura planetaria e come sistema. Ci uniamo al digiuno come ci siamo uniti e ci uniamo alle manifestazioni, ai cortei, alle campagne indette dal movimento mondiale contro la guerra. La nostra fiducia sta tutta nella forza dello Spirito che sospinge questo movimento quale luogo teologico, segno dei tempi che richiede il rinnovarsi della incarnazione. Non sarebbe opportuno uno slancio profetico della stessa gerarchia ecclesiastica che riprendesse la linea teologica della “Pacem in terris” di papa Giovanni per valorizzare i nuovi segni dei tempi?

 

     “Beati gli operatori di pace”: queste parole di Gesù (Matteo, 5, 9), noi crediamo, saranno per Lei di consolazione in un momento in cui forse anche molti cattolici frenano il Suo impegno per la pace. Del resto, molti e molte nel mondo, cattolici e no, guardano con simpatia e solidarietà a questo Suo impegno. A costoro anche noi uniamo la nostra piccola voce.

 

                                                 

Giovanni Franzoni (ex abate di San Paolo fuori le mura - Roma)

Don Vitaliano Della Sala (parroco rimosso di Sant’Angelo a Scala, Avellino)

Don Franco Barbero (animatore delle comunità di base del Piemonte)

Don Andrea Gallo (di San Benedetto al Porto - Genova)   

Don Alessandro Santoro (prete della comunità delle Piagge - Firenze)

Enzo Mazzi e Sergio Gomiti (comunità dell’Isolotto di Firenze)

Raffaele Garofalo (prete della diocesi di Sulmona)

 

2003

febbraio

In questo clima di guerra imminente in cui i toni si fanno sempre più duri e i guerrafondai del momento pretendono di dare lezioni ai dissenzienti dalla guerra, il ministro della difesa Antonio Martino ha affermato: «Ogni prelato, anche un alto prelato, dovrebbe benedire una missione di militari». Quella che segue è una sdegnata e intensa lettera che due preti hanno indirizzato al ministro della guerra.

 

Lettera aperta al Ministro della Difesa Antonio Martino
Signor Ministro,
esprimiamo la nostra amarezza e il nostro fermo disappunto per quanto da Lei affermato: ³Ogni prelato, anche un alto prelato, dovrebbe benedire una missione di militari". Siamo senza parole, ci creda. Siamo due sacerdoti che lavorano in Parrocchie diverse (Brescia e Novara); insieme stati più volte a Sarajevo, in Terra Santa e, recentemente, ai primi dello scorso dicembre, in Iraq. Tutti e due facciamo parte anche di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace.
Certo è sorprendente che un Ministro della Difesa dica cosa debbano fare i prelati.
Soprattutto dica che devono benedire le missioni militari. Come preti siamo abituati a benedire: ci è capitato di benedire un bimbo appena nato, un uomo e una donna che dichiaravano il loro amore e formavano una nuova famiglia, una scelta coraggiosa di impegno e servizio di un giovane, una comunità nel suo dolore, l'intimità di una fatica o di una gioia.
Mai abbiamo benedetto un contingente in partenza per la guerra, un'arma, una guerra, una violenza, un gesto che faccia uno o più vittime.
Non fa parte del nostro patrimonio spirituale e culturale, non fa parte del Vangelo.
Siamo rientrati da poco dall’Iraq, abbiamo ancora impressi i volti, i nomi i sorrisi e le sofferenze delle

persone che ci hanno accolto e con le quali  abbiamo condiviso la vita quotidiana. E’ su di loro che cadranno le bombe intelligenti che Lei vorrebbe anche benedette.
Loro sono già vittime dell’embargo e noi, uomini di Chiesa, dovremmo anche benedire la follia di una nuova guerra? E’ vero che spesso nell’ambiente politico-militare le persone uccise vengono chiamate: effetti collaterali.
Un po’ di pudore!
Signor Ministro, bene-dire, cioè dire-bene è un dono di Dio, il quale ha mandato suo Figlio sulla terra. Egli è la nostra Pace. La Benedizione quindi, ne siamo convinti, può essere solo benedizione di pace. E’ grave il tentativo di usare Dio a proprio uso e consumo. La benedizione non si può barattare né

comprare, né tanto meno ridurre a gesto scaramantico, sperando che porti bene.
Signor Ministro, invece di cercare la Benedizione di Dio e dei vari prelati per azioni di guerra, si impegni ad essere fedele alla Costituzione Italiana che all’art. 11 ripudia la guerra. Sarebbe, davvero, una

benedizione per l’Italia e per il mondo.
Ci piace, infine, ricordarLe il discorso del Papa al Corpo diplomatico lo scorso 13 gennaio: "Tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Dipende chiaramente anche dai responsabili politici chiamati a servire il bene comune. Si impongono pertanto alcune scelte affinché l'uomo abbia ancora avvenire. I popoli della terra e i loro dirigenti devono avere talvolta il coraggio di dire "no".  NO alla morte, NO all'egoismo, NO alla guerra. SI alla vita, SI al diritto, SI alla solidarietà"
Diciamo un chiaro NO al Suo invito di benedire gli eserciti e le guerre, (visto che gli alpini in Afghanistan ci vanno a continuare una guerra).
Piuttosto benediremo ogni gesto e volontà di pace, di giustizia, di condivisione, di perdono che i piccoli e i grandi della terra faranno.
Con i migliori saluti
30 gennaio 2003                     don Fabio e don Renato
                                          di Pax Christi

don Fabio Corazzina,         Parrocchia San Giovanni Evangelista
contrada S. Giovanni, 12  - 25100  Brescia 

don Renato Sacco,         Parrocchia San Clemente
Via alla Chiesa, 20  - 28891 Cesara ­ Vb  (0323-827120)

 

 

2002

29 novembre

 

Lettera aperta di una catechista sulla rimozione di don Vitaliano

di Anna Carfora

Vitaliano carissimo,

ti direi una grossa bugia se ti negassi che me lo aspettavo, che mi ero andata convincendo che la tua rimozione dall’ufficio di parroco fosse ciò che lucidamente c’era da attendersi, e che quest’epilogo andava avvicinandosi a passi sostenuti; ma la lettura delle nove pagine di motivazioni che “giustificano” il provvedimento mi ha fatto molto male, supera quanto mi potessi ragionevolmente attendere. Il don Vitaliano di cui si parla è una sorta di grottesca caricatura, un doloroso fraintendimento.

“Non è l’ora dei Nicodemi, questa!”, fu risposto a un grande testimone di Gesù Cristo, don Primo Mazzolari, quando nel suo amore evangelico per “i lontani” usava discrezione e rispetto nei loro confronti. “Non è l’ora dei Nicodemi” ho detto a me stessa, parafrasando il prelato che aveva redarguito don Mazzolari. Non è più l’ora di dimostrarti solidarietà privata - come il Nicodemo del Vangelo di Giovanni che si reca da Gesù di notte, per non risultare compromesso da una  simile equivoca frequentazione - ma di testimoniare di te, apertamente…

Vado a ritroso, torno a dieci anni fa, quando ci conoscemmo, ed eri stato appena nominato parroco. Mi sembravi troppo vero per essere vero, ma lo straordinario è che  lo eri! Ho imparato a stimarti per la tua autenticità. Non hai mai barato, mai finto ciò che non sei. In tutti questi anni di lavoro comune, di impegno parrocchiale insieme, ho conosciuto anche i tuoi limiti, i tuoi difetti, la tua  normalissima umanità: né santo né eroe nè super-prete.

Quante discussioni, protratte spesso fino a notte tarda, quanti scontri ed incontri dei nostri punti di vista: quanta leale cooperazione, per quella febbre comune che è la passione per il Regno!  La tua umanità mi ha fatto pensare all’immagine che usa san Paolo: vasi di coccio nei quali è racchiuso un tesoro. E questo è il tuo tesoro: il tuo amore per i lontani, per quelli che nessuno ama, per quelli di fuori, come l’amore di Gesù per la pecora persa, per la pecora vagabonda, disobbediente, fuori del gregge. Tu ami questa pecora con il tuo cuore di carne, la ami seriamente, non velleitariamente e questo fa paura.

Ricordi la chiesa piena di ragazzi, di no global? Io mi ricordo la loro gioia di essere lì, e questo è tanto, è un ponte, anche senza esibire certificati di avvenuta conversione: non è questo che Cristo vuole.

E i presepi? Sono stati la nostra ricerca dei posti e dei momenti in cui Dio entra nella storia, hanno espresso così, plasticamente, la gioia di averlo trovato.

E quelli che bussavano alla porta con le richieste più assurde e strampalate, o con la fame e la paura addosso, a tutte le ore, anche di notte, ed i bambini, il catechismo, le mamme?… La solidarietà e la carità di tutti i giorni, quella che non sanno i giornali, quella che ignorano i tuoi superiori, perché tu sei evangelico in questo: “non sappia la tua destra…” Quanti episodi mi vengono in mente!  Io so in quali tasche disperate sono finite le offerte delle messe binate!

Abbiamo litigato su una cosa soltanto, una cosa precisa: la tua reputazione che cercavo di salvare. L’hai sempre avuta in spregio, non ti sei mai preoccupato di salvare la faccia. Non son pochi che invidiano in te il coraggio che loro non hanno.

Che dirti, le parole del Vangelo? Le parole che ci invitano a non farci illusioni: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.…”; “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.…”.

Prete barricadiero, rosso, ribelle: etichette che rifulgono nell’istante della cronaca, ma che presto cadranno e altri ancora capiranno quanto sei prete veramente. Lo ha capito la gente, il popolo di Dio credente e non credente, gli stessi che un tempo hanno accolto Gesù.

Uomo di buona volontà, coraggio! Continua a lasciarti attraversare dai desideri di Dio, lascia riverberare ancora sul tuo volto una scintilla di Lui.

Col tempo, allora tutto sarà chiaro, non farai più paura, non sarai più di scandalo. Qualcuno magari tesserà finanche le tue lodi, mentre altri, nuovi uomini di Dio, verranno incompresi e contrastati. Niente paura, Vitaliano, nessun discepolo è più del suo maestro, dunque… è questa la prova della nostra sequela di Gesù.

E infine: di fronte a chi ti giudica secondo la maglietta che indossi, dal tuo linguaggio colorito, di fronte a chi si scandalizza per i compagni con cui ti siedi a mensa, di fronte a tanta miopia, queste parole soltanto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.     Anna Carfora

 

 

19 novembre
Alex Zanotelli: intervista rilasciata a «Il Manifesto» sull’arresto dei no globalUna vera trappola»
«E' la reazione al successo di Firenze. Non cadiamoci»
ERNESTO MILANESI
BRUXELLES

«Incredibile. Una vera e propria trappola nei confronti di tutto il nostro movimento. Davvero, quando ho saputo degli arresti in Italia non volevo crederci. E' difficile non associarli alle giornate del Social Forum Europeo di Firenze...». Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e anima della Rete Lilliput, da due giorni è ospite del Parlamento europeo per una raffica di incontri. Nell'ufficio di Luisa Morgantini al nono piano si è appena congedato dal leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che gli ha lasciato la rassegna delle agenzie di stampa sull'arresto di Caruso e degli altri no global. Zanotelli scruta i fogli e sorride amaro: «Appena posso, sentirò anche gli altri amici. E' un episodio gravissimo. Capisco bene le ragioni che hanno spinto immediatamente Haidi e Giuliano Giuliani ad autodenunciarsi»…
Si ipotizza il reato di «sovversione dell'ordine economico dello Stato»...

Una stranezza giuridica che ha perfino dell'assurdo. Da questo punto di vista, personalmente sono molto più duro degli arrestati nel criticare radicalmente questo tipo di economia. E' una vicenda che mi fa tornare all'epoca in cui Giovanni Spadolini, ministro della difesa in carica, bollava i miei editoriali su Nigrizia contro il mercato delle armi come istigazione a delinquere contro lo Stato.

Qual è la prima reazione nell'anima cattolica del movimento dei movimenti di fronte a questo blitz dei carabinieri che colpisce l'area dei centri sociali del sud?

Prima di tutto occorre esprimere solidarietà, la massima solidarietà agli arrestati. La società civile italiana, quella che ha portato in piazza un milione di persone a Firenze, non accetta che si possano far scattare le manette con una simile accusa. Nello stesso tempo, insisto con forza. Giustissimo protestare, ma dobbiamo tutti prestare la massima attenzione a non lasciare il minimo spazio alla violenza. Guai se così fosse. Significherebbe, infatti, cadere nella trappola tesa da chi vuol liquidare il messaggio democratico e civile delle recenti giornate a Firenze.

Proprio al Social Forum Europeo uno dei dibattiti più seguiti è stato quello con Luca Casarini sulla nonviolenza...

Sì, c'erano 4 mila persone e Luca ha accettato di confrontarsi con me proprio su questo versante, dimostrazione ulteriore del clima positivo di dialogo che abbiamo vissuto insieme a Firenze. E' stata la miglior occasione per cancellare il ricordo di Genova. Voglio dire che tutti insistono, anche giustamente, a non dimenticare quello che è accaduto durante la contestazione ai G8. Ma Genova allora fu anche una valanga di incontri, seminari, discussioni di cui non si è mai più parlato. Ecco ho paura che ci sia qualcuno che punta a zittire anche il ricchissimo patrimonio degli incontri di Firenze...

Con l'intervento dei magistrati, il movimento dei movimenti si ritrova spalle al muro?

Di certo, il Forum sociale europeo è stato un grosso smacco per chi aveva annunciato da settimane il rischio di violenze, devastazioni e chissà quali altri pericoli. Invece alla Fortezza da Basso tutto è andato benissimo, come poi alla manifestazione di sabato: i lillipuziani insieme agli altri volontari hanno perfino ripulito le strade di Firenze dai rifiuti. Ci sarebbe da sospettare che l'arresto di Caruso e degli altri sia scattato proprio perché il Social Forum ha lasciato un'immagine bella, forte, limpida di chi è impegnato a costruire un altro mondo. Se il nostro governo davvero ragiona così, allora siamo davvero messi male. E a maggior ragione non dobbiamo cadere nella trappola.



13 ottobre

Domenica 13 ottobre 2002 - alle comunità cristiane di base a Sant’Angelo a Scala:

“Avete fatto bene a prendere parte alla mia tribolazione” (S. Paolo)

 

E’ bello ascoltare come la Parola di Dio parla a noi, proprio a noi, oggi, qui ed ora. Parla a questa Comunità di Sant’Angelo a Scala che ogni domenica si apre all’accoglienza dell’altro, di quelle donne e di quegli uomini che, a prescindere dalla religione, dalla razza, dall’ideologia, condividono con noi la speranza che un altro mondo è  possibile. La Parola di Dio parla a questa Comunità che oggi accoglie voi, carissime sorelle e fratelli delle Comunità Cristiane di Base, che venite a comunicarci una esperienza viva di fede e di amore e che, a quarant’anni da quell’11 ottobre 1962, quando l’indimenticabile papa Giovanni XXIII inaugurò il Concilio Ecumenico Vaticano II, venite in questa piccola porzione di Chiesa a testimoniarci che il messaggio del Concilio è sempre più vivo e attuale, nonostante i molti tentativi messi in atto all’interno della Chiesa per seppellirlo definitivamente, venite a ricordarci che una Chiesa “altra” è veramente possibile.

Il brano di del profeta Isaia (25, 6-10) e il Vangelo di oggi (Matteo 22, 1-14) delineano precisamente il volto di questa Chiesa “altra” che vogliamo costruire insieme.

L’evangelista Matteo, nel brano del Vangelo di questa XXVIII domenica del Tempo Ordinario, quando parla degli invitati alle nozze che disertano il banchetto, ha in mente Israele che rifiuta l’annuncio di Gesù.

Chiediamoci chi sono, oggi, gli invitati che si rifiutano di prendere parte al banchetto nuziale imbandito per noi da Dio: sono quei credenti, quegli uomini di chiesa che vanno ostentando il proprio pedigree, quelli preoccupati solo della carriera e del potere, quelli sicuri di avere ormai la salvezza in tasca e che guardano con distacco e disprezzo a tutti gli altri; sono quelli pronti ad emettere verdetti di condanna e a sancire l’esclusione degli altri, quelli talmente sicuri di avere Dio in tasca da essere poi incapaci di riconoscerlo quando Egli si manifesta. Sono quelli che credono che si possa imporre un crocifisso e farne la bandiera o il simbolo dei propri interessi e del proprio potere, sono quelli che plaudono alla legge razzista e disumana concepita da Bossi e da Fini, sono quelli che si stanno preparando a benedire e a fare la guerra.

E chi sono, invece, gli invitati raccolti ai “crocicchi delle strade”? Sono tutti gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i calpestati, i bastardi, gli irregolari, i clandestini, i bambini di strada, gli anonimi, i perdigiorno, i tribolati, i barboni; sono i peccatori e le prostitute, i gay e i travestiti, gli extracomunitari e i rom, i divorziati e detenuti; sono le minoranze, sono coloro che non si adeguano, coloro che vivono negli scantinati della storia e del mondo, coloro che subiscono ingiustizie; sono le voci fuori dal coro, i dissidenti, i perdenti, i perseguitati, i disobbedienti, gli scomunicati e…i preti sospesi a divinis: insomma, i crocifissi.

I primi si autoescludono dalla salvezza e non sono interessati alla mensa imbandita da Dio.

Gli altri accettano l’invito, trovano attraente la tavola e amabile il padrone di casa. Questi, parla chiaro Matteo, troveranno familiare il volto di Dio.

Voi, sorelle e fratelli delle Comunità Cristiane di Base, sapete bene cosa vuol dire essere considerati marginali nella Chiesa, lo avete sofferto sulla vostra pelle, nella vostra carne. E proprio voi siete venuti a portare solidarietà a me e alla mia Comunità parrocchiale che da tanto tempo non riceve più visite dai superiori, ma ha imparato ad accogliere i viandanti e a cercare e invitare gli ospiti dai “crocicchi delle strade”, come ci insegna il Vangelo di oggi, anzi, è diventata essa stessa un “crocicchio di strada”.

Dice Paolo nel brano della lettera ai Filippesi (4, 12-14. 19-20) che abbiamo letto: “avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione”. È questa la carità fraterna che dobbiamo praticare.

In questa celebrazione mettiamo insieme, in comunione, le cose che abbiamo vissuto e che viviamo, le nostre esperienze, le nostre difficoltà e le nostre sofferenze, le nostre lotte e la nostra speranza, le nostre sconfitte e lo facciamo con gioia perché consideriamo un grande dono di Dio lo stare dalla stessa parte, dalla parte degli esclusi, degli invitati della seconda ora: i veramente privilegiati che godono del volto di Dio, coloro a cui Dio, come dice il profeta Isaia, “asciugherà ogni lacrima dal volto”.

 

                                                                      don Vitaliano Della Sala 

9 settembre

 


Solo colui che urla per gli ebrei può anche cantare il gregoriano"
DIETRICH BONHOEFFER - anno 1944

Un vescovo prende posizione sulla legge Bossi-Fini
L'IMMIGRATO È UN UOMO, NON È UNA MERCE


La legge sull'immigrazione è, senza mezzi termini, anticristiana. La cosa
più preoccupante è che mette tra parentesi la persona: ciò che interessa è
che l'immigrato lavori, non che esista come essere umano con una propria
cultura. Avalla una mentalità secondo cui lo straniero deve essere merce da
utilizzare. È legalmente riconosciuto finché serve al capitale, poi può
essere respinto al mittente". Questa la valutazione chiara e severa di Alex
Zanotelli (vedi Avvenire del 12 luglio) della legge Bossi-Fini approvata
recentemente.

Don Luigi Ciotti a sua volta condanna con forza soprattutto un aspetto
odioso della legge stessa: "la rilevazione obbligatoria delle impronte
digitali per gli immigrati anche non clandestini è ingiustificata e
intollerante".

Difficile non dare loro ragione e non condividere dal punto evangelico
questi giudizi drastici ma fondati In effetti da molti mesi il progetto
della legge in questione Bossi-Fini (anche il nome dei proponenti non è
certo casuale) era stato oggetto di forti critiche da parte soprattutto
della Caritas italiana, della Migrantes, di Pax Christi e
dell'associazionismo cattolico e non, specie nell'ambito missionario e del
volontariato. Alcune riserve (timide per la verità) erano state espresse
perfino dal card. Ruini in sede CEI. Ma tutto questo è servito a poco. Ora
tra le molte considerazioni che potrebbero essere fatte al riguardo, due in
particolare sembrano imporsi all'attenzione di noi credenti sia a livello di
coscienza personale, sia - ancor più - di riflessione e di impegno
comunitario ecclesiale.

1. Innanzitutto di fronte a questa legge, in fondo in fondo, non pare che ci
si possa meravigliare più di tanto. Si tratta semplicemente di una
conseguenza logica di una impostazione politica globale tipica del
neoliberismo imperante in tutti i settori. Quando il potere pubblico;
anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli
ultimi preferisce tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti
(vedi numerosi esempi di leggi recenti) e proseguire nello strisciante ma
graduale progressivo smantellamento dello stato sociale, dalla sanità alla
previdenza e oltre, non ci si può stupire se gli stessi poteri inspirati
alla filosofia politica di una forte individualismo in campo economico e
sociale, non si preoccupino poi delle persone come tali ma unicamente
dell'utilità che se ne può ricavare. Ci sarebbe da meravigliarsi esattamente
del contrario.

Eppure, almeno per chi ama dirsi e presentarsi come cristiano, esiste, oltre
il Vangelo, una biblioteca intera di magistero sociale su queste tematiche,
con affermazioni chiarissime e sommamente imperative a livello nazionale e
mondiale. Basti pensare, ad es., all'enciclica Populorum progressio (1971),
nella quale Paolo VI profeticamente affrontava con lucidità impressionante
Tutta la problematica della cosiddetta "globalizzazione" che oggi ci
tormenta.

Quando ancora si pensava che la linea divisoria tra i diversi mondi fosse
quella dell'Est/Ovest, il pontefice non aveva timore di affermare che il
vero confine era quello del Nord/Sud (tra i popoli che mangiano troppo e
quelli che muoiono di fame); così quando denunciava con coraggio il rischio
che i paesi ricchi diventassero sempre più ricchi e quelli poveri sempre più
poveri e metteva in guardia noi occidentali dal pericolo che un bel giorno
esplodesse "la collera dei poveri". Tutte previsioni puntualmente avveratesi
o in dirittura di arrivo.

Sull'inaccettabilità del sistema neoliberista e sull'esigenza di mantenere
lo stato sociale circa le necessità primarie della persona, si potrebbero
riportare citazioni a non finire di Giovanni Paolo II, dei nostri vescovi
specie di alcuni come il card. Martini. In sintesi dalla Rerum novarum
(1891) ad oggi sempre sulla base di una diretta derivazione evangelica, che
il lavoro umano e soprattutto la persona non siano merce, e perciò da non
considerarsi e trattarsi come tali dovrebbe essere scontato.

2. E qui si inserisce l'altra piccola riflessione: se non possiamo
meravigliarci troppo del fatto che nell'ambito della società italiana
determinate forze politiche seguano logiche utilitariste e perciò
materialiste (non esiste solo il materialismo ideologico ma pure quello
pratico, specie da noi) nell'impostare il sociale, dovremmo stupirci però,
anzi preoccuparci della mancanza di una forte e adeguata reazione da parte
di noi credenti di fronte a queste leggi soprattutto quelle che rischiano di
diventare lesive della dignità della persona se discriminanti. Infatti se si
ritengono assolutamente necessarie misure di sicurezza tipo le rilevazioni
delle impronte, questo deve essere valido per tutti italiani e stranieri. A
questo proposito sarà interessante verificare se tra gli extracomunitari
interessati rientreranno pure ad es. i cittadini svizzeri o USA, oppure
sempre e solo i soliti poveracci.

Grazie a Dio - come è stato ricordato sopra - molte realtà ecclesiali hanno
reagito da tempo, però la base dei nostri bravi praticanti sembra largamente
assente, indifferente, quando non addirittura d'accordo con queste scelte.
Pare che la preoccupazione più seria sia quella della tutela del proprio
benessere, non importa se questa comporta ancora una volta il porre le cose
prima delle persone.

Certo gli extracomunitari anche da noi vanno bene per vendemmiare,
soprattutto per badare ai vecchi e malati che, data la gravissima denatalità
italiana, aumenteranno sempre di più, ma poi basta: che vogliono ancora? Il
tutto coniugato, forse anche con una certa buona fede o almeno mancata
avvertenza, con la pratica religiosa, senza coglierne l'incompatibilità
evangelica.

Ma non si tratta solamente di incoerenza da parte dei fedeli. Una grande
responsabilità di questa coscienza distorta ricade certamente su noi pastori
che, se non altro, dovremmo al riguardo alzare di più la voce, senza timore
di scontentare qualcuno in alto e in basso.

Sebastiano Dho - Vescovo di Alba (CN)

 

Apparso su "SETTIMANA - settimanale di attualità pastorale"
n. 29 del 25 agosto 2002
a cura della congregazione dei Dehoniani
con approvazione ecclesiastica
diffusione su scala nazionale
e-mail: settimana@dehoniane.it
lo scritto del vescovo di Alba (CN), mons. Sebastiano Dho

 

27 luglio

 

Non è il mestiere più antico del mondo

di Savatore Purcaro, seminarista della Diocesi di Nola

Come Cristiani non possiamo dire di aver fede in un Dio che non si vede - come ci ricorda San Giovanni - e non riconoscerlo nel fratello che ci sta accanto. È impossibile "sequestrare" Gesù nelle sacrestie, dimenticando che Lui era abituato a lavorare su strada. È in questa nuova logica di essere Chiesa - non rivoluzionaria, ma evangelica - che si inserisce la Marcia - fiaccolata di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli!

Sul nostro territorio nei pressi degli stabilimenti Alenia e Alfa Avio da circa un anno sette ragazze immigrate sono costrette alla prostituzione da carnefici del sesso. Come cristiani non possiamo tacere o ancor peggio far finta di non vedere ma dobbiamo metterci in prima linea perché questo orribile mercato abbia fine e tante donne possano ritrovare la propria dignità.

Consapevoli che questo non è il mestiere più antico del mondo – come potrebbe pensare qualcuno per acquietare la propria coscienza e legittimare il proprio disimpegno – vogliamo gridare con coraggio e decisione che nella nostra Pomigliano, famosa per le industrie, illustre per lo spessore politico, stiamo assistendo ad una nuova e ancor più brutale tratta di schiavi, non diversa da quella praticata, nel passato, dagli Imperi Coloniali. Incontrando queste ragazze, ascoltando le loro storie, condividendo il loro grido di dolore non si può restare indifferenti è giunto il momento di dire un solidale, forte, coraggioso: Basta!

Con l’ardore dell’amore fraterno e l’ardire dell’impegno cristiano facciamo appello:

alle autorità civili e militari della nostra città: scomodatevi, impegnatevi per un radicale e capillare monitoraggio del territorio. Forse non eliminerà immediatamente il problema, ma farà terra bruciata intorno agli sfruttatori ( cioè cliente e protettore ) inculcando loro la consapevolezza di non navigare in mare aperto, ma sotto il radar attento della giustizia;

alle famiglie, alle parrocchie, alle associazioni ecclesiali: frantumate i tabù sessuofobici ed educate i giovani all’etica dell’affettività, accompagnateli nelle fasi critiche della crescita aiutandoli a maturare la consapevolezza della sessualità non come sfogo dei bisogni genitali, ma espressione di un amore fecondo;

alle associazioni femministe e alle federazioni di casalinghe: nel secolo scorso vi batteste per ottenere la parità. Sappiate che non l’avete ancora raggiunta, vi hanno illuse con il mito della donna manager e avete dimenticato di pretendere la parità sessuale! Organizzate nuove marce e nuovi scioperi perché ancora oggi all’ombra della donna in carriera c’è la donna in strada, sulle cui spalle grava ancora il giogo della schiavitù maschile.

A tutti noi: Oggi è la festa della Visitazione. Maria che appena seppe di portare nel grembo il Verbo della Vita uscì dal Santuario di Nazareth e corse ad assistere l’anziana parente Elisabetta, ci aiuti ad uscire dalle nostre chiese per incontrare tante Elisabetta, affaticate dal peso di un disumano lavoro, che rifiutano la nostra sterile commiserazione e desiderano il nostro concreto impegno.

Quel Gesù di Nazareth che un giorno ebbe il coraggio di dire: "le prostitute vi passeranno avanti", ci spinga a scendere in strada per farci compagni di viaggio di queste ragazze solo così potremo arrivare insieme al traguardo della libertà.

Salvatore Purcaro

 

 

 

6 luglio

 

Chi ha votato alla Camera per cambiare la 185?

 

Nonostante le ben 65.000 firme raccolte contro il ddl 1927, la modifica alla Legge 185 che toglie vincoli al commercio internazionale delle armi è stata approvata dalla Camera dei deputati e attualmente è all’esame del Senato. Tragicamente questo è avvenuto nell’indifferenza o con l’assenso di esponenti dell’opposizione.

E’ bene sapere quali.

Qualcuno si è preso la briga di individuarli e di diffondere le informazioni sulla mailing list di Pax Christi:

 

From: "Sergio Cecchini"

Subject: Mercanti di Armi - Assenti illustri

Ieri i mercanti di armi hanno stappato la prima bottiglia di spumante che avevano tenuto al fresco in frigorifero: la Camera dei Deputati ha approvato infatti il ddl 1927 che favorisce un export di armi meno controllato dal Parlamento.

In sostanza la maggioranza dei deputati non ne vuole sapere di esercitare una funzione costituzionale di controllo. E non vuole svolgere un ruolo di garanzia per i cittadini che hanno ancora una concezione etica della politica, intesa come trasparenza e limitazione dell'export di strumenti di morte verso nazioni dittatoriali o in guerra.

Ho dedicato la mia "ora di curiosità" per studiare i tabulati della Camera per capire chi era presente e chi no e chi ha votato contro i mercanti di armi e chi a favore, ed è troppo poco per fare un'analisi esaustiva. Emerge tuttavia qualche chicca: non hanno partecipato al voto leader come D'Alema, Rutelli, Fassino, Bertinotti, Armando Cossutta a testimonianza che questa nostra lotta li ha lasciati sostanzialmente indifferenti; non mancano altre "assenze illustri" che si fanno notare (Bersani, Boselli, Finocchiaro, Nesi, Ostillio, Parisi, Realacci, Turco, Visco)…

Amato, il leader tenuto in panchina per sostituire Rutelli appena possibile, ha votato in linea con il governo dimostrandosi un solido alleato di chi vuole dare slancio all'export di armi con questa nuova legge che azzoppa la 185/90; tutti gli ordini del giorno sono stati respinti (anche quello per un maggiore controllo dell'export di armi leggere che vanno in mano ai bambini soldato), nonostante il governo avesse fatto balenare l'idea che in fondo al posto degli emendamenti potevano passare gli odg. Adesso vedremo al Senato quali sono i parlamentari che non difenderanno la legge 185. Ce ne ricorderemo al momento giusto. Intanto i mercanti di armi hanno messo in frigorifero la seconda bottiglia di spumante e finché c'è guerra c'è speranza (per loro). Forse anche al Senato riusciranno a tenere seminascosta la data di voto, spostandola in continuazione come è accaduto per la Camera. Così si evitano capannelli di illusi propugnatori della regolamentazione del commercio delle armi, proprio lì all'entrata dei luoghi della sovranità popolare. Ma sì, si tolgano dalle scatole quei fastidiosi e petulanti pacifisti. E si dia fiato all'economia della morte, delle mutilazioni e della disperazione.

Sergio

 

 

26 maggio

 

L’autodenuncia di Don Gallo.

 

In questi giorni, su richiesta dei pm, il gip di Genova “avvisa” Don Vitaliano che è sospettato di aver indotto i manifestanti ad assaltare la camionetta per incendiarla. Chi può credere che Don Vitaliano abbia incitato alla violenza? E’ assurdo. Basterebbe la solidarietà dei suoi parrocchiani ma ancora una volta mi voglio “autodenunciare”. Chiedo di essere accusato di favoreggiamento, per essere “vicino” a questo generoso giovane apostolo del sud. Cari giudici, facciamo chiarezza. Mia cara chiesa difendi questo prete del popolo di Dio. Durante il G8 era gradito ospite della comunità S. Benedetto al Porto. Abbiamo fraternizzato e pregato nella “concelebrazione” della domenica 22 luglio.

Insieme abbiamo guardato il G8 negli occhi. Un sogno comune: la globalizzazione dei diritti universali. Senza ombra di dubbio, posso definirlo un “costruttore di pace”.

Don Vitaliano, con la sua scelta di visibilità, non è un agitatore ma un umile e coraggioso “animatore”.

 

    Don Andrea Gallo

San Benedetto al Porto (Genova)

 

Genova, 8 maggio 2002

 

 

19 maggio

"Ai bambini appartiene il Regno dei cieli"

 

E’ la parola di Gesù che propone proprio i bambini come modelli di vita per ogni cristiano: "se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli". Quanto siamo lontani da queste parole e dal rispetto verso i bambini che queste parole presuppongono: bambini resi schiavi, sfruttati, non rispettati nei loro diritti, bambini fatti oggetto di attenzioni e di violenze sessuali da parte di adulti. E’ la cronaca di questi giorni e, purtroppo, di sempre.

Una parola tradita doppiamente da chi quella Parola deve annunziare e testimoniare, dai pedofili, cioè, in abito talare che, approfittando del proprio ruolo all’interno delle parrocchie, dei seminari, delle scuole, usano violenza proprio contro i bambini "legittimi proprietari" del Regno di Dio.

Non trovo parole sufficienti per dire lo sdegno di fronte a tanta bruttura commessa da confratelli sacerdoti.

Ma sono altrettanto rimasto senza parole per il modo in cui il Vaticano ha cercato di risolvere il problema della pedofilia nel clero statunitense. E’ sembrato che i bambini violentati e i bambini in genere c’entrassero veramente poco con la riunione vaticana e con il documento che da essa è scaturito.

Innanzitutto sono sconcertato perché ci si è occupati del problema solo quando si è dovuto mettere mano a santi portafogli e a sacri conti bancari, e quando l’immagine della Chiesa (e quindi le abbondanti offerte e i numerosi contributi dei fedeli che da quella immagine scaturiscono) ha rischiato di essere irrimediabilmente compromessa.

E poi provo sconcerto anche di fronte agli atteggiamenti che la Chiesa si propone di cominciare ad assumere nei confronti dei preti accusati di pedofilia, atteggiamenti che si riassumono in quelle, cristianamente e umanamente infelici affermazioni del cardinale di Washington e dal presidente della Conferenza Episcopale statunitense: "tolleranza zero contro i preti pedofili" e "uno sbaglio e sei fuori".

I cristiani non possono ragionare così, tanto meno se vescovi e cardinali.

A chi in Vaticano è passato per la mente che i confratelli preti pedofili sono anche e comunque vittime – e dico questo non per giustificarli – vittime di violenze fisiche, psicologiche e "formative"?

Non sono un esperto, ma penso che il problema pedofilia si deve cominciare a risolvere a partire dalla formazione nei seminari e dall’organizzazione dei seminari stessi, squallide "case chiuse" per soli uomini, che dovrebbero invece essere luoghi dove un ragazzo cresce armonicamente e serenamente in un contesto e in un ambiente normale.

Sono d’accordo con don Enzo Mazzi quando afferma che bisognerebbe intervenire sul "disprezzo" per la sessualità che spesso è diffuso tra il clero, e dunque sul seminario, luogo nel quale questo "disprezzo" nasce e si sviluppa. Tutto il cammino formativo dei seminari tende a "congelare" la sessualità, e di fatto è come se bloccasse il naturale sviluppo sessuale dei ragazzi-seminaristi; se non si recupera, a fatica e da soli dopo, si rischia di diventare adulti con una sessualità ferma al periodo puberale o adolescenziale.

Ma di questo in Vaticano non si è parlato se non di sfuggita, per dovere d’ufficio e comunque, ipocritamente, senza centrare il problema. Come non si è parlato, anzi è espressamente vietato parlarne, di celibato del clero.

Insomma, tanto chiasso per niente!

Temo che non cambierà granché nella Chiesa: i preti pedofili continueranno indisturbati ad essere vittime e a fare vittime tra i bambini, casomai cercando di farlo con molta più attenzione, dopo il polverone alzato dal Vaticano; ad uso dei media, sicuramente alcuni tra questi preti pagheranno ma, sono pronto a scommetterci, pagheranno i preti pedofili più sfigati, mai i "potenti".

Temo ancora di più che l’adagio "uno sbaglio e sei fuori", verrà usato contro i preti rompiscatole o critici verso la gerarchia, per screditarli e toglierli di mezzo. Non sarebbe la prima volta che accade: viene creata ad arte la falsa notizia per gettare discredito sul prete che da fastidio, e quale fango peggiore di quello gettato sul prete anche dal solo sospetto che questi sia pedofilo!

C’è ancora un ultimo dubbio che mi tormenta e vorrei tanto che venisse fugato: e se tutto questo santo e inutile casino – visti gli esigui risultati - sui preti pedofili e il conseguente "commissariamento" della Chiesa statunitense, non fosse stato gonfiato ad arte dai soliti ambienti reazionari della curia romana appoggiata da quelli statunitensi, solo per screditare l’episcopato degli Stati Uniti, e soprattutto alcuni cardinali progressisti, alcuni dei quali potevano essere candidati a succedere a Giovanni Paolo II nel conclave che in molti prevedono ormai prossimo?

don Vitaliano Della Sala

 

 

 

10 marzo

 

 

BEATI COLORO CHE HANNO FAME E SETE DI OPPOSIZIONE

     (Padre Davide Maria Turoldo)                                                                            

 

La mia morte civile ed ecclesiale

 

Avrei voluto scrivervi da e di Porto Alegre e continuare a parlarvi di una delle poche importanti novità di questo inizio millennio: il movimento “no global”, il movimento dei movimenti; oppure dal Pakistan o dell’Afghanistan in guerra, perché per comprendere bisogna essere al centro delle contraddizioni, come don Tonino Bello motivava il suo essere andato a Sarajevo durante la guerra in Bosnia; o ancora avrei voluto scrivervi da e di Palestina e Israele o dall’Argentina; o dalle e delle piazze italiane e del mondo dove si protesta e si progetta e si costruisce un’altra politica, un’altra giustizia, un’altra economia, un’altra politica del lavoro, un altro mondo possibile.

Avrei voluto continuare a dividere il mio tempo e il mio ministero tra la mia piccola  parrocchia di Sant’Angelo a Scala e la “mia parrocchia vasto mondo”; avrei voluto continuare a partecipare ai mille dibattiti, alle conferenze, agli incontri che si tengono in ogni dove per affrontare tanti temi. Invece qualcuno ha deciso e mi ha vietato tutto tranne respirare e mangiare: non puoi frequentare i centri sociali, non puoi rilasciare interviste, né partecipare a conferenze, non puoi allontanarti dalla parrocchia, non puoi pensare, né criticare, e se i tuoi parrocchiani si permettono di difenderti allora ti verrà tolta la parrocchia e se protesterai sarai sospeso a divinis. Molti mi hanno scritto meravigliandosi che il sito non viene più aggiornato, o viene aggiornato solo di rado; tra questi alcuni sacerdoti. Questa è una lettera che ho appena ricevuto:

 “Caro don Vitaliano, tu non mi conosci ed io non conosco te, ma leggo quasi tutto quello che scrivi sul tuo sito. Sono interessato alle tematiche che affronti con coraggio, determinazione e con approfondimento. Ti scrivo perché è da molto tempo che non aggiorni il tuo sito, forse sarai preso da molti impegni...o da impedimenti del tuo ordinario....comunque sappi che apprezzo il lavoro che fai...perché lo fai con amore.

Io prego per te perché tu sappia continuare a testimoniare la fede e il servizio sacerdotale a tante persone che trovano in te un amico, un confidente e un santo sacerdote.

con affetto don Sergio”.

Ho volutamente omesso il cognome del mio confratello perché da un po’ di tempo è “pericoloso” frequentarmi e dichiararsi mio amico; non vorrei che don Sergio dovesse avere delle difficoltà per questo.

Non è perché sono preso da molti impegni, caro confratello Sergio e care sorelle e fratelli telematici, ma  è perché provvedimenti canonici di sapore medievale (che potete leggere a fianco) me lo impediscono.

Paul Valadier (gesuita francese direttore della rivista teologica Etudes, rimosso dall’incarico nel 1989 su pressione di Roma per le sue idee liberali) scrive: “In questi ultimi anni, si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che parla di diritti dell’uomo all’esterno, ma non li rispetta al suo interno”.

Guai a chi critica o contesta o dissente da qualche potente ecclesiastico: allora sei contro la Chiesa!

Guai a chi si permette di chiedere un po’ di democrazia e di giustizia all’interno della Chiesa: sei contro la comunione ecclesiale e contro il magistero!

Guai se prendi le difese di un confratello in difficoltà con i suoi superiori;

Guai se chiedi maggiore partecipazione del popolo di Dio nelle discussioni importanti;

Guai se ti schieri dalla parte degli ultimi senza il necessario permesso del superiore;

Guai se prendi le difese del debole scomodo;

Guai se denunci le ingiustizie e se ti fai voce di chi non ha voce senza essere autorizzato;

Guai se ti permetti di usare i mezzi di informazione per amplificare l’annuncio della Parola di Dio e la denunzia dell’ingiustizia ma non sei né in cardinale Tonini, né Baget Bozzo, né don Giovanni D’Ercole… se non sei “designato” come loro rischi la sospensione a divinis come un eretico; e per fortuna i roghi sono passati di moda.

Don Luigi Sartori, mio professore  quando studiavo Liturgia a Padova, ci insegnava che il dissenso, anche all’interno della Chiesa, in certe occasioni può diventare un dovere.

Tutti, ma soprattutto noi cristiani, abbiamo il dovere di dissentire quando ci accorgiamo che certe scelte producono ingiustizie nel mondo e se queste ingiustizie avvengono all’interno della Chiesa, allora noi cristiani dobbiamo dissentire con più forza, proprio perché amiamo la Chiesa e crediamo la Chiesa, un’altra Chiesa possibile, indispensabile, in costruzione! 

Tanti mi suggeriscono di mollare, qualcuno, forse, lo desidera e se lo auspica anche, ma io ripeto con don Lorenzo Milani: «noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione, anche, se sarà necessario, di inginocchiarci davanti a Gedda caudillo d’Italia, ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa».

 

 

 

18 gennaio

 

“NON GIUDICATE PER NON ESSERE GIUDICATI…”

don Vitaliano

 

Giungono molte lettere di persone che pensano di sapere quali debbano essere il ruolo, il comportamento e le scelte concrete che un prete dovrebbe fare o non fare.

Molti semplicemente inviano insulti e penso che questi non meritino nessuna risposta ma solo pena; altri sono turbati o scandalizzati dal mio modo di vivere il sacerdozio. Occasione di scandalo, riduzione del Vangelo alla politica, disobbedienza ai dettami della Chiesa in materia di morale, addirittura favoreggiamento della violenza.

Spesso gli equivoci si mescolano ad autentiche accuse. Questo non può certamente costituire un problema per un cristiano, se ricorda alcuni passi del Vangelo: “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi(Giovanni 15, 20), “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.” (Matteo 5, 11)..

Anche di Gesù sono state dette cose contrastanti, lo si è accusato di farsela con i peccatori, con la gente di malaffare, di amare il vino e la tavola, addirittura di essere un bestemmiatore, tant’è vero che è morto in croce, come un delinquente, e che è stato condannato da gente per bene, dalle rispettabilissime autorità del suo tempo.

Una volta, una vecchia contadina del mio paese mi disse che queste cose così cattive le facevano “i farisei”, quelli che vivevano al tempo di Gesù, ma noi no; noi non le faremmo mai. Invece, io penso che siamo continuamente a rischio di “fariseismo”, di confondere il messaggio di Gesù Cristo con una sorta di moralismo benpensante e di pia e devota spiritualità. Dimentichiamo che Gesù è venuto a sconvolgere le nostre categorie sulla morale e sulla religione. Dimentichiamo che i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio e che questi sovrastano enormemente i nostri. Dimentichiamo che il modo che abbiamo per conoscere il Padre è quello di fare bene attenzione a ciò che faceva Gesù: “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Giovanni 12, 45). Io sono un cristiano ed un prete più peccatore di tanti, con tutti i limiti e i difetti che come essere umano mi ritrovo, però mi sforzo quotidianamente di rendere la mia esistenza quanto più conforme a Gesù. Cerco di seguire la mia vocazione, la chiamata di Dio a percorrere certe strade.  Mi sarebbe stato estremamente più facile, comodo, fare il prete “normale”, ma avrei tradito quella che sento debba essere la mia sequela di Gesù, la maniera in cui Lui mi chiede di seguirlo e testimoniarlo in mezzo agli uomini.

La politica dei partiti non mi interessa. Non predico alcuna forma di morale di comodo, libertina. Sono assolutamente convinto che la violenza sia radicalmente incompatibile con il cristianesimo: tutta la violenza, anche quella delle cosiddette “guerre giuste” che, chissà perché, non scandalizzano come ha scandalizzato alcuni la mia partecipazione al contro G8 di Genova.

Però sono altrettanto fermamente convinto che un cristiano, un prete, debba dire una chiara e forte parola di giustizia, anche se questa parola va ad urtare la suscettibilità di qualcuno, soprattutto se questa parola infastidisce chi domina, sfrutta ed emargina i poveri e gli ultimi. Bisogna stare dalla parte dell’uomo, sempre. Bisogna, come dice San Paolo, “farsi tutto a tutti”, anche andando al Gay Pride, se questo significa testimoniare concretamente, tangibilmente, l’amore di Dio per tutti i suoi figli.

Non si parla agli uomini, non si va loro incontro restandosene sugli alti pulpiti né rintanandosi nelle sacrestie. Se l’uomo lo amiamo davvero, allora andiamo a cercarlo lì dove sta, ci mettiamo a camminare con lui sulle strade che sta percorrendo, facciamo con lui il doppio della strada che egli si aspetta che noi percorriamo: “Se qualcuno ti chiede di fare un miglio, tu fanne con lui due”, non ci accostiamo a lui con la voglia di farne un proselito, ma con la voglia di dargli sollievo nella sua sofferenza, per mettere fasce alle sue ferite, per fargli sentire che è un essere amato, accolto e compreso.

So bene che questo modo di essere e di testimoniare è esposto al rischio del fraintendimento, che presta il fianco all’odio di chi lo cova in seno, alla sordità e alla cecità di chi non vuole sentire e non vuole vedere, ma vedo altrettanto chiaramente che a questo rischio non è lecito sottrarsi. Non se ne è sottratto Gesù che si è fatto, fino alla morte di croce, pietra d’inciampo per noi.

Quale diritto avremmo di sottrarcene noi?

 

 

 

2001

 

24 dicembre

 

Auguri!

 don Tonino Bello

E' Natale, momenti di serenità....

 

Io, invece, vi voglio infastidire:

non posso, infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla «routine» di calendario.
Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali.
E vi conceda la forza di inventarvi un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunziano la pace portino guerra nella vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame.

I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere «una grande luce», dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, fanno bella figura ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, «facendo la guardia al gregge» e scrutando l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.

E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l’unico modo per morire ricchi.

Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza.

                                                                                                            don Tonino Bello

 

 24 ottobre
Il “reato” di don Vitaliano

A don Vitaliano potrebbe giungere questa lettera di solidarietà scritta da un vescovo anche lui “indagato”…

 

ASSOLTO

PER INSUFFICIENZA

DI PROVE

 

di don Tonino Bello

 

L’ho letta da qualche parte.

Ma non costringetemi a ricordare dove.

Se essere cristiani fosse un delitto e voi foste condotti in tribunale accusati di questo delitto, riuscireste a farvi condannare?

Per quanto mi riguarda, io ho pensato che ne uscirei assolto.

Purtroppo.

Con formula piena, proprio no.

Perché, via, è difficile dimostrare la mia totale estraneità al de­litto. Per lo meno una certa complicità con Gesù Cristo mi verreb­be riconosciuta. I miei rapporti sospetti con l’imputato principale difficilmente potrebbero essere mascherati. E, diciamocelo con franchezza, anche i miei ripetuti tentativi di costituire con lui una specie di associazione per delinquere non potrebbero rimanere inosservati. No: l’ipotesi di un proscioglimento con formula piena penso che si debba scartare.

Così come, benché certo che in linea di massima sarei purtrop­po scagionato dall’addebito di essere cristiano, penso che si debba scartare l’ipotesi di assoluzione per non aver commesso il fatto.

Perché, uditi i testimoni ed esaminato per bene il carteggio pro­cessuale, non si farebbe molta fatica a scorgere, nel cumulo degli interrogatori e delle perquisizioni, nei verbali di sopralluogo e nei resoconti di sequestro dei corpi di reato, gli indizi necessari per im­pedire una sentenza con questa formula assolutoria. In altri termi­ni, il dubbio della mia correità col criminale, anche se non mag­giormente rafforzato dal pubblico ministero, non potrebbe neppu­re essere pienamente risolto dal collegio di difesa. Lo so. Se essere cristiano fosse un delitto e io fossi tradotto in tribunale sotto l’accusa di questo delitto, sarei assolto per insuffi­cienza di prove.

E immagino anche che l’avvocato difensore (le cui parole a di-scarico suonerebbero in quel momento per me terribili come quelle della più drammatica requisitoria del pubblico ministero) non do­vrebbe fare salti mortali per scagionarmi, smontando uno dopo l’altro tutti i capi d’imputazione.

Riesco a immaginare perfino lo schema della sua arringa.

«É vero, signori della corte, che sul mio assistito, accusato di essere seguace di Cristo, gravano pesantissimi fatti, di cui è impos­sibile negare l’esistenza, e che proverebbero chi sa quali ammani­gliamenti con l’imputato numero uno. Ma si tratta di delitti, se non proprio preterintenzionali, almeno meritevoli di tutte le atte­nuanti per difetto di convinzione. É vero: ha radunato la gente nel nome di Gesù di Nazaret. Ha favorito rapporti sediziosi col crimi­nale. Ne ha fatto l’apologia, con la parola e con le opere. Ne ha mi­tizzato perfino la figura, arrivando a dire che, dopo la morte pati­bolare subita sulla croce, egli è addirittura risorto! Ha coinvolto un mare di gente perché si mettesse alla sequela del facinoroso mae­stro di Galilea. É riuscito a trascinare dalla sua parte soprattutto i poveri, con discorsi destabilizzanti di uguaglianza e di giustizia. Ma diciamocelo con franchezza: quanta messinscena nelle sue pa­role! Quanto scarso convincimento nelle sue prediche! Quante de­molizioni operate da contropartite di comportamenti, tutt’altro che in linea con i messaggi annunziati! Se apparentemente ha fa­vorito il «crimine cristiano» da una parte, dall’altra lo ha ostacola­to nascostamente con le sue scelte quotidiane di segno contrario. Pertanto, signor presidente e signori della corte, chiedo per il mio assistito di considerare destituite di fondamento le accuse del pub­blico ministero, di proscioglierlo da ogni addebito, senza ulteriore rinvio a giudizio, e di archiviare definitivamente il processo».

 

Carissimi amici, avendo abusato del paradosso, forse ho calca­to la mano, e mi son lasciato sedurre dal gusto di censurarmi con una certa teatralità. Ho ceduto, insomma, alla tentazione di appa­rirvi umile e contrito, ben sapendo che su questa denunzia contro me stesso voi avreste benevolmente fatto la tara.

Ma non state al gioco. Quello che ho detto è vero. Anzi, se nelle mie parole c’è un «surplus» di autoaccusa, accoglietelo come di­sperato tentativo per pareggiare il mio pesantissimo «deficit» in fatto di testimonianza!

E pregate per me in modo tale che, se davvero essere cristiani fosse un delitto, io abbia a trovarmi così invischiato in questo delit­to, che non si trovi nessun avvocato disposto a difendermi.

E allora, finalmente, comparirò davanti ai giudici come reo confesso del reato di «sequela di Cristo», con tutte le aggravanti della recidiva generica e specifica. E otterrò la sospirata condanna. A morte. Anzi, a vita. Per lui, incredibile amore!

 

 

8 ottobre 2001

Perché?

Il 90 - 96% degli americani è con Bush e approva l’attacco aereo sferrato contro l’Afghanistan. Ospitiamo questa riflessione di Suor Rosemary Linch, americana, francescana e non violenta che dà voce alle ragioni di quella minoranza che è contraria all’intervento militare.

 

 

Noi, cittadini della piu' ricca e piu' potente nazione della terra abbiamo
subito un'esperienza che ci ha scioccato, terrorizzato, fino a costringere
le nostre ginocchia a piegarsi nella preghiera. Noi siamo giustamente
sconvolti per la dimensione della tragedia e del male che e' piombato su di
noi. Ma c'e' una domanda fondamentale finora ignorata nel pubblico
dibattito: perche'?
Perche' New York e Washington? Perche' non Londra,
Parigi o Roma? Perche' non Mosca?
Le nazioni hanno la memoria lunga. Alcuni aspetti della malaccorta politica
estera americana continuano a produrre effetti. Anche se molti episodi si
sono sbiaditi nella nostra coscienza nazionale, essi continuano a vivere
nella memoria delle nazioni che ne sono state colpite. Anche se non possono
minimamente sminuire il male degli attacchi diretti contro gli Stati Uniti
l'11 settembre, essi possono aiutarci a comprendere alcune persistenti
animosita' e perfino odii diretti contro il paese che amiamo.

 

Non molti anni fa gli Stati Uniti hanno dato sostegno e partecipato alle
guerre a bassa intensita' in Centro America, a volte contro i desideri
espressi dalla maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti e perfino del
Congresso. Possiamo aver dimenticato qui lo scandalo Iran-Contras, ma sulle
regioni colpite ha lasciato cicatrici ancora aperte. Il Cile ricorda
l'assassinio di Allende. La Baia dei Porci, Grenada, Panama, la Libia, il
Viet-Nam: tutti episodi che hanno lasciato il segno, che hanno avuto effetti
negativi. Abbiamo imparato a metterci in relazione con gli altri popoli in
una posizione che non sia di dominio?
Il nostro atteggiamento sulla scena del mondo viene visto (a volte
giustamente) come un atteggiamento arrogante e non cooperativo. Spesso
tardiamo a dare il nostro contributo alle iniziative internazionali. Abbiamo
negato la nostra partecipazione a vari progetti dell'Organizzazione Mondiale
della Sanita'. Abbiamo respinto il trattato sulla bio-diversita' e quello
sulla messa al bando delle mine. In un mondo che necessariamente deve
diventare sempre piu' unito, questi atteggiamenti sono obsoleti.
Un tempo gli "aiuti all'estero" significavano condivisione di cibo, sementi,
attrezzi agricoli, forniture mediche e supporti educativi. Oggi questo
termine indica prevalentemente vendite di armi o "aiuti" che vengono spesso
usati per rafforzare indegni regimi oppressivi. Questo non ha senso in un
mondo che soffre per la fame, per le epidemie di Aids e di altre malattie.
Cosa si puo' fare? Come nazione abbiamo milioni di cittadini generosi che
lavorano duro. Anche se devoti al nostro paese, siamo tuttavia largamente
"spoliticizzati". La maggioranza dei cittadini non vota nemmeno. Le nostre
campagne politiche, costose ed estenuanti, allontanano molti che trovano che
le riforme promesse non si materializzano. In questi tempi di crisi e di
dolore possiamo convenire che e' importante mostrarci come una nazione non
solo potente, ma anche forte e saggia. Abbiamo i nostri santi e i nostri
profeti. Uno, l'onorevole dott. Martin Luther King, ci consiglio' bene,
quando disse: "L'oscurita' non ci puo' far  uscire dall'oscurita', soltanto
la luce puo' farlo". Egli pago' il prezzo estremo per far venire la luce.
Possiamo noi, in qualche maniera, tutti insieme, come nazione, condividere
questa saggezza? Possiamo noi, in tutta la nostra giustificata rabbia e nel
nostro dolore, fermarci abbastanza a lungo per chiederci questo importante
perche'?

 

 

24 settembre

 

L’irruzione dell’odio

Frei Betto

 

Il XXI secolo e il terzo millennio sono cominciati martedì 11 settembre. Quel che è accaduto negli Stati Uniti ha superato tutte le previsioni (dove sta lo scudo anti-missile di Bush?) e ogni immaginazione degli sceneggiatori di Hollywood. Nessuno mai avrebbe potuto pensare che dei terroristi avrebbero sequestrato degli aerei delle linee interne americane e li avrebbero scagliati contro edifici che simboleggiano l'impero yankee. Una volta di più, la realtà ha oltrepassato la finzione.
L'azione terrorista è esecrabile, anche quando sia praticata dalla sinistra, dal momento che qualsiasi terrorismo va a vantaggio solo di una parte: l'estrema destra. Però nessuno nella vita raccoglie quel che non ha seminato. Questo vale per la vita personale e sociale. Se gli Stati Uniti sono oggi attaccati in modo così violento e ingiusto è perché, in qualche misura, umiliano popoli ed etnie. Sono anni che gli Stati uniti abusano del loro potere, come nel caso dell'occupazione di Porto Rico, della base navale di Guantanamo piantata a Cuba, del blocco dell'Iraq, della partecipazione nelle guerre dell'Europa centrale, delle omissioni di fronte ai conflitti africani.
Da tempo gli Stati Uniti avrebbero dovuto indurre gli arabi e gli israeliani a raggiungere un accordo di pace. Tutto ciò è stato ritardato in nome dell'egemonia dello zio Sam sul pianeta. All'improvviso, l'odio ha fatto irruzione in forma brutale, mostrato anche dal nemico attuale, al di fuori di ogni etica, con l'unica differenza di non disporre di fori internazionali per legittimare le sue azioni criminali.
Chi conosce la storia dell'America latina sa molto bene come gli Stati Uniti, negli ultimi 200 anni, hanno interferito direttamente sulla sovranità dei nostri paesi, disseminando il terrore.

 Maurice Bishop fu assassinato dai baschi verdi a Granada; i sandinisti sono stati rovesciati dal terrorismo scatenato da Reagan; i cubani continuano o subire il blocco americano dal '61, senza il diritto ad avere rapporti normali con gli altri paesi del mondo. Dittature furono instaurate in Brasile, Cile, Uruguay e Bolivia con il patrocinio della Cia e sotto l'orientamento di Henry Kissinger.
Violenza chiama violenza, diceva monsignor Helder Camara. Il terrorismo non porta a niente: indurisce la destra e sopprime la democrazia, rafforzando nei potenti la convinzione che il popolo è incapace di governarsi da sé.
Non si possono sacrificare vittime innocenti per soddisfare la sete di potere dei governi imperiali e dei conflitti di coloro che si considerano padroni del mondo e pretendono di ripartire il pianeta come se fossero fette di una torta appetitosa. Gli attentati dell'11 settembre dimostrano che non c'è scienza e tecnologia capace di proteggere persone o nazioni. Inutile che gli Usa abbiano speso 400 miliardi di dollari quest'anno per la difesa. Sarebbe stato meglio che questa fortuna fosse stata destinata alla pace mondiale, che solo arriverà il giorno in cui sarà figlia della giustizia.

 

 

13 settembre

 

CATTOLICI NO-GLOBAL: RESA DEI CONTI SU GENOVA

31008. ROMA-ADISTA. Dopo i fatti di Genova i cattolici abbandonano il fronte antiglobalizzazione? Sembra di no, almeno a leggere i documenti, gli articoli e le dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti delle associazioni e dei movimenti che, sebbene in forme diverse, hanno preso parte alla mobilitazione anti-G8. Certo è, però, che è in atto un profondo ripensamento e le distinzioni tendono a farsi sempre più nette. Se infatti prima di Genova le distinzioni e le divisioni riguardavano soprattutto il linguaggio e la modalità di partecipazione (come unico esempio valga la scelta di oltre 60 fra associazioni e congregazioni religiose cattoliche di organizzare un incontro unitario a Genova il 7-8 luglio, volendosi differenziare nettamente dal Genoa social forum; v. Adista nn. 50 e 53/01), ora si moltiplicano i distinguo, prese di distanza e richieste di scioglimento del Gsf da parte dei cattolici, in qualche caso fino ad oscurare quella unità di intenti che, in parte e su alcune grandi proposte, era stata raggiunta (sul G8 si può vedere anche Adista nn. 46, 54, 57 e 60/01).
Agesci: "non rompiamo le reti costruite con tanta fatica"
Si rivolge direttamente a Vittorio Agnoletto, portavoce del Gsf, Edoardo Patriarca, presidente dell'Agesci (che, a livello nazionale, non aderiva al Gsf, a differenza di alcuni gruppi di base), con una lettera pubblicata da "Avvenire" (24/7) in cui parla di "un movimento pacifico 'ucciso' dalla violenza". "Non posso non esprimerti - scrive - le mie sofferenze e il disagio provato in questi giorni, il disagio di una persona che ha vissuto da giovane gli anni '72-'77 all'università, anni bui, anni di violenza. Per un attimo ho visto ricomparire gli adulti-fantasmi, i cattivi maestri, pronti a cavalcare il Movimento, a discettare di povertà e di una nuova improbabile redenzione dei poveri di questo pianeta. (...) Originariamente il Genoa social forum era nato come un'esperienza pluralista, attenta a tutte le culture, un'esperienza di popolo che aveva l'ambizione di puntare al 'percorso', ai contenuti e ad una azione politica". E se così era, prosegue il presidente degli scout, "l'inserimento nel cartello d'alcuni movimenti falsamente pacifisti andava impedito e bloccato", "occorreva essere chiari e prendere le distanze: 'guerra alla zona rossa' e 'sfondamenti' non erano gli obiettivi del movimento". Patriarca rivendica il ruolo e il percorso dei cattolici ("le associazioni cattoliche hanno contribuito fortemente a costruire un percorso serio di maturazione e di sensibilizzazione: lo hanno fatto, tra l'altro, con un linguaggio per nulla 'ecclesiastico' o 'clericale'") e invita Agnoletto e il Gsf a ripartire proprio dal Manifesto dei cattolici presentato a Genova il 7-8 luglio: "è una piattaforma politica che parla a tutti, che cerca alleanze e sinergie". Alla fine comunque, pur con tanti distinguo, la porta rimane socchiusa: "non rompiamo le reti costruite con tanta fatica".

Acli: col Genoa social forum abbiamo chiuso
Uno che la porta la chiude del tutto è invece Luigi Bobba, presidente delle Acli, che, come l'Agesci, non aderiva a livello nazionale al Gsf, mentre alcuni circoli locali erano a pieno titolo fra i membri: "l'esperienza del Gsf non ha più nulla da dire, è conclusa, almeno per noi - dichiara Bobba in un'intervista al "Corriere della sera" (23/8) -. Sino a quando tutto continuerà ad essere ridotto a Casarini, don Vitaliano e Agnoletto il movimento antiglobal non farà un passo avanti". L'attacco del presidente delle Acli è rivolto sia alla strategia 'dell'unità a tutti i costi' ("lo sforzo di Agnoletto era quello di evitare la dispersione, ma è stato uno sforzo senza chiarezza di contenuti, senza una scelta pregiudiziale nei confronti della violenza anche solo verbale. Alla fine ha portato all'esistenza di una zona grigia tra manifestanti e Black Bloc che ha prodotto i risultati che conosciamo"), sia alle analisi del Gsf ("tante organizzazioni aderenti al Gsf hanno fatto un'analisi della globalizzazione schematica e settaria, mettendo in discussione la legittimità del G8, ma non si può impedire che questi capi di governo democraticamente eletti possano incontrarsi"). Mentre rivendica il percorso e le scelte delle associazioni cattoliche: "Genova però ha evidenziato una domanda reale di partecipazione che le associazioni cattoliche devono saper coltivare, evitando la contrapposizione fra logica del volontariato e azione culturale e politica".

Movimento dei Focolari e Azione cattolica: abbiamo fatto bene ad andare per conto nostro
'Noi ve l'avevamo detto', sembrano invece voler affermare i focolarini che, oltre all'incontro del 7-8 luglio, si erano riuniti ancora in precedenza, il 2-3 giugno, sempre a Genova, per un congresso internazionale del movimento dal titolo "Per una globalizzazione solidale verso un mondo unito". "Dopo aver visto le strade di Genova trasformate in teatri di scontri e, purtroppo, di morte - si legge su "Città nuova" (n.15/16), il quindicinale del movimento dei Focolari, in un servizio sul G8 - la scelta delle associazioni di 'contribuire nella chiarezza, senza essere fraintesi o strumentalizzati' risulta ancora più evidente". Sceglie il silenzio l'Azione cattolica: se al G8 era stato dedicato quasi l'intero numero di "Segno nel mondo" del 15 luglio (che apriva con una copertina titolata: "G8: noi siamo qui"), il quindicinale dell'associazione del 31 luglio ignora del tutto l'argomento, eccezion fatta per un piccolo box in cui si riferisce dell'incontro dei cattolici del 7-8 luglio.

Manifesto dei cattolici: non abbiamo legittimato il Genoa social forum
Prese di distanza ancora più nette arrivano dai dirigenti di alcune fra le associazioni aderenti al Manifesto dei cattolici, quegli stessi cattolici accusati da Angelo Panebianco, in un editoriale sul "Corriere della Sera" (30/7), di "catto-comunismo", di essere iscritti al "partito anti-occidentale" e di aver legittimato il Gsf che non sarebbe mai stato un interlocutore del Governo italiano se non ci fosse stata "una così massiccia adesione del mondo cattolico". Non abbiamo offerto al Gsf "alcuna patente di legittimità etica e politica", replicano, sempre sul "Corriere della sera" (3/8), Luigi Bobba (Acli), Edoardo Patriarca (Agesci), Gianluca Fiori (Gioc), Agostino Mantovani e Sergio Marelli (Focsiv), Franco Marzocchi e Felice Scalvini (Federsolidarietà-Confcooperative). "E ciò per quattro ragioni: la quasi totalità delle organizzazioni firmatarie del Manifesto non hanno aderito alle manifestazioni previste nei giorni del summit; le stesse hanno invece preso un'autonoma iniziativa, il 7 luglio, proprio perché giudicavano problematica la gestione di manifestazioni pubbliche in una città assediata e troppo alto il rischio di violenze; erano state denunciate le ambiguità che regnavano sotto il cartello delle 800 sigle aderenti al Gsf; era stato considerato sbagliato e fuorviante l'assalto alla mitica zona rossa. Consideriamo ora irresponsabile e ideologica la strumentalizzazione che alcune forze politiche stanno facendo delle giornate di Genova e siamo in totale disaccordo con quell''abbiamo vinto' pronunciato da Agnoletto sabato 21 luglio". Una sconfessione su tutta la linea, appena mitigata dalla promessa, ribadita alla fine dell'articolo, di continuare ad impegnarsi su alcune questioni: una nuova legge sulla cooperazione internazionale, la Tobin Tax e l'aumento della spesa sociale nella prossima legge finanziaria.

Pax Christi: "inventare strade nuove"
Nessuna volontà di differenziarsi e di distinguersi dal Gsf da parte di Pax Christi (anche se lo scorso 20 luglio, nel bel mezzo degli scontri di piazza in cui è stato ucciso Carlo Giuliani, aveva ritirato la propria partecipazione alla manifestazione unitaria conclusiva del giorno successivo), soltanto "il desiderio di avviare una seria, profonda e sincera riflessione critica all'interno del movimento". È quanto scrive Tonio Dell'Olio, segretario nazionale di Pax Christi (una delle poche associazioni aderenti tanto al Manifesto dei cattolici quanto al Gsf), in una "lettera aperta ai nonviolenti" allegata al numero di luglio di "Mosaico di pace". Non si sorvola sulle responsabilità delle forze dell'ordine e del governo in carica ("c'era il progetto di screditare l'intero movimento pacifico"), ma si invita il movimento ad "inventare strade nuove", ancora di più all'insegna della nonviolenza, vero "discrimine" del movimento: "dal momento che si tratta di contrastare un fenomeno completamente nuovo come la globalizzazione forse dobbiamo chiederci se è il caso di continuare ad utilizzare strumenti tanto vecchi come le manifestazioni di piazza (...). Le campagne che educano al consumo critico hanno creato sicuramente molta più coscienza critica che non le manifestazioni di Genova; la presenza capillare delle botteghe del commercio equo parlano un linguaggio concreto e propositivo molto più efficace".

Rete di Lilliput: al primo posto la nonviolenza (non abbandonare la critica alla globalizzazione)
Sulla stessa lunghezza d'onda si sintonizza la rete di Lilliput, che di per sé non è un'associazione cattolica, ma che in buona parte da cattolici è composta e animata. "I fatti di Genova pongono sia a noi che al Gsf interrogativi seri e la necessità di riflettere sulle forme delle nostre mobilitazioni", si legge in un documento firmato dal Tavolo intercampagne, il coordinamento delle organizzazioni nazionali promotrici della rete di Lilliput (fra gli altri: Beati i costruttori di pace, Chiama l'Africa, Sdebitarsi, Centro nuovo modello di sviluppo, Manitese, Nigrizia, Pax Christi, Rete Radié Resch), che annuncia anche una "verifica" su Genova per il 29-30 settembre prossimi. Forme che dovranno essere completamente reinventate, abolendo la 'liturgia' dei controvertici ("anticipiamo fin d'ora - si legge - che ci sembra negativa e impraticabile una prospettiva futura centrata sull'espressione di se stessi solo attraverso l'organizzazione di controvertici") e partendo da un'idea positiva della nonviolenza, per ora recepita e acquisita "più come impegno a 'non offendere fisicamente'" che "come risorsa attiva e priorità politica e organizzativa". Quanto al Gsf, pur esprimendo "una valutazione complessivamente positiva del lavoro svolto", secondo Lilliput si tratta di un'esperienza conclusa: "riteniamo che il Gsf abbia completato il suo mandato politico, e quindi il suo compito (...). Non a termine - prosegue il documento - è invece l'energia che il Gsf ha espresso e mobilitato, la discussione, pur in un contesto di violenza, che si è realizzata attorno alla legittimità del G8 e agli effetti della globalizzazione. E soprattutto la domanda popolare di impegno e partecipazione su questi temi. (...) Il Gsf lascia alle iniziative future una positiva eredità di 'politica delle alleanze' e di 'tessitura delle reti' che noi lillipuziani non possiamo non rilanciare, essendo molto coerente con il nostro modo di intendere l'azione sociale sui temi della globalizzazione, e funzionale agli obiettivi di dimostrare che 'un altro mondo è possibile'".

 

17  agosto

NON SPARATE

 

 

Oscar Arnulfo Romero

 

Ultima omelia tenuta dal vescovo del Salvador prima di essere barbaramente assassinato mentre celebrava l’Eucaristia liberamente riletta, vent’anni dopo, da Francesco COMINA)

 

Cari poliziotti,

cari carabinieri,

care forze dell’ordine,

mi rivolgo a voi come a un padre che ha a cuore la vita e il destino dei suoi figli. Ho visto le dimostrazioni violente di Genova con la morte orribile e triste del giovane Carlo Giuliani e poi il blitz nella sede del Genoa Social Forum; ho visto i feriti che venivano condotti all’ospedale e una città umiliata, sventrata, uccisa insieme alla democrazia di un Paese che si vanta di far parte degli otto più industrializzati della terra. E mi è salita la febbre dell’angoscia come non mi accadeva da quando sono stato ucciso, colpito al cuore da un fucile del regime, quella sera del 24 marzo 1980.

Per questo io torno a parlare con voi, figli di un sistema che rischia di esplodere sotto i colpi sferzanti dei manganelli, delle pistole, dei lacrimogeni e delle provocazioni squallide di giovani vostri coetanei ammalati di odio, che vorrebbero contrastarvi: abbiate il coraggio di opporvi a ordini violenti e repressivi, abbiate il coraggio di dire no a comandi omicidi, cercate di tenere limpida la vostra coscienza anche se vi obbligano a scaricare tutta la vostra forza contro cittadini inermi. Fate molta attenzione, non lasciate che i valori morali che vi avvolgono siano strumentalizzati da chi tiene le briglie di un ordine che non ammette alternative e che cerca in tutti i modi di preservare se stesso. Quando vi dicono di attaccare sulla folla voi fermatevi e obiettate, perché la violenza provoca solo violenza. Fermate il pericolo, mettete in disparte chi provoca e inquina il dissenso nonviolento, garantite l’ordine pubblico, ma senza cadere nella trappola di una violenza fine a se stessa. E se vi dicono che tutto, al di là del vostro schieramento, è male voi non credeteci: pensate alla realtà multiforme del mondo e al pluralismo dell’umanità.

Per questo motivo io vi chiedo, vi esorto, vi supplico, non fate violenza ai vostri coetanei, non sparate ai vostri fratelli, fate molta attenzione a non confondere i provocatori senza alcun fine etico con chi chiede a gran voce che un mondo migliore è possibile. E non sparate, vi prego, non sparate a nessuno e uscite dai ranghi quando non ce la fate davvero più: l’umanità vi ringrazierà per l’eternità.

Ho vissuto gli anni del terrore nel mio piccolo paese sudamericano (El Salvador). Gli anni settanta sono stati terribili per tutti i popoli del nuovo continente. Il terrore aveva il volto minaccioso della dittatura che non voleva assolutamente che nel territorio ci fossero componenti di dissenso politico. I poveri che reclamavano i loro diritti sono stati colpiti, uccisi, massacrati. Gli avvocati dei poveri sono stati perseguitati, arrestati e malmenati, torturati e in molti casi uccisi. Ho ancora vivo nel ricordo il pianto lungo di Marinella Garcia Villas, l’avvocato della povera gente, il giorno dopo la violenza carnale che la polizia le ha riservato in una squallida cella subito dopo una retata anticomunista. Marianella piangeva e chiedeva vendetta, ma io l’ho convinta a non parlare così, perché il Vangelo dice a tutti i suoi figli di “amare anche i nemici”. E quando morì, ucciso in un agguato militare, il mio amico, il padre Rutilio Grande, il mio cuore si riempì di dolore e tutte le mediazioni diplomatiche imparate nei sacri palazzi curiali mi hanno abbandonato per sempre. Ho capito subito che la polizia agiva dietro comandi più alti, dietro strategie orchestrate dal potere politico. Si diceva che il nemico erano i comunisti e che i leader del popolo povero erano tutti militanti di organizzazioni sovversive. E così i militari entravano nei villaggi con le mitragliatrici, uccidevano e ricoprivano gli assalti con i libri di Marx. È accaduto così anche ad alcuni amici sacerdoti, uccisi con la Bibbia nella mano coperta da un libretto rosso che essi non avevano mai letto. La strategia era stata studiata con un complotto internazionale: far passare le comunità di base in organizzazioni filosovietiche.

Per questo motivo ho comunicato a cercare un rapporto con voi, giovani militari e appartenenti alle forze dell’ordine.

Ho chiesto il vostro aiuto ed il vostro sostegno per ridefinire i confini di una violenza che ci sta sfuggendo dalle mani. A Genova ho rivissuto quei momenti brutali. Giovani pieni di allegria e di gioia volevano celebrare una festa del dissenso contro la cupola dei G8 in un mare di disperazione e di ingiustizie. Ma infiltrati aggressivi hanno ridotto quel grande sogno di pace in un inferno di guerra. E voi, ad aggiungere violenza a violenza senza fare distinzioni fra l’erba di una nuova primavera e l’inverno di fatti già visti.

Uscire dal macabro gioco di forze contrapposte è l’invito che faccio a voi dal cielo di un’altra vita.

 

 

Vostro + Oscar Arnulfo Romero

7 agosto

 

Dal “Manifesto” del 7agosto


Intervista ad Alex Zanotelli: "Spostare il vertice Fao è estremamente grave, il governo italiano vuole scaricare sul sud i problemi della povertà come ha fatto il G8, che ha concesso solo elemosina. Per risolvere i problemi della fame occorre rimettere in discussione le regole del mercato"
GIULIANA SGRENA


La fame di Berlusconi

Abbiamo raggiunto, telefonicamente, Alex Zanotelli a Nairobi. Ha appena letto sul Daily Nation la notizia che il vertice della Fao di novembre potrebbe tenersi proprio in Kenya "perché - scrive il giornale - il governo italiano non vuole tenere un altro summit internazionale in Italia dopo la violenza scoppiata a Genova".

Che cosa ne pensa di questa sortita di Berlusconi?

E' estremamente grave e vuol dire prima di tutto che Berlusconi è rimasto profondamente scioccato da Genova. Non voglio esprimermi sul problema della violenza perché ho ricevuto solo dei rapporti frammentari, ma sicuramente questa ha offuscato una organizzazione e molta gente che voleva manifestare seriamente. Genova ha colpito profondamente Berlusconi che non vuole contestazioni. Per cui rimuovere un vertice di tale importanza da Roma, dove c'è il quartier generale della Fao, e portarlo a Nairobi o in un'altra città del sud del mondo, mi sembra una decisione politica estremamente grave sia sul piano interno che internazionale: è una dimostrazione del suo atteggiamento nei confronti di alcune realtà…

Dopo aver detto che a Genova si erano affrontati i problemi dell'Africa, ora si vuole allontanare un vertice che dovrebbe entrare nel merito dei problemi.

Se lo scopo di questo vertice è quello di dimezzare il numero di chi soffre per fame entro il 2015, mi sembra un obiettivo decisivo per l'Africa. Comunque, la mia reazione sul vertice del G8 di Genova è stata di profonda delusione per le decisioni prese. I soldi stanziati - 1 miliardo e 300 milioni di dollari - per combattere le malattie infettive e l'Aids sono solo elemosina, una colletta dei grandi per i poveri di questo mondo. E' ora di finirla con la carità, non è questo il modo di affrontare il problema. Agli otto grandi si chiedeva una decisione politica per lottare contro l'Aids. La risposta era molto semplice: si trattava, mercato o non mercato, di chiedere alle case farmaceutiche di ridurre al minimo i prezzi delle medicine perché diventino accessibili alla maggior parte dei 24 milioni di malati di Aids che ci sono in Africa. Togliere i brevetti e non fare l'elemosina con 1 miliardo e 300 milioni di dollari, una miseria se pensiamo che spendiamo 900 miliardi di dollari all'anno in armi e 13 miliardi, solo in occidente, di cosmetici. Quindi il problema della povertà e dell'Aids in Africa non è stato preso seriamente in considerazione dal G8, è pura illusione quella che si è fatta apparire a Genova.

L'intenzione di Berlusconi di trasferire il vertice è un'altra dimostrazione di scarsa considerazione?

Mi sembra che, alla conferenza stampa con Bush, Berlusconi abbia detto che attraverso questa economia che abbiamo, globalizzata e globalizzante, certamente i poveri usciranno dalla loro povertà e dalla loro miseria. Si ritorna alla vecchia teoria delle gocce che cascano giù e favoriscono i poveri, una teoria che si è dimostrata in questi cinquant'anni una grande falsità storica.

A Nairobi sono arrivate le notizie di Genova?

I giornali ne hanno parlato solo un po', anche perché di problemi qui ne hanno tanti...

Il Kenya accetterebbe il trasferimento a Nairobi?

Penso che il Kenya non avrebbe problemi, visti i soldi - e sono introiti in dollari - che entrano con le conferenze internazionali.

Per venire al vertice Fao - che non è la stessa cosa del G8, anche le proteste non avrebbero lo stesso segno - ma non c'è dubbio che anche nella Fao se non c'è una volontà politica dei paesi ricchi, si richiano obiettivi non realizzabili o fallimentari.

Sarò ancora una volta brutale. Anche un vertice Fao non può far nulla, ricordiamoci che da molti anni ormai sta lavorando e facendo promesse mai mantenute. Degli stessi fondi Fao - quelli stanziati dai governi - l'80% viene usato per il mantenimento delle strutture. Le agenzie dell'Onu sono strutture elefantiache il cui costo di mantenimento è notevole, lo dicevamo già quando stavo a Nigrizia e non vediamo nessun cambiamento. Per cui un vertice Fao è praticamente inutile perché non ha potere decisionale sul piano politico, sono i governi che decidono. Tutto l'apparato organizzativo delle Nazioni unite è ormai parte integrante del sistema dell'economia mondiale, non è alternativo: è il sistema che si autogenera.

Voler sfrattare il vertice non è simbolicamente molto negativo?

E' una decisione politica molto grave. Pensavo che Silvio Berlusconi fosse molto più intelligente. E' chiaro che una decisione del genere, se portata avanti, gli creerà ulteriori problemi: aumenterà l'opposizione della maggior parte della gente che è andata a Genova, profondamente motivata; questo movimento non è una questione di partiti o di organizzazioni sovvenzionate dallo stato, si basa su idealità, contesta il sistema e di fronte a molta gente che soffre cerca di reagire. Questa è la forza morale del movimento, un movimento inarrestabile, Berlusconi può fare quello che vuole ma più decisioni del genere prenderà e più questo movimento troverà forza, perché si convincerà sempre più di avere ragione.

Se tu dovessi proporre al prossimo vertice Fao un obiettivo determinante per far fronte alla fame nel sud del mondo che proporresti?

Il problema è questo: nessuno vuole rimettere in discussione le regole del mercato, non abbiamo il coraggio di mettere al primo posto l'uomo, l'uomo che soffre, e poi trovare le regole, abbiamo bisogno di regole che però servano all'uomo e non che lo vendano in nome del mercato. Ci troviamo di fronte a una realtà mondiale assurda: 30/40 milioni di persone l'anno muoiono di fame mentre noi buttiamo via il cibo. Quindi bisogna ripensare le leggi del mercato in funzione dell'uomo, ripensare al tipo di agricoltura. E' ridicolo che si punti il dito sui paesi poveri mentre negli Stati uniti i contadini sono sovvenzionati dal governo federale per non produrre. Un altro esempio: il Kenya, ora sta esportando tè, caffè e anche fiori, ma mentre fino alla metà degli anni 80 era autosufficiente in chiave alimentare, ora importa dal 60 all'80% del proprio fabbisogno, è inevitabile se si produce in funzione dell'esportazione per ottenere valuta pregiata per pagare i debiti o i macchinari. E sono chiarissime le conseguenze: per molti sarà la fame. Occorrono decisioni politiche, non carità, si deve ripensare veramente all'economia globale ma non in funzione di quel 20% che si pappa l'80-82% dei beni di questo mondo, ma in funzione di tutti. Il vertice Fao non lo potrà fare perché i governi lo impediscono. Se non si affrontano i problemi alla radice i vertici serviranno da passerella dei grandi, magari anche con qualche bel discorso, come quello di Fidel Castro all'ultimo vertice di Roma, ma alla fine senza conseguenze.

 

 

Alex Zanotelli

Già direttore di Nigrizia, la rivista dei comboniani, da sempre Alex Zanotelli è impegnato in ardue battaglie a favore dei popoli del sud del mondo, e sempre dalla parte dei più poveri, dei più emarginati. Senza risparmiare critiche agli organismi internazionali. Un personaggio scomodo.

GOROCOCHO

Da anni Alex Zanotelli vive nella baraccopoli di Gorococho, alla periferia di Nairobi. Qui ha ha avviato progetti molto interessanti di riciclaggio di rifiuti e di sostegno a donne sieropositive ed ex-prostitute. Da alcuni anni comunque i comboniani stanno preparando il passaggio di Gorococho nelle mani dei successori di Zanotelli, il quale all'inizio del prossimo anno dovrebbe tornare in Italia, per continuare da qui, dal nord, la sua battaglia. Gli obiettivi restano gli stessi.  

 

 

19 luglio

 

L’immagine sta facendo il giro del mondo. E’ un’immagine che si commenta da sola. Meno male che c’è stato  il fotografo della Reuters a scattarla. E’ un documento, una testimonianza. La più grave, la più pesante perché un ragazzo è morto. Ed ogni vita ha un inestimabile valore.

Ma questa testimonianza non è la sola. Abbiamo visto per televisione la violenza da guerriglia. C’è stata la violenza delle forze dell’ordine. Quelli che hanno preso le botte,  che hanno subito le cariche, che sono stati investiti dai lacrimogeni sono stati i pacifici, gli inermi. Dall’una e dall’altra parte, hanno avuto campo libero i violenti. Che stanno, in realtà, da una parte sola.  Come mai le forze dell’ordine hanno colpito i pacifisti e lasciato fare ai violenti?

La violenza fa comodo al potere. Getta discredito su tutto il movimento anti globalizzazione, demonizza tutto il popolo di Seattle. Un popolo che è andato crescendo, che comincia a fare opinione: grazie a queste persone si è ricominciato a parlare dello scandalo della fame, delle troppe povertà, dei diritti umani calpestatati; grazie a queste persone si è ricominciato a parlare di giustizia, di equa distribuzione delle risorse tra tutti gli abitanti della terra; si è ricominciato a credere che “un altro mondo è possibile”.

Grazie a questo popolo in movimento tanti hanno riprovato il gusto di rimboccarsi le maniche e ricominciare a sognare attivamente un ordine alternativo delle cose. Ed è esattamente questo che impensierisce i potenti. Che infastidisce le multinazionali, il mondo dell’alta finanza, i detentori dei privilegi.

Per queste ragioni il potere deve gettare il discredito sul movimento antiglobalizzazione, usando la violenza dei violenti di ogni genere e tipo.

Per queste ragioni non dobbiamo lasciarci ingannare, non dobbiamo lasciarci irretire, dobbiamo proseguire sulla via della giustizia,  sulla via della solidarietà, sulla via della pace.

 

 

 

10 luglio

 ANGELUS

del Papa

Domenica, 8 luglio 2001

1. Il mio pensiero va, oggi, ai partecipanti all'incontro nazionale di varie Associazioni cattoliche, che si sta svolgendo a Genova, in vista della prossima riunione dei Capi di Stato e di Governo. Essi hanno voluto rispondere, anche in questo modo, alla consegna che lo scorso anno affidai ai giovani a Tor Vergata: "Voi non vi rassegnerete - dicevo - a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti".

Mi unisco ai Vescovi liguri che, nella recente Lettera inviata ai fedeli delle loro Chiese, esprimono l'urgenza di "risvegliare in tutti, a partire dai responsabili della cosa pubblica, un sussulto di nuova «moralità» di fronte ai gravi e talvolta drammatici problemi di ordine economico-finanziario, sanitario, sociale, culturale, ambientale e politico".

In realtà, la fede non può lasciare il cristiano indifferente di fronte a simili questioni di rilevanza mondiale. Essa lo sprona ad interpellare, con spirito propositivo, i responsabili della politica e dell'economia, chiedendo che l'attuale processo di globalizzazione sia fortemente governato dalle ragioni del bene comune dei cittadini del mondo intero, sulla base delle irrinunciabili esigenze della giustizia e della solidarietà.

2. Per questo i popoli più ricchi e tecnologicamente avanzati, resi consapevoli che Dio Creatore e Padre vuol fare dell'umanità un'unica famiglia, devono saper ascoltare il grido di tanti popoli poveri del mondo: essi chiedono, semplicemente, ciò che è loro sacrosanto diritto…

Ai responsabili dei Governi di tutto il mondo e, in particolare, a quelli che si riuniranno a Genova desidero assicurare che la Chiesa si adopera con le persone di buona volontà per garantire che in questo processo vinca l'umanità tutta. La destinazione universale dei beni della terra è, infatti, uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa.

Ai cristiani chiedo innanzitutto una speciale preghiera per i Capi di Stato e di Governo e li esorto poi a lavorare insieme per costruire un mondo più unito nella giustizia e nella solidarietà. A questo compito i cristiani devono prepararsi con un'educazione morale e spirituale robusta, con una conoscenza approfondita della dottrina sociale della Chiesa e con un grande amore per Gesù Cristo, Redentore di ogni uomo e di tutto l'uomo.

3. Confido che, anche in questa circostanza, l'Italia saprà mostrare la sua tipica e squisita ospitalità verso tutti coloro che si recheranno a Genova, per questa circostanza, in un clima di concordia e di serenità. Chiediamo alla Vergine Santissima di infondere nel cuore di ciascuno sentimenti di pace e di solidarietà, così che l'incontro previsto possa maturare decisioni favorevoli al vero bene dell'intera umanità.

 

 

 

2 luglio 2001

G8: "DIREMO NO, COME GANDHI"
del card. Silvano Piovanelli

(«Adista», 2 luglio 2001)

 

Il tema della globalizzazione è sul banco di prova del mondo intero. È un argomento di formidabile difficoltà ed è posto con urgenza alla riflessione dei responsabili dei popoli e di tutti i politici. A seconda della soluzione, si decide un futuro diverso per l'umanità intera. C'è una globalizzazione che corrisponde al disegno di Dio sull'umanità. Dopo la Torre di Babele l'umanità divisa e dispersa è spinta da Dio in molti modi a ritornare una sola famiglia, secondo la profezia della Pentecoste. Per questo il quotidiano "Avvenire" poteva scrivere provocatoriamente quindici giorni fa: "Cattolici, il G8 è affar nostro!". Non era già scritto nella rivoluzionaria Enciclica del Papa Paolo VI Populorum progressio, quando ancora non circolava la parola globalizzazione?: "È un umanesimo plenario che bisogna promuovere. Che vuol dire questo, se non lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini?". Non sarebbe vera globalizzazione quella che escludesse, nell'uomo, o la dimensione fisica o quella intellettuale o quella affettiva o quella spirituale. Non sarebbe vera globalizzazione quella che non abbracciasse, di proposito o di fatto, tutti i popoli e tutti gli uomini. Una vera globalizzazione non potrà non accettare le sfide dell'ecologia, della giustizia sociale, dell'etica. Nell'ecologia si tratta di garantire la salvaguardia del creato secondo le direttive e lo spirito dell'Assemblea ecumenica mondiale di Seul del 1990. La giustizia socio-economica deve superare da una parte la rigidità del collettivismo e i suoi fallimenti storici e dall'altra gli egoismi miopi di un capitalismo assolutista e accentratore. L'etica, nei suoi rapporti con la politica, l'economia, la scienza, sceglie come metro l'uomo intero nella sua vita e nella sua dignità, in un quadro dove i cristiani ripropongono l'universalità dello specifico cristiano del Dio dell'amore.
È questa la globalizzazione che s'imporrà al vertice di Genova?…
Il cosiddetto "Popolo di Seattle" contesta la globalizzazione selvaggia e senza regole che è attualmente in atto e che impone un modello di sviluppo radicalmente centrato sul consumismo, che pone come legge assoluta quella del mercato e trasforma la globalizzazione in una unificazione della ricchezza del mondo in mano a pochi in grado di gestire ogni aspetto della vita, brevettandone le forme e determinandone il futuro.
La situazione del mondo sembra dar ragione a coloro che, giornalisticamente, sono detti "tute bianche". Appena 400 plurimiliardari concentrano da soli nelle proprie mani più della metà della ricchezza totale destinata ai sei miliardi di abitanti del nostro pianeta. Il 20 per cento della popolazione mondiale è 60 volte più ricca dell'80 per cento della popolazione povera. È vero: la miseria è stata sempre presente nel mondo. Ma oggi una nuova barbarie si affaccia alle porte, guidata dal potere mondiale e anonimo della grande finanza e da uno sviluppo biotecnologico posto a servizio solo o quasi degli interessi materiali.
Se il G8 vuole imporre un mondo unico, dove domina l'unica ideologia del denaro e dei corpi, allora, per fedeltà al Vangelo, ci mettiamo dalla parte delle "tute bianche" e diciamo: "No" al G8! Ma diciamo "No" senza violenza, senza contrapposizioni frontali, senza integralismi. Diciamo "No", non proponendo modelli di organizzazione politica, ma proclamando orizzonti valoriali.
Il valore primo ed immediato per chiunque è l'uomo: tutto l'uomo e tutti gli uomini. L'umanesimo esclusivo, che rifiuti l'interezza della persona o non scelga la totalità degli uomini, è un umanesimo inumano.
Il secondo valore, indispensabile per far crescere le persone, è la partecipazione. Su temi che coinvolgono tutti occorre l'ascolto più ampio possibile. Giovanni Paolo II, all'inizio del nuovo millennio dice alla sua Chiesa che è necessario fare nostra l'antica sapienza che sapeva incoraggiare l'ascolto di tutti. La sapienza che suggeriva a San Benedetto di dire all'Abate: "Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore"; e San Paolino da Nola esclamava: "Prendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio".
La terza indicazione è quella del "Buon Samaritano": non passare oltre chi ha bisogno, ma diventare prossimi di chi non ha i beni indispensabili ad una vocazione umana fondamentale. Una politica rispettosa di ogni uomo e della sua storia, che voglia un avvenire di pace e di progresso, sa che, per uscire dalle acque tempestose dei conflitti e dalla crisi dei valori, bisogna cominciare dagli ultimi. Nella lettera apostolica a conclusione del Giubileo Giovanni Paolo II ha scritto: "Bisogna governare con decisione i processi della globalizzazione economica in funzione della solidarietà e del rispetto dovuto a ciascuna persona umana".
Infine, dopo un millennio di tante guerre, che è finito col sangue di due guerre mondiali e col trionfo e poi la crisi dei totalitarismi ideologici, è indispensabile, per un cammino nuovo dell'umanità, il rifiuto della violenza. Non soltanto perché il fine non giustifica i mezzi, ma perché sarebbe davvero deprecabile che la violenza, pur intesa come intervento per aiutare i poveri e la loro liberazione, impedisse di fare tutti i passi possibili per un'inversione di tendenza e l'avvio di una fase nuova.
Ai contestatori del G8 vorrei dire: avete fatto da amplificatore a problemi che vanno affrontati; continuate con le vostre iniziative a tenere desta l'attenzione e a spingere a soluzioni possibili; ma non impedite con la violenza che i problemi vengano affrontati e che chi ha ragione passi, a causa della violenza, dalla parte del torto. Perché non passare alla storia come coloro che, all'inizio del nuovo millennio, hanno indicato con chiarezza la strada da percorrere? Non sarà possibile ricordare la lezione della non-violenza lasciataci da Gandhi? E noi cristiani, come possiamo dimenticare che il Signore Gesù ci ha consegnato la forza rivoluzionaria dell'amore, che si manifesta in chiunque realizza la propria vita con gli altri e per gli altri? Forse questo è uno di quegli "impossibili" per i quali occorre la fede quanto un granello di senape e la preghiera che importuna

 

12 giugno 2001

 

L’arcivescovo Milingo:

solo il caso di un pazzarello?

di Augusto Cavadi

 

(pubblicato su «L’Ora» di Palermo Sabato, 2 giugno 2001)

 

L’arcivescovo Milingo si è sposato davvero. La notizia, per la stragrande maggioranza dei giornali, è stata relegata a mero fatto di colore e, date le caratteristiche bizzarre del protagonista, si potrebbe archiviare fra quelle divertenti  e al limite del credibile (della serie “padrone morde il cane”). Ma forse si tratta di qualcosa di più, su cui vale la pena soffermarsi qualche momento. Le statistiche dicono che il cattolicesimo - dato che gli occidentali fanno sempre meno figli e, per giunta, ne battezzano sempre meno – muterà nei prossimi decenni i connotati etnici e culturali: sarà sempre meno ‘bianco’ e sempre più ‘colorato’ e attingerà la maggior parte di fedeli, religiosi e preti dall’America Latina e dall’Africa. Non sono poche, già oggi, le parrocchie europee e nordamericane  affidate - per mancanza di ‘vocazioni’ locali – a personale importato dal Terzo e dal Quarto Mondo: per non parlare dei conventi maschili e femminili dove le proporzioni sono molto più eclatanti.

Questa inversione epocale di tendenza – gli antichi destinatari delle missioni diventano i nuovi missionari – non è senza significato per la sostanza della spiritualità cattolica (e, più in generale, cristiana). Per dire in breve, e senza termini tecnici, che cosa è in gioco, si potrebbe partire da ciò che l’uomo della strada intende abitualmente per ‘fede cristiana’ : il credente è uno diverso dagli altri perché (dal punto di vista intellettuale) accetta dei ‘dogmi’ che gli altri ritengono falsi o inverificabili e perché (dal punto di vista morale) accetta delle ‘norme’ – soprattutto in campo sessuale – che gli altri ritengono innaturali o impraticabili. Ebbene, questo modello ‘intellettualistico’ e ‘moralistico’ dell’esperienza credente è legato – nel bene e nel male – alla storia della cultura occidentale e, in particolare, europea: un brasiliano o un congolese, leggendo il vangelo senza duemila anni di filtri teologici, sono portati a non privilegiare ciò che per la chiesa cattolica è diventato prioritario e a ritornare alla semplicità originaria di chi incontrava Gesù di Nazareth sulle strade della Palestina. Per loro (lo testimoniano ad esempio le “teologie della liberazione” di cui parla un recentissimo volume tradotto in italiano con questo titolo dalle Edizioni Punto Rosso di Milano) essere credenti significa prima di tutto ed essenzialmente partecipare, nella concretezza della quotidianità, allo stesso amore per la vita, per il mondo, per i poveri di cui Cristo è stato uno splendido prototipo. Per loro Dio è Dio, ma non lo si sperimenta senza la mediazione delle cose e degli uomini, dei simboli e degli avvenimenti. Che c’entra con tutto questo il complicatissimo sistema dogmatico elaborato via via dai concili ecumenici dal IV al XIX secolo (già nel XX si è tentato di ritornare all’essenziale con il concilio ecumenico Vaticano II)? Che c’entra con tutto questo il complicatissimo sistema di obblighi e di divieti giuridico-morali che preti e teologi hanno costruito sino a soffocare il “primo e più grande” comandamento dell’amore? Quando le TV di mezzo mondo ci hanno fatto vedere Milingo che canta, che danza, che gioca a pallone, che abbraccia i disperati, che tocca i malati, che sussurra alle orecchie degli spostati, non ci hanno fatto vedere solo un ‘esibizionista’ scatenato, ma la punta di un iceberg. Dietro di lui ci sono milioni di fedeli che, con errori ed esagerazioni, o riescono a vivere la fede come coinvolgimento esistenziale ed esperienza di salvezza dalla logica dell’ordine borghese o preferiscono non dirsi cristiani. Per noi - che, in questa remota provincia dell’impero americano, ci illudiamo che fede sia assentire alle prediche di Biffi contro gli immigrati musulmani e votare per chi promette di assumere i preti alla Regione come assistenti spirituali dei malati – è forte il rischio di non capire e di minimizzare la portata delle trasformazioni antropologiche in atto. Milingo non è stato il primo vescovo (né, ancor meno, il primo prete o il primo frate), in questi ultimi dieci anni, a lasciare il ministero per riscoprire l’autenticità dei rapporti umani ‘normali’: che significa certo avere una donna al fianco (senza ipocrisie o, peggio, perversioni), ma anche rituffarsi nelle occupazioni e nelle preoccupazioni di chi ha da pagare l’affitto della casa a fine mese o rischia il licenziamento sul posto di lavoro; di chi preferisce guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte anziché chiedere l’8 per mille o, addirittura, trafficare  con i contributi della Unione Europea (come a Monreale) o con i prestiti ad usura (come a Napoli). Il Vaticano – per bocca del portavoce ufficiale Navarro – si è precipitato a dichiarare che l’arcivescovo non fa più parte della chiesa cattolica  (dimenticando di aggiungere che, secondo la teologia cattolica ed il diritto canonico, chi è stato ordinato validamente vescovo è segnato da un ‘carattere’ sacramentale incancellabile). La televisione di Stato ha perfino riferito il parere di prelati romani che ventilano per il loro confratello l’ipotesi di un’influenza diabolica, con uno zelo di cui non hanno dato prova nei confronti nelle migliaia di casi di sacerdoti che, ipocritamente, tengono nella clandestinità mogli, figli e amanti di vario sesso (per non aprire il capitolo doloroso – su cui è tornata di recente spesso l’Agenzia di stampa cattolica “Adista” – dei preti pedofili e dei preti che abusano sessualmente di suore, specie immigrate di colore). Penso che nessuno di noi, per quanto personalmente lontano dall’entusiasmo un po’ fanatico di certi ambienti religiosi,  abbia il diritto morale di giudicare l’uomo Milingo: ma la sua vicenda è un “segno dei tempi”. Sarebbe un ennesimo sintomo di superficialità, per ‘cattolici’ e ‘laici’, liquidarne il caso con un sorriso ironico.

 

 

 

24 maggio 2001  

 

Destra/sinistra dopo le elezioni:

 

Dove passa  il conflitto?

 

 di don Vitaliano Della Sala

 

Sulla vittoria del centrodestra in Italia sono state fatte moltissime analisi, più e meno lucide, più e meno spassionate. Molte delle ragioni di questo successo sono state individuate.  Così come si è detto più o meno tutto sulla sconfitta del centrosinistra.

Resta, però, ancora lo spazio per qualche considerazione che oltrepassa il risultato politico-elettorale e che da questo riceve solo operai, quelli una conferma. Tanto tempo fa (fino agli anni cinquanta, o sessanta, o settanta?) l’Italia era un paese in cui c’erano i ricchi e i poveri, i padroni e gli che nascevano ad una facile vita in discesa e quelli che nascevano ad una difficile vita in salita (o anche ad una vita proibita). Allora c’era l’emigrazione all’estero o al nord del paese.

Adesso, queste divisioni non ci sono più, o almeno ci stiamo convincendo che non ci siano più. L’Italia è diventata terra di immigrazione: questo vuol dire che non solo i ricchi, ma tutti quanti abbiamo briciole a sufficienza da lasciar cadere dalle nostre tavole.

Adesso, abbiamo un benessere da difendere e da coltivare. Siamo un paese ricco, facciamo parte dei G8. Adesso, le divisioni non attraversano più da parte a parte il nostro paese. La conflittualità si è spostata altrove: dal piano nazionale a quello internazionale, tra noi dell’occidente progredito e il resto del mondo. E non è un caso che una delle prime questioni di cui si sta parlando in questi giorni verte sull’opportunità di ritardare l’allargamento dell’UE ai paesi dell’est europeo.

Perciò si è diffusa una mentalità di destra, e perfino tra i nostri operai, i nostri poveri o i nostri emarginati che si sentono migliori e diversi rispetto ai marocchini, agli ucraini o ai cingalesi.

Probabilmente, è da qui che bisogna partire, è da qui che bisogna ricominciare.

Chissà se la sinistra italiana lo riuscirà a capire?

16 maggio 2001

Mons. Bettazzi ai Vescovi "Non schieratevi col Polo delle libertà ma a favore della solidarietà contro la globalizzazione voluta dai potenti e dai ricchi"

Lettera aperta ai Vescovi del Vescovo emerito di Ivrea

Lettera aperta ai Vescovi italiani

Venerati e cari Confratelli,

tra pochi giorni si terrà a Roma l’annuale Assemblea della CEI, a cui ovviamente non partecipo, non avendo – come emerito – voce attiva e passiva. Mi permetto però di rivolgerVi una fraterna lettera aperta, con un particolare riferimento alle prossime, importanti elezioni. A Roma avrei potuto ascoltare il Vostro bilancio sul risultato delle elezioni; in anticipo ovviamente rimango in atteggiamento di "par condicio". In realtà, se come vescovi abbiamo mantenuto un comportamento ufficialmente neutrale, ho l’impressione che non siamo riusciti a nascondere – e in pochi casi abbiamo più o meno apertamente manifestato – un atteggiamento favorevole ad uno dei due Poli in lizza tra di loro. Anche nel decalogo con cui abbiamo indicato i riferimenti per una valutazione cristiana dei programmi abbiamo dato precedenza alle scelte teoriche in difesa di valori che una delle due parti ostenta (anche se poi nella pratica spesso è pronta a scavalcarli) o di attenzioni legislative ad iniziative confessionali (di cui peraltro sapranno beneficiare limitati e specifici settori della nostra collettività), relegando agli ultimi posti quelle esigenze di solidarietà che costituiscono una condizione indispensabile per una crescita armonica della nostra società civile e una difesa dei settori più in difficoltà (della "gente comune"), che sono una notevole parte all’interno della nostra società e che – nel mondo – sono larga maggioranza.

Credo oggi il problema sia proprio quello – rilevato ripetutamente anche dal Magistero pontificio - di una crescente globalizzazione che, se cresce senza regole, va a vantaggio dei settori dei più sviluppati e più benestanti dell’umanità emarginando sempre più i settori più umili e più diffusi. Credo che la dialettica politica – nel mondo, ma anche all’interno della nostra nazione – sia tra chi da posizioni di un certo privilegio difende e intende sviluppare il proprio benessere, anche a scapito del resto della popolazione (e alcune recenti decisioni del governo americano circa la difesa dell’ambiente ne danno dimostrazione), e chi si impegna invece ad una "globalizzazione solidale", secondo la felice definizione del Papa, tenendo conto dell’insieme della collettività, e quindi, secondo un’altra felice indicazione (questa volta della CEI, nel 1981), "ripartendo dagli ultimi". Questo implica una differenza di fondo tra chi da una parte mette al di sopra di tutto il proprio profitto, il proprio benessere, anche la propria libertà, controllando (e se necessario riducendo) le esigenze degli altri, e chi, proprio partendo dai settori meno fortunati (della propria nazione, ma poi anche nel mondo), chiede qualche sacrificio a chi sta meglio per poter riconoscere i diritti e le aspettative anche di chi sta peggio.

Non si può far corrispondere questa contrapposizione alla polarizzazione politica tra destre e sinistre; tant’è vero che partiti dichiaratamente di ispirazione cristiana si trovano ormai (ed ovviamente si deve pensare in sincera coerenza) da tutte le parti; ma può comunque risultare chiara una prevalenza di orientamento individualistico o solidaristico.

Poiché questa lettera vi giungerà ad elezioni concluse, credo dobbiamo ricavarne:

.nel caso di una continuità con l’attuale maggioranza governativa – e con alcune frange che manifestano diffidenza, se non contrarietà, alle posizioni del magistero cattolico – una maggiore attenzione agli impegni concreti di solidarietà, già evidenti in alcune tappe del pur contrastato percorso legislativo, impegnandosi in un dialogo di collaborazione fiduciosa, anche se è un dialogo difficile ed esposto a facili contestazioni e a critiche strumentali (personalmente ricordo le reazioni – ahimè, non ancora totalmente sopite, dopo venticinque anni – allo scambio di lettere aperte col Segretario del PCI on. Berlinguer);

nel caso, ritenuto diffusamente più probabile, di un cambio di maggioranza, una più chiara affermazione del dovere – umano e tanto più cristiano - di far prevalere la priorità della solidarietà, in una società (ammoniva già Paolo VI nella Populorum progressio, nel 1967!) in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Penso proprio a Giovanni Paolo II che, dopo aver contribuito efficacemente alla sconfitta del potere appoggiato all’ideologia marxista, ha avuto ed ha il coraggio di denunciare le ingiustizie ed i soprusi del liberismo imperante, responsabile delle ingiustizie, delle guerre, delle violenze diffuse nel mondo (anche nel nostro mondo). Credo davvero che, prima ancora dei diritti della Chiesa e delle sue istituzioni, siamo chiamati a difendere i diritti dell’uomo (e della donna!), i diritti della vita (nascente…e nata) quindi della salute e del lavoro per tutti, anche della sicurezza, ottenuta, prima ancora che con la forza (che ancora una volta privilegia chi sta meglio contro chi sta peggio), proprio con una società attenta ai diritti e alle esigenze di tutti e con una particolare attenzione ai giovani (… "ripartendo dagli ultimi"!).

Venerati e cari Confratelli, auguri di cuore. Sono con voi, con la preghiera e nella speranza.

Mons. Luigi Bettazzi  Vescovo emerito di Ivrea

Ivrea 7 maggio 2001

 

 

8 maggio 2001

 

La Chiesa dei due pesi e delle due misure

 

Il 3 maggio 2001, nella trasmissione Il Fatto, Enzo Biagi ha intervistato Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, già direttore di “Nigrizia”, che vive in una bidonville di Nairobi dove sono largamente rappresentate tutte le miserie del mondo, compreso l'Aids.

Riportiamo l’intervista a Padre Alex, che molti non hanno certamente avuto modo di seguire in TV, poiché contiene delle affermazioni notevoli sulla “doppia morale” che un certo rigorismo farisaico finisce  spesso per adottare.

Cosa stanno facendo i paesi ricchi per l'Africa?


Padre Zanotelli: devo dire sinceramente la verità. Non stanno facendo nulla. Si è parlato di remissione dei debiti, che dobbiamo ancora vedere; si è parlato di tante cose: di aiuti, che sono quelli nostri e quando ne parliamo è meglio che ci tappiamo la bocca. Vedevo le ultime statistiche della Banca Mondiale, dal 1995 al 2000, i poveri di questo mondo hanno dato ai ricchi 50 milioni di dollari di interessi annuali

 

Lei negherebbe l' assoluzione a chi usa i profilattici?


Padre Zanotelli: no, assolutamente. In una situazione così. Vorrei fare un discorso: io non contesto, sono un prete cattolico e ci sto al magistero ecclesiale, ma quello che chiedo alla Chiesa è il coraggio. Ma perché è talmente dura sul sesto comandamento e non lo è su tutto il resto? Mi va bene che dica ad una donna, perché prende la pillola, che non può andare a fare la Comunione. Va benissimo. Ma perché non dice lo stesso ad un ricco che ha milioni e miliardi in banca? Perché quella è una violazione del Vangelo altrettanto, anzi, molto più grave che non la pillola. È questa inconsistenza che vedo nella Chiesa che mi fa male.

                                         

 

 

 

18 aprile 2001

 

Le due Italie

In Italia i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Lo dice l’Istat nella sua fotografia sullo stato delle famiglie, delle quali almeno due milioni, cioè otto milioni di persone, si trovano al di sotto della soglia di povertà. Completamente opposta la situazione dei grandi manager aziendali, i cui stipendi raggiungono cifre astronomiche. Il più ricco di loro, Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato della Pirelli, guadagna ogni anno la bellezza di 40 miliardi di lire. Differenze ingiustificate, che i progetti federalisti della Casa delle libertà, ma seguiti anche dal centrosinistra, finirebbero per aggravare.

Una verità semplice

di Raffaele Nogaro

Le nuove notizie fornite dall’Istat sulla distribuzione del reddito in Italia, il dato impressionante di oltre due milioni di famiglie in condizioni di povertà e oltre duecentomila in povertà estrema, accanto alla stridente realtà di arricchimento ulteriore di uomini alla testa delle grandi imprese che dovrebbero fare lo sviluppo del Paese, confermano una verità che investe drammaticamente lo spirito. Una verità semplice: quando si dà il primato al mercato, quando l’economia fa agio alla politica, non si fa altro che alimentare il flagello della povertà e un divario sociale inaccettabile. Gli stessi governi di centrosinistra di questi ultimi anni, sui quali si appuntavano altre attese, hanno dato libero corso al neoliberismo, un’ideologia e una pratica che davvero distrugge l’uomo. Chi è ricco, infatti, in questa libertà prepotente di azione ha la possibilità di diventare ancora più ricco e di schiacciare il povero, che diventa ancora più povero. Io spero che, oltre le prossime elezioni, si affermi comunque nel Paese una nuova politica: capace di guardare alla vera ricchezza, alla ricchezza della società e non dei soli profitti, e dunque al diritto dell’uomo, che dev’essere sempre aiutato e protetto ma soprattutto dev’essere trattato con giustizia. Questo sistema di giustizia, purtroppo, in Italia non c’è: giacché, appunto, anche la sinistra che ha governato non è stata in grado di controllare le leggi del neoliberismo né la forza preponderante del mercato. Ed è per ciò che questo resta il compito urgente del presente e del futuro nell’impegno di una politica dalla parte dei poveri, ossia dell’umanità.

*vescovo di Caserta

 

29 marzo 2001

 

 

Napoli, Global Forum e forze dell’ordine

di Anna Carfora

 

   Ci sono cose sulle quali non è permesso tacere. E non basta dirle una sola volta e in una sola sede. Bisogna ripeterle, approfittando di tutte le occasioni, bisogna fare in modo che ne venga a conoscenza, e non se ne dimentichi facilmente, il maggior numero possibile di persone. Sto parlando dei fatti di Napoli del 17 marzo per i quali il 27 è stato presentato un libro bianco di testimonianze orali, fotografiche, filmate.

   Chi c’era in piazza, a manifestare contro la globalizzazione confezionata sui corpi e sui destini dei cittadini, dei popoli, dell’umanità intera? Da chi era composto il corteo che sabato 17 marzo è stato bloccato e circondato a Piazza Municipio mentre pochi metri più in là, in Piazza Plebiscito, si stava tenendo il Global Forum?

Da scalmanati, facinorosi, provocatori armati un po’ di tutto o soltanto di quello che capita a tiro, da gente che sogna di giocare alla guerra e non gli sembra vero di poter scatenare la guerriglia con la polizia?

So che molti, purtroppo, di quelli che hanno appreso la notizia dai Tg l’hanno pensato.

Ma le cose non sono andate così.

Chi c’era in piazza nella giornata conclusiva del Global Forum? C’era moltissima gente, gente normale, che non ha mai maneggiato una spranga, mai preso fra le mani un sanpietrino, che non si sogna di dire neanche una parolaccia alla polizia. Gente colpevole soltanto di non pensarla secondo il pensiero unico e globale, colpevole di esercitare il proprio diritto a manifestare il suo dissenso. Gente a cui non stanno a cuore l’alta finanza e i mercati ma la solidarietà con gli oppressi e i marginalizzati, la vivibilità della terra.

Questa è la gente che è stata caricata, insultata, picchiata, terrorizzata dalle forze dell’ordine a Napoli, sabato 17 marzo in Piazza Municipio.

E’ una gravità che si commenta da sola.

Ma è una gravità che va denunciata, gridata. E’ una gravità che chiede resistenza e moltiplicazione dell’impegno, perché è chiaro che si è voluto colpire la gente comune, metterle paura, scoraggiarla, invitarla senza mezzi termini a fuggire le occasioni prossime al casino; perché è chiaro che i mezzi usati sono quelli delle polizie di regime, delle dittature; perché è chiaro che gli ordini non possono venire che dall’alto.

E questa è l’altra faccia, quella che va per le spiccie, la faccia dura, ossia il volto vero della globalizzazione.

 

 

22 febbraio 2001

 

I laici nella Chiesa: un problema o una risorsa ?

di Lorenzo Tommaselli

 

La parola laico trae origine dal greco e significa “uno che appartiene al popolo” e che non appartiene al clero. In passato, a causa di una lunga serie di circostanze, di cui la principale fu la concentrazione della cultura in mano al clero, i laici hanno svolto nella Chiesa un ruolo puramente passivo: erano il gregge da pascere, da istruire, da santificare. Un po’ alla volta la contrapposizione tra laici e gerarchia divenne così forte che si finì per distorcere gravemente la stessa immagine della Chiesa, identificandola col clero. Un pregiudizio, questo, che non è ancora scomparso: in molti ambienti anche oggi, quando si parla della Chiesa, ci si riferisce ai preti.

Ed oggi, nonostante e dopo i pronunciamenti del magistero conciliare  (Lumen gentium e Apostolicam actuositatem), con i quali ha affermato che il laico (= battezzato) è unito al Cristo sacerdote, re e profeta, il laicato all’interno della Chiesa stenta a trovare una sua fisionomia ed una sua propositività, perché spesso confinato in un ruolo nei fatti marginale e solo operativo, senza avere la sua adeguata voce in capitolo nella vita della Comunità.…

Ai laici è stato ripetuto a sufficienza che essi formano il popolo di Dio soltanto assieme al clero ed alla gerarchia, mentre al clero ed alla gerarchia è stato detto ancora troppo poco che anch’essi possono essere popolo di Dio soltanto assieme ai laici.

L’integrazione è reciproca: innalza decisamente i laici, che finora erano sottomessi, allo stesso piano di coloro che hanno un ministero ordinato, ed abbassa il clero e la gerarchia, con una riduzione salutare, allo stesso piano dei laici, con pari dignità per tutti.

D’altronde, una comunità di membri adulti che deve osservare la pari dignità di ogni persona, deve anche rendere accessibile a tutti « la possibilità effettiva di partecipare liberamente ed attivamente sia all’elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d’azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti »(Gaudium et spes, n. 75).

Questa richiesta del Concilio Vaticano II è limitata al campo politico, ma, se la grazia rende perfetta la natura, la Chiesa dovrebbe rispondere a questa esigenza in modo più completo dello Stato: nella Chiesa non dovrebbe esserci meno, ma più democrazia, non meno ma più parità di diritti e più partecipazione nelle decisioni, più attenzione per i diritti umani, e perciò meno discriminazione e meno paternalismo. L’obiezione, piuttosto banale, che viene mossa contro la democrazia nella Chiesa, che cioè sulla verità non si può votare, è confutata proprio dalla storia della Chiesa. Infatti, nella Chiesa si è sempre votato anche su questioni inerenti la fede (ad es., nei Concili) ed il Nuovo Testamento non dice assolutamente che lo Spirito Santo possa essere gestito esclusivamente da chi ha un ministero ordinato.

Ed in questo spirito si sono mossi tanti cristiani europei con un’iniziativa dal titolo emblematico «Noi siamo Chiesa», che ha come sottotitolo “ Un appello dal popolo di Dio: più democrazia nella Chiesa “; con tale attività si sono raccolte firme di sostegno maturo e consapevole per una richiesta di maggiore apertura nella Chiesa cattolica. A prescindere dalla singole proposte, è importante cogliere il senso di questo cammino, che vuole spingere tutta la Comunità ecclesiale verso la realizzazione del sogno del Signore Gesù, una comunità di fratelli e sorelle per l’edificazione del Regno.

Questo percorso non è lontano da noi, dalla nostra comunità. Anche nel nostro piccolo possiamo (e dobbiamo) sentirci impegnati in questa dinamica di rinnovamento ecclesiale, favorendo sempre più e meglio la partecipazione nella vita della Comunità. Un esempio: il funzionamento del Consiglio pastorale, che, da organo meramente consultivo, quasi una sorta di Consiglio del Principe, si trasformi in un organismo realmente propositivo e deliberativo, con decisioni adottate con il consenso e con il voto dei singoli partecipanti, nello spirito di una reale (e non solo proclamata) comunione ecclesiale.

Il cammino non è certo esente da difficoltà, rischi, incomprensioni, ma, con la fede nel Signore Gesù, Servo sofferente e Messia di liberazione per tutti gli uomini, e nello Spirito che da vita, tutti i laici cristiani si devono sentire impegnati, senza cedevolezze bigotte ma con mitezza e trasparenza evangeliche, in questo cammino di riforma insieme alla gerarchia, secondo quello che l’apostolo Paolo dice: «Noi non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo collaboratori della vostra gioia»  (II Corinzi, 1, 24).

 

 

13 febbraio 2001

 

“Armati” soltanto di passamontagna…

Dal 25 febbraio all’11 marzo si svolgerà la marcia zapatista attraverso il Messico: dal Chiapas a Città del Messico


una marcia pacifica a cui si aggregheranno tutti coloro che vorranno. Non esclusivamente a sostegno dell’EZLN (L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) ma a favore degli indios del Chiapas, per ricordare i loro diritti calpestati, le loro esigenze vitali sacrificate sull’altare degli interessi economici delle multinazionali e dei grandi potentati politici. Sarà una marcia pacifica a favore degli indios del Chiapas ma anche degli indios di tutto il mondo, cioè di tutte le minoranze, di tutti quelli che non servono al sistema economico e di potere. Una marcia con i molti che non contano nulla per opporsi ai pochissimi che comandano tutto.

Alla marcia parteciperanno non solo cittadini messicani ma anche delegazioni provenienti da tutto il mondo tra cui una significativa rappresentanza italiana di circa trecento persone.

 

 

31 gennaio 2001

 

Lettera da Taizè


Avverti una felicità ?

Lettera 2001

Tradotta in 58 lingue (di cui 23 asiatiche e 7 afri-cane),

questa lettera è stata scritta da frère Roger di

Taizé e pubblicata durante l’incontro di Barcellona.

Verrà letta e meditata, per tutto l’anno 2001, di

settimana in settimana, durante gli incontri a Taizé,

come anche altrove nel mondo.

1

Se potessimo sapere che è possibile una vita felice anche nelle ore d’oscurità...1.

Ciò che rende felice un’esistenza, è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore, e quella della nostra vita 2 .

 Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità: l’umile dono della propria persona rende felici.

Quando la semplicità è intimamente legata alla bontà del cuore 3, anche l’essere umano più sprovvisto può creare un terreno di speranza attorno a sé.

Si, Dio ci vuole felici! 4

Ma non c’invita mai a rimanere passivi, mai ad essere indifferenti alla sofferenza degli altri 5 . Proprio al contrario: Dio ci suggerisce di essere creatori, di arrivare a creare anche nel momento della prova.

La nostra vita non è sottomessa alle sorti della fatalità o del destino. Tutt’altro! La nostra vita prende senso quando è innanzitutto risposta viva alla chiamata di Dio.

1 Tra le prime parole di Cristo sulla terra,

troviamo queste: “Beati i cuori semplici...beati

coloro che piangono, saranno consolati...beati i

misericordiosi, troveranno misericordia...” (vedi

Matteo 5,1-12). Vedi anche Deuteronomio 4,40.

2 Ci sono altre realtà del Vangelo che rendono

felice un’esistenza umana. Tra queste, la fiducia, la

pace nell’intimo...

3 Semplificare non significa mai optare per un

rigorismo senza tolleranza e pieno di giudizi. Lo

spirito di semplicità traspare nella bontà del cuore.

Con i nostri fratelli, quelli che sono a Taizé o quelli

che, in altri continenti, vivono in mezzo ai più

poveri, siamo consapevoli d’essere chiamati a una

grande semplicità di vita. Abbiamo scoperto che

talvolta anche con mezzi molto limitati, può essere

dato di vivere un’ospitalità di cui non ci si credeva

capaci.

4 Lo scrittore ortodosso Dostoievski scrive:“So

che gli uomini possono essere felici senza perdere la

facoltà di vivere sulla terra. Non voglio e non posso

credere che il male sia la condizione normale degli

uomini” (Diario di uno scrittore).

5 Il filosofo riformato Paul Ricœur scrive: “Non

ho nulla da rispondere a quelle o quelli che dicono

“C’è troppo male nel mondo perché possa credere

in Dio”...Dio non vuole la nostra sofferenza. Da

onnipotente, Dio diventa “l’onniamante”. Il solo

potere di Dio è l’amore disarmato. Dio non ha altra

potenza che quella di amare e di rivolgerci, quando

siamo nella sofferenza, una parola d’aiuto. La

nostra difficoltà, è poter ascoltarlo”.

 

 

Ma come riconoscere una tale chiamata e scoprire

ciò che si aspetta da noi?

Dio si aspetta che siamo un riflesso della sua presenza,

portatori di una speranza del Vangelo 6 .

Chi risponde a questa chiamata non ignora le proprie

fragilità, così custodisce nel suo cuore queste parole di

Cristo: “Non temere, continua a fidarti!”7 .

Alcuni percepiscono, all’inizio forse fievolmente, che

per loro la chiamata di Dio è una vocazione per tutta

l’esistenza 8 .

Lo Spirito Santo ha la forza di sostenere un sì per tutta

la vita. Non ha forse già deposto nell’essere umano un

desiderio d’eternità e d’infinito?

In lui, ad ogni età, si può ritrovare uno slancio e dirsi:

“Abbi un cuore deciso 9 , e prosegui il cammino!”.

Ed ecco che, con la sua misteriosa presenza, lo Spirito

Santo compie un cambiamento nei nostri cuori, rapido

per alcuni, impercettibile per altri. Quel che era oscuro o

anche inquietante si rischiara.

Sino alla fine dell’esistenza, la fiducia di un sì può

portare tanta luce e tanta gioia.

Chiamati al dono della nostra persona, siamo così

poco costruiti per un tale dono. Il Cristo capisce le nostre

resistenze interiori. Superandole, gli diamo prova del

nostro amore.

Attenti alla chiamata di Dio, capiamo che il Vangelo

c’invita ad assumere delle responsabilità per alleviare le

sofferenze umane 10 .

Lo sguardo degl’innocenti, quello di tanti poveri sulla

terra, c’interroga: come condividere una speranza con chi

ne è stato cosi tanto privato?

E la parola di Cristo nel Vangelo offre una risposta

molto limpida: “Ciò che fate per i più piccoli, lo fate a me”

11

.

Dio non può che donare il suo amore e la sofferenza

non proviene mai da lui. Dio non è l’autore del male,

non vuole né la miseria umana, né le guerre 12 ,né i

2

6 Possiamo scoprire Dio in particolare attraverso

la vita di coloro che, spesso senza saperlo, sono un

suo riflesso tra gli uomini.

7 Marco 5,36

8 Certuni hanno percepito questa chiamata già

nella loro infanzia.

9 Siracide 2,2

10 In un mondo in rapida evoluzione, la scienza,

la ricerca, compiono notevoli scoperte, fra l’altro al

fine di alleviare le sofferenze, aiutare i più sprovvi-sti.

E le nuove tecnologie si rivelano più indispensa-bili

che mai. Esistono possibilità, talvolta inattese,

di condivisione con i poveri e gli emarginati, nella

prospettiva di una economia più solidale. Nume-rose

ONG (Organizzazioni non Governative)

giocano un ruolo positivo in questo senso. Un’altra

iniziativa sostiene la speranza in un Paese dell’Asia,

il Bangladesh. Vi è stato creato un organismo per

prestare piccole somme ai più poveri. Un minimo

prestito permette loro d’intraprendere un lavoro e

il rimborso avviene con piccoli versamenti settima-nali.

Su questo modello, sono stati realizzati

progetti in molti Paesi, per aiutare coloro che non

avrebbero nessuna possibilità d’ottenere dei prestiti

dalle banche tradizionali, per esempio, in alcuni

Paesi occidentali, le persone disoccupate.

11Matteo 25,40

12Jean-Claude Mallet, esperto in relazioni inter-nazionali,

scrive: “La pace è sempre da costruire,

non è mai acquisita. Uscendo dal XX secolo, il

secolo delle guerre mondiali e dei genocidi,

dobbiamo purtroppo contare ancora trentacinque

conflitti armati, internazionali o nazionali, recen-siti

dalle Nazioni Unite. Come potremo dunque

sfuggire alla riflessione sui modi per mettere

termine alla violenza armata? Nulla sembra più

urgente, all’inizio del terzo millennio, perché la

guerra inghiotte enormi risorse, economiche,

materiali e umane, sottratte allo sforzo per lo

sviluppo, perché la guerra rompe l’unità

dell’uomo, fra i popoli e in ciascuno. Costruire la

pace, dunque, non nella logica del mondo

(Giovanni 14,27) come una vittoria sull’altro, una

conquista, ma come una vittoria su se stessi e la

realizzazione di una riconciliazione: ciascuno può

contribuirvi. Nell’incessante ricerca della pace,

riconciliazione interiore e riconciliazioni pubbliche

si sostengono a vicenda. Ogni odio mi separa da me

stesso e dagli altri. Lavorare per la riconciliazione

dei popoli, è anche condurre ciascuno a rompere il

cerchio in cui tende a rinchiudersi, aiutarlo ad

uscire da se stesso per andare verso l’altro: la pace

appartiene all’ordine della libertà e dell’amore”.

>3

L e t t e r a d a T a i z é E d i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1

L e t t e r a d a T a i z é E d i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1

disordini della natura, né la violenza degl’incidenti.

Condivide la pena di chi attraversa la prova e rende

capaci di consolare chi conosce la sofferenza.

Dio ci vuole felici: ma dov’è la fonte di una tale speranza?

È nella comunione con Dio, vivente al centro dell’anima

di ciascuno 13 .

Possiamo capirlo? Ci sarà dato d’essere afferrati dal

mistero di questa comunione con Dio. Essa tocca quel

che c’è di unico e di più intimo nel profondo dell’essere

14

.

Dio è Spirito 15 e la sua presenza resta invisibile. Vive

sempre in noi: nei momenti d’oscurità come in quelli di

piena luce 16 .

Ci saranno in noi degli abissi d’ignoto, o anche baratri

di sensi di colpa provenienti da chissà dove? Dio non

minaccia nessuno 17 e il perdono con il quale inonda le

nostre vite guarisce la nostra anima.

Come potrebbe un Dio d’amore imporsi con le

minacce? Dio sarebbe forse un tiranno?

Se dei dubbi ci assalgono, talvolta sono solo dei

vuoti d’incredulità, niente di più. Una padronanza dei

nostri pensieri è un valore per resistere in mezzo alle

molteplici sollecitazioni di un’esistenza 18 .

Potrebbe scaturire l’impressione di una lontananza tra

Dio e me, come se lo sguardo interiore si spegnesse fuga-cemente?

Ricordiamoci che Dio non ritira mai la sua

presenza

19

.

Lo Spirito Santo non si separa mai dalla nostra

anima: anche alla morte, la comunione con Dio rimane.

Sapere che Dio ci accoglie per sempre nel suo amore

diventa sorgente di serena fiducia 20 .

La nostra preghiera è una realtà semplice. Non è che

un povero sospiro? Dio sa ascoltarci. E non dimenti-chiamo

che, nel cuore della persona umana, lo Spirito

Santo prega 21 .

E stare in silenzio alla presenza di Dio è già una

disposizione interiore aperta alla contemplazione 22 .

13 “Il Cristo è unito ad ogni essere umano senza

eccezione, anche se non ne è consapevole”. Queste

parole così chiare, scritte da Giovanni Paolo II,

aprono ad una nuova comprensione della fede sulla

terra. La fiducia in Dio diventa una realtà più

accessibile.

14 Un anno fa, durante una preghiera dell’in-contro

europeo di giovani a Varsavia, l’Arcivescovo

di Varsavia ci diceva: “Voi non vi riferite solamente

ad un ecumenismo che consista in un riavvicina-mento

delle confessioni cristiane divise. Voi andate

più in profondità, volete mostrare la pienezza di

Dio che porta alla pienezza dell’uomo. In effetti, è

dapprima l’uomo che è frantumato. Oggi, il

problema fondamentale non consiste solo nella

divisione dei cristiani. Si tratta innanzitutto di

contribuire ad unificare l’uomo dentro di sé”.

15“Dio è Spirito” (Giovanni 2,24) e “lo Spirito di

Dio riempie tutto l’universo” (Sapienza 1,7).

16 Proprio all’inizio della Chiesa, l’apostolo

Paolo scopriva già una tale vita di comunione e

scriveva: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive

in me” (Galati 2,20). Anche un bambino può

entrare in questa realtà contemplativa.

171 Pietro 2,23-24

18 La pace inizia in noi stessi. Già nel IV secolo,

Sant’Ambrogio di Milano diceva: “Cominciate in

voi l’opera della pace, così che rappacificati con

voi stessi possiate portare la pace agli altri”.

19 Il teologo ortodosso Olivier Clément scrive:

“Dio che è Amore senza limiti non è un Dio

lontano, in un’eternità sovrastante. È un Dio infi-nitamente

vicino, più interiore di noi stessi, tale

che, per quanto profonda sia la nostra disperazione,

lui è lì, ancora più in profondità e si frappone tra

noi e il nulla” (Taizé, un senso alla vita).

20 Le attuali tecniche mediche arrivano sempre

più ad attenuare il passaggio stesso alla morte,

alleviando le sofferenze.

21Romani 8,26

22 In ogni istante possiamo pregare con molta

semplicità. Alcune parole dette lentamente o

cantate, cinque volte, dieci volte, dal profondo del

nostro cuore, possono sostenere il nostro desiderio

di comunione con Dio. Così queste brevi preghiere:

“Una sete riempie la nostra anima: abbandonarci in

te, o Cristo” - “Tu che ci ami, il tuo perdono e la tua

presenza fanno nascere in noi il chiarore della fidu-cia”

- “ Gesù Cristo, Luce interiore, non lasciare

che le mie tenebre mi parlino, fammi accogliere il

tuo amore” - “In tutto la pace del cuore, la gioia, la

semplicità, la misericordia”.

3

L e t t e r a d a T a i z é E d i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1

Entrando nel terzo millennio, riusciamo a comprendere

che, duemila anni fa, Cristo è venuto sulla terra non per

creare una nuova religione, ma per offrire ad ogni essere

umano una comunione in Dio?23

Il secondo millennio è stato quello in cui molti

cristiani si sono separati gli uni dagli altri. C’impeg-neremo,

da ora, sì senza tardare, dall’inizio del terzo

millennio, a compiere tutto il possibile per vivere in

comunione 24 e costruire la pace nel mondo?

Quando i cristiani vivono in grande semplicità e

nell’infinita bontà del cuore, quando sono attenti a

scoprire la bellezza profonda dell’animo umano, sono

portati ad essere in comunione gli uni con gli altri nel

Cristo 25 e a diventare cercatori di pace in ogni parte della

terra.

Sappiamo che ogni battezzato che si dispone interior-mente

a fidarsi del Mistero della Fede, è nella comunione

del Cristo?

Essere in comunione gli uni con gli altri comporta

amare ed essere amati, perdonare ed essere perdonati.

Quando questa comunione che è la Chiesa diventa

limpida cercando di amare e di perdonare, lascia tras-parire

delle realtà del Vangelo in una freschezza tutta

primaverile 26 . Entreremo finalmente in una primavera

della Chiesa?

Il Cristo ci chiama, noi poveri del Vangelo, a realiz-zare

la speranza di una comunione e di una pace che

si diffonda attorno a noi. Anche il più semplice fra i

semplici può riuscirci.

Avverti una felicità? Si, Dio ci vuole felici!…e l’umile

dono di sé rende felici.

23 Un giorno mi trovavo con i miei fratelli in

Bangladesh, dove condividono la vita dei più

poveri, eravamo stati invitati ad un incontro di

preghiera con i musulmani della bidonville in cui

vivevamo. Volevano esprimere la loro gratitudine

per la nostra presenza in quel luogo e per il labora-torio

di cucito che avevamo organizzato. Uno di

questi musulmani, riaccompagnandomi mentre

scendeva la sera, mi disse: “Tutti gli esseri umani

hanno il medesimo Maestro. È un segreto non

ancora rivelato, ma lo si scoprirà più avanti”.

24 Durante la sua visita a Taizé, nell’ottobre del

1986, papa Giovanni Paolo II suggerì una via di

comunione dicendo alla nostra comunità: “ …voi

aiuterete tutti coloro che incontrerete ad essere

fedeli alla propria appartenenza ecclesiale che è il

frutto della loro educazione e della loro scelta di

coscienza, ma anche ad entrare più profondamente

nel mistero di comunione che è la Chiesa nel dise-gno

di Dio.”

25 Una domanda si pone più che mai: i cristiani

d’Occidente e quelli d’Oriente sapranno scoprire

una profonda fiducia gli uni negli altri? Molti

cristiani d’Occidente amano i loro fratelli e sorelle

d’Oriente sia a causa di tutte le prove che hanno

attraversato e anche perché ci sono in loro doni di

comunione molto trasparenti. Nel 1962, un

Vescovo ortodosso, il metropolita Nikodim, di

San Pietroburgo, venne a Taizé. S’interrogava sul

futuro dei cristiani in Occidente e in Oriente:

portava dentro di sé la speranza di una comunione

e faceva capire che il segreto dell’animo ortodosso

era innanzitutto nella preghiera aperta alla contem-plazione.

Nelle loro prove, tanti Ortodossi hanno

saputo amare. La bontà del cuore è per molti di loro

una realtà vitale. Sono dei testimoni viventi di una

fiducia nello Spirito Santo. Con la loro attenzione

alla risurrezione, ci fortificano nell’essenziale della

fede. Oggi a Taizé, cerchiamo di essere molto

attenti ai giovani della Russia, Bielorussia, Ucraina,

Romania, Bulgaria, Serbia.

26 “Non è il Vangelo che è cambiato, ma siamo

noi che cominciamo a capirlo meglio” Queste

parole sono state pronunciate da Papa Giovanni

XXIII alla vigilia della sua morte. Un giorno aveva

anche detto: “Nella situazione attuale della società,

i profeti di sventura vedono solo rovine e calamità;

dicono che la nostra epoca è profondamente

peggiorata, come se una volta tutto fosse perfetto;

annunciano catastrofi, come se il mondo fosse

vicino alla fine”.

Durante il nostro ultimo incontro con Giovanni

XXIII, eravamo in tre, c’erano anche i fratelli Max e

Alain. Era già malato. Vedendoci commossi per la

sua prossima fine, il Papa espresse la sua fiducia

circa il futuro della nostra comunità. Sempre

durante questo incontro, Giovanni XXIII ci spiegò

come talvolta prendesse le sue decisioni pregando:

“Parlo con Dio” disse. Ci fu un attimo di silenzio e

poi continuò: “Oh! molto umilmente, oh! con

molta semplicità”.

4

© 2000, Ateliers et Presses de Taizé

F-71250 Taizé Communauté

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6 gennaio 2001

 

Nella calza della befana: URANIO IMPOVERITO

 

Vera, ma troppo magra, anzi beffarda consolazione ricordarsi che “l’avevamo detto”. I fatti non hanno smentito noi cassandre che mettevamo in guardia dagli effetti dell’uranio impoverito. I vertici istituzionali e militari, anche se ob torto collo, stanno ammettendo ufficialmente che avevamo ragione, ora che si è parlato così tanto dell’uranio e dei suoi effetti sui soldati italiani ed europei. Che avevamo ragione ce l’avevano fatto già capire quando il documentario sulla Sindrome del Golfo fu censurato dalla RAI - che pure l’aveva prodotto - e circolò riprodotto clandestinamente.

Non è affatto così rilevante che vengano scientificamente provate le correlazioni tra leucemie, linfomi ed affini che colpiscono i militari impiegati nelle missioni in Bosnia e Kosovo e i proiettili all’uranio impoverito. Anzi, è una forma di scandalo parlare di necessarie indagini epidemiologiche. Perché è incontrovertibile il fatto che si è giocato sulla pelle dei soldati. Non solo dei militari NATO: pensiamo piuttosto alle popolazioni locali. E’ un fatto che non si può negare senza malafede che le imprese belliche servono a sperimentare strumenti di distruzione e di morte di diabolica modernità. Dall’atomica in poi, dai malati di cancro di Hiroshima passando per le malformazioni genetiche causate dai defolianti impiegati nel Vietnam fino alle armi usate in Iraq e poi in Bosnia e in Kosovo, sempre più raffinatamente, più astutamente, stiamo sperimentando strumenti di morte dagli effetti ritardati, che si manifestano nel corso degli anni, agiscono sul patrimonio genetico, prolungano i loro effetti sulle generazioni figlie di quelle che hanno vissuto direttamente la guerra. E’ la guerra ritardata, quella che non finisce quando finisce la guerra; la guerra protratta che allunga la sua ombra come un incubo anche sui tempi di pace.

La guerra si è così andata sempre più trasformando, ma non nel senso propagandato e pubblicizzato della guerra pulita e umanitaria, della guerra chirurgica che limita al massimo gli effetti devastanti sulle persone. I vincitori della guerra contro la Serbia si congratularono con se stessi perché nessuno dei loro militari era morto durante le operazioni belliche. Ma è stata una beffa. Un tempo, i soldati – comunque da sempre usati e immolati per fini che passano sopra le loro teste – sapevano i rischi che correvano. Ora non più. Il cavallo di Troia non colpisce soltanto “il nemico”.

Quando sono stato a Belgrado durante la guerra della NATO con una missione di pace, “di diplomazia dal basso”- come chiamava queste iniziative don Tonino Bello - sono tornato con un souvenir: una scheggia di missile che ha colpito, proprio in quei giorni, una pizzeria di Belgrado.

E’ rimasto a lungo esposto in chiesa. Perché nelle chiese non si espongono soltanto le reliquie dei santi alla venerazione dei fedeli. L’ho esposto come a volte si trovano esposti gli strumenti con cui erano stati sottoposti i martiri al supplizio: le catene di San Pietro, la graticola di San Lorenzo, i chiodi o il legno della Santa Croce.  L’ho esposto come una testimonianza, poiché le testimonianze inducono a scegliere.

E la scelta da fare, la scelta veramente necessaria, non è quella di mettere al bando l’uranio impoverito, ma di mettere al bando la guerra. Certamente verrà il giorno in cui l’uranio impoverito verrà messo al bando; temo fortemente, però, che ciò avverrà non in conseguenza di una scelta di vita ma solo quando sarà un’arma superata, quando altri, più nuovi strumenti si saranno resi disponibili. Dire no a tutti gli strumenti di morte vecchi e nuovi, collaudati o in sperimentazione, implica un capovolgimento radicale: l’abbandono del potere basato sulla forza, sulla deterrenza esercitata dalla violenza, il rifiuto di assecondare i voraci interessi economici che muovono l’industria bellica. Perché, infatti, anche quello delle armi è un mercato con le sue spietate leggi di profitto, un mercato che si interseca con altri mercati e il cui andamento si ripercuote su quello degli altri mercati in una sorta di mostruoso groviglio tentacolare.

E la politica è supina di fronte al potere di questo mercato. I politici che ci hanno trascinato e ci trascinerebbero ancora in simili imprese di guerra, non se la possono cavare con bugie e reticenze, con le solite commissioni d’inchiesta, con promesse generiche di fare chiarezza sui danni da uranio. I politici che sbagliano dovrebbero riscoprire il dovere delle dimissioni.

 

 

PECCATI DI OMISSIONE

Qualche anno fa, ero da poco parroco, e come adesso, era da qualche giorno passato Natale. Mi chiamarono, una mattina, perchè raggiungessi un casolare quasi sperduto tra le campagne che fanno parte del territorio della mia parrocchia. Nel casolare abitava un vecchio, solo, che non avevo mai visto in paese, che non era venuto mai al bar, né in chiesa.

Arrivai in quel posto solo grazie alla camionetta dei Carabinieri. Entrammo forzando la porta e trovammo il vecchio giusto lì dietro, morto d’infarto forse proprio mentre cercava di aprire la porta, di uscire in cerca di aiuto.

Quasi inciampammo in un cadavere già in avanzato stato di decomposizione. Il vecchio era morto da diverse settimane, come ebbe a constatare il medico legale.

Per tutto quel tempo, il corpo del contadino era rimasto lì, nessuno si era accorto del decesso; nessuno per tutto quel tempo lo aveva cercato.

Ancora oggi, non riesco a perdonarmi quell’abbandono, quella mancanza di sollecitudine che mi fece conoscere il vecchio Faustino soltanto da morto.

A Faustino è andato il mio primo pensiero quando ho saputo dei due vecchi coniugi di Pagani trovati in stato di totale, indicibile abbandono. Stando alla mia brutta esperienza, penso a quanto ora debbano sentirsi male gli assistenti sociali di Pagani, il parroco o i volontari della Caritas, i cristiani e tutti coloro che non si erano mai accorti di niente, o sapevano e non hanno fatto abbastanza, perché non hanno voluto o anche solo perché non sono stati capaci di fare qualcosa di più.

Che si possa vivere senza acqua e senza luce, in mezzo ai pidocchi, ai topi e alla spazzatura qui, in Italia, non è ricordo d’altri tempi ma pungente attualità.

In una dimensione collettiva in cui nulla sembra sfuggire alla rete dei contatti, dei controlli e delle relazioni, alcuni esseri umani si perdono, diventano invisibili agli occhi degli altri e sprofondano, come inghiottiti, in un inarrestabile degrado.

Bruciante attualità degli atti sociali mancati, degli atti mancati di solidarietà.

Crudele attualità del peccato di indifferenza; peccato di distrazione, peccato di omissione.

Peccato di voltarpagina e di dimenticanza come quello dei telegiornali che, dopo averla data, hanno archiviato la notizia dei vecchi abbandonati di Pagani soppiantandola con quella dei non so quanti miliardi spesi in carbone di zucchero dentro le calze della Befana.

 

 

 

3 gennaio 2001

 

Omelia di Natale 2000 del Patriarca di Gerusalemme

 

Felice e santo Natale a tutti voi. Che si possa celebrare, con la grazia di Dio, il prossimo Natale con più pace, giustizia e dignità umana.

Prima di iniziare la nostra meditazione sul mistero del Natale, voglio richiamare alla memoria la figura del nostro amato fratello il Patriarca Deodoros, che Dio ha chiamato a sé. Noi preghiamo per il riposo della sua anima, per tutta la Chiesa Ortodossa.

Saluto il presidente Yaser Arafat, e tutte le autorità civili  e municipali, nostri ospiti, il ministro Johan Sauwens dal Belgio, e la sig.ra Luisa Morgantini, rappresentante del Parlamento Europeo. Un saluto, inoltre, va alle autorità del consolato americano. A tutti voi auguro la luce e la pace del Natale.

 

Saluto e ringrazio sua eccellenza reverendissima Jean Orchampt, vescopo emerito of Anger, presente con noi questa notte, per rappresentare la conferenza episcopale francese e per esprimere la solidarietà della chiesa di Francia con la Chiesa di Gerusalemme in questi giorni duri.

Saluto e ringrazio le numerose Chiese del mondo, cattoliche, ortodosse, evangeliche, che hanno espresso la loro solidarietà mediante messaggi e fatti, per sostenerci in questa prova: intendo le Chiese di Stati Uniti, Canada, Europa, Australia, Nuova Zelanda, Asia e Africa. Con noi e per noi, hanno pregato, operato e parlato.

Saluto voi, pellegrini qui presenti. Alcuni di voi sono venuti a piedi partendo mesi fa e sono arrivati oggi. Saluto il vostro coraggio nell'essere qui con noi stanotte, a condividere questi tempi difficili e la preghiera.

Saluto tutti voi fedeli, quanti siete presenti e quanti ci accompagnano, nelle loro parrocchie, in Palestina, Giordania, Israele e Cipro.

 

2. In questa notte di Natale noi meditiamo il mistero dell'incarnazione del Verbo eterno di Dio, come dice il primo capitolo del Vangelo di san Giovanni: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,1,14).

 

S. Leone Magno commenta così questo mistero:

"Dio ha condiviso ed è apparso nella nostra umiltà. L'Onnipotente ha assunto la nostra debolezza, l'Eterno la nostra natura mortale. E per pagare il debito della condizione umana, la natura immutabile si è unita con la natura esposta ad ogni genere di sofferenza. Per questo, per sanarci meglio, l'unico mediatore tra Dio e l'uomo, l'uomo Gesù Cristo doveva essere in grado da un lato di poter morire e dall'altro di non poter patire morte.

E' perciò nella piena e completa natura umana di un vero uomo che il vero Dio è nato; pienamente partecipe di ciò che apparteneva a lui e pienamente partecipe di ciò che apparteneva a noi" (S. Leone Magno, II lettura del 25 Marzo).

 

3. Questo è il mistero che noi siamo invitati a meditare in questa notte santa. E' la fonte della nostra forza e della nostra speranza, nei tempi di pace e in quelli di guerra. Che cosa ci dice questo mistero oggi, in mezzo ai nostri problemi, tra i nostri fratelli morti e feriti, tra le nostre case demolite, le nostre chiese e conventi bombardati, le nostre città e i villaggi assediati?

Questo mistero ci dice prima di tutto che i nostri rapporti come cristiani sono fondati sull'amore. Questa è la prima nostra caratteristica della nostra identità. Poiché Dio ama tutte le sue creature, noi amiamo tutte le sue creature. E l'amore cristiano non è limitato ai cristiani, ma abbraccia tutti senza discriminazioni. L'amore è la più grande forza che abbia edificato questo mondo fino ad oggi e che continuerà ad edificarlo.

Il mistero di Dio ci dice che noi, cristiani di questa terra, siamo i testimoni di Gesù in questa terra. Questo è un altro aspetto fondamentale della nostra identità. Qui: Dio ci vuole cristiani qui, non in altri luoghi della terra. Se anche viviamo nella guerra, o nell'intifada, se le nostre case sono demolite, i nostri fratelli feriti o uccisi, è qui che Dio ci vuole cristiani. Questa è la nostra terra, per chiedere la nostra libertà tra la nostre case demolite e nei nostri villaggi e città sotto assedio.

Questo mistero ci dice anche, in questi giorni, che noi siamo cristiani in una società araba cristiana e musulmana, e in una società palestinese che pretende la libertà. Siamo parte integrale di questa società. Siamo nel suo cuore, non siamo né alternativi né osservatori. Ancora, siamo in mezzo alla guerra, distruzioni e richiesta di libertà, è in questa società che Dio ci vuole cristiani.

 

4. Il Natale ci dice che il Verbo di Dio si è incarnato nella nostra realtà umana, l'ha assunta totalmente, eccetto il peccato, e l'ha amata. Con questo esempio, noi accettiamo e amiamo tutta la nostra realtà che chiede giustizia e pace, anche su sentieri difficili.

Noi l'accettiamo come realtà di palestinesi -arabi, cristiani e musulmani- e come realtà di ebrei, che invitiamo a cooperare con noi alla giustizia e alla pace. Tutti gli sforzi per la libertà vogliono raggiungere l'amore di Dio che si estende a tutti gli uomini e le donne, palestinesi e israeliani, cristiani, musulmani, ebrei e drusi.

Questo il messaggio del Natale per noi: accettare e amare la nostra difficile realtà umana, cosicché Gesù, il principe della pace, nato a Betlemme, la santifichi, la redima, e ponga in essa una nuova vita.

 

5. Fratelli e sorelle,

abbiamo concluso quest'anno il Sinodo delle Chiese cattoliche di Terra Santa: abbiamo stabilito un programma pastorale comune. Insieme, saremo capaci di iniziare, con il nuovo millennio, un periodo nuovo nella storia delle nostre Chiese.

La prossima settimana concluderemo l'anno del grande Giubileo. Sua santità il papa Giovanni Paolo II ha deciso di mandare un inviato speciale alle nostre Chiese e ai nostri capi, israeliani e palestinesi. Celebrerà con noi la giornata mondiale per la pace il primo di Gennaio, e poi presiederà la chiusura del grande anno giubilare il giorno seguente.

Il Signore ha permesso che chiudessimo l'anno del Giubileo con prove e sofferenze. Per ogni grazia, per ogni prova, noi benediciamo Dio, perché anche la sofferenza è parte della grazia del Giubileo. Essa ci aiuta a purificarci; ci permette di vedere meglio il volto di Dio, di chiedere meglio la libertà, perché diventiamo capaci di vedere il volto di Dio in quello dei nostri fratelli e sorelle, e nel volto di quelli ai quali chiediamo la libertà.

In questo anno  abbiamo salutato la visita del Santo Padre, il Papa Giovanni Paolo II. Egli ci ha portato un messaggio di fraternità, giustizia e pace. Ad alcuni sembra che questo messaggio non abbia dato frutto alcuno. Noi invece vi vediamo il chicco di grano che, dice il Vangelo, non dà frutto se prima non cade a terra e muore. Le sofferenze attuali sono il tempo della morte e maturazione.  Più tardi, sarà possibile raccogliere i frutti per la nostra vita cristiana ed ecumenica, per il dialogo inter-religioso, per la richiesta di giustizia e pace tra i nostri due popoli.

 

Fratelli e sorelle, preghiamo dunque il Signore di restaurare nei nostri cuori, nelle nostre case e nei cuori di tutti gli abitanti di questa terra la vera gioia di Natale. Amen.

 

                                               + Michel Sabbah

                                   Latin Patriarch of Jerusalem

 

2000

 

11 dicembre 2000

 

HEIDER IN VATICANO:SVASTICHE E CROCI

 

Quest’anno, il tradizionale albero di Natale di Piazza San Pietro è stato donato dalla Carinzia, di cui è governatore il neonazista Haider che sabato prossimo sarà ricevuto dal Papa.

Alle proteste che da molte parti sono state sollevate, il cardinale Sodano ha risposto che il Papa riceve tutti.

Come mai non sono stati ricevuti i Sem terra brasiliani, le Madri di Plaza de Majo, i gay?

Come mai il Vescovo di San Cristobal de las Casas, mons. Samuel Ruiz è stato ricevuto dal Papa dopo tre giorni di anticamera?

Queste scelte ci portano a ricordarne altre. Scelte di un altro papa, scelte di oltre sessant’anni fa, scelte di segno diverso.

 Quando Hitler venne in visita in Italia, Pio XI si rifiutò di incontrarlo. E mentre il Fuher visitava la città di Roma, il Papa scelse di ritirarsi a Castelgandolfo. Non solo. Dispose finanche la chiusura dei Musei Vaticani per impedire ai nazisti di mettervi piede. E di fronte alle croci uncinate che sventolavano numerose nelle strade della capitale, manifestò apertamente la sua tristezza perché a Roma era stata innalzata una croce «che non era quella di Cristo».

 

 

5 dicembre 2000

 

 A SAN PIETRO MANIFESTAZIONE CONTRO LA NESTLÉ FORNITRICE DEL GIUBILEO

ROMA-ADISTA (Claudia Fanti). L’aveva promesso e l’ha fatto. In mancanza di una risposta da parte del Comitato centrale per il grande Giubileo a centinaia di messaggi di protesta per la scelta operata dal Vaticano di includere tra le imprese fornitrici delle manifestazioni collegate all’evento giubilare la Nestlè  (la multinazionale svizzera accusata da anni di violare il Codice internazionale di condotta dell’Organizzazione mondiale della Sanità e dell’Unicef sulla commercializzazione e la vendita dei sostituti del latte materno), la Rete Italiana di Boicottaggo alla Nestlé (Ribn) aveva scritto lo scorso maggio, per la terza volta, al Comitato, comunicando la propria intenzione di «portare avanti ad oltranza» la campagna di pressione, «senza escludere possibili atti pubblici di protesta prima della fine del Giubileo» (v. Adista n. 45/00). Così, domenica 26 novembre, in occasione del Giubileo dell’Apostolato laico, diversi aderenti e simpatizzanti della Ribn, rappresentanti di centinaia di gruppi sparsi su tutto il territorio nazionale, sono entrati in piazza San Pietro indossando sotto i giacconi una maglietta con una lettera impressa sul davanti e sul retro e portando in tasca un cartoncino ripiegato, anch’esso con una lettera su entrambe i lati (con uno striscione sarebbe stato più difficile sfuggire ai controlli). Al segnale convenuto, al termine della celebrazione, i militanti, salendo sulle sedie, hanno esibito magliette e cartoncini, formando la frase, leggibile dalle prime fino alle ultime file - ma non ripresa dalle telecamere - «Via la Nestlé dal Giubileo». Grande la curiosità tra i presenti, alcuni dei quali non hanno mancato di applaudire. Finché non è venuta la polizia a far cessare la protesta, minacciando di denunciare le persone coinvolte, colpevoli di dar vita ad una manifestazione non autorizzata in zona extraterritoriale, e portandole nel più vicino posto di polizia, dove tuttavia la minaccia non ha avuto seguito.

Con questa iniziativa, la Ribn ha voluto esprimere la propria indignazione rispetto all’accordo con la Nestlé, sottoscritto dal Vaticano nonostante la multinazionale, come spiega la Rete in un comunicato stampa, sia «oggetto, da anni, di una campagna internazionale di boicottaggio per le proprie scorrette politiche di marketing del latte in polvere nei Paesi dell’emisfero Sud del pianeta», dove, secondo i dati Unicef, un milione e mezzo di neonati muore ogni anno per cause legate all’allattamento artificiale. «È inspiegabile - prosegue la Ribn - come non si sia dato alcun seguito alle promesse fatte in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Parigi, quando per bocca di un suo eminente rappresentante (mons. Liberio Andreatta), il Vaticano si impegnò formalmente a non accettare in futuro alcuna sponsorizzazione della Nestlé».  «La Ribn - conclude il comunicato - si augura che questo gesto possa indurre le gerarchie vaticane a fornire una plausibile spiegazione e ad interrompere ogni rapporto con la multinazionale Nestlé». In caso contrario, la protesta continuerà con nuove e diverse iniziative.

foto         comunicato stampa

 

 

20 novembre 2000

 

GERUSALEMME, CIOE’ CITTA’ DELLA PACE

 

Dieci anni fa, in piena intifada, si riuscì a fare una catena umana di trentamila persone intorno a Gerusalemme (che paradossalmente significa “città della pace”): palestinesi, ebrei, europei, statunitensi. Io sono stato uno di questi trentamila. Ci furono anche incontri, momenti di festa e di condivisione. Un modo per dire che c’è sempre un’alternativa alla violenza e alla guerra. L’iniziativa nacque senza gli sponsor che contano, organizzata da gente comune, fu derisa e finanche ostacolata.

Dopo dieci anni le cose non sono semplicemente tornate al punto di prima: si sono incancrenite. Gli odi si sono  incalliti, l’incompatibilità si è fatta radicale, da una parte non sono pochi quelli che vogliono tutto, senza sconti; dall’altra stanno forzando la mano quelli che non sono disposti a cedere nulla. La gestione della guerra è finita in mani che non scherzano affatto.

Il conflitto tra ebrei e palestinesi è un esempio molto limpido per chi ha voglia di guardarlo senza precomprensioni e pregiudizi. Dimostra il fallimento dell’intransigenza, da qualunque parte venga, il fallimento del muro contro muro, della mia verità, di quello che io considero giusto e che non può venire a patti con la verità dell’altro, con quello che l’altro crede vero e giusto.

La religione non è soltanto un pretesto in questo conflitto così come in molti altri che appartengono alla storia. Ogni assolutismo, inflessibilità o intransigenza di carattere religioso porta inevitabilmente allo scontro, a vittorie precarie o illusorie e, soprattutto, lascia sul campo morti e feriti.

                                  

                                                     don Vitaliano

 

Apparso sul numero di novembre de «La voce della Campania»

 

5 novembre 2000

"Perseverate nell'amore fraterno. Non dimenticate l'ospitalità" (Eb 13,1-2).                                                   "Venite, benedetti del Padre mio, ... perché ... ero forestiero e mi avete ospitato" (Mt 25,34-35).

“Gesù afferma che si entra nel Regno di Dio solo praticando il comandamento dell'amore. Vi si entra, dunque, non in virtù di privilegi razziali, culturali e neppure religiosi, bensì per aver compiuto la volontà del Padre che è nei cieli (cfr Mt 7,21)”.

“Paolo VI nell'omelia di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, affermava: "Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano" (AAS, 58 [1966], pp. 51-59). Nella Chiesa - lo scrive fin dall'inizio l'Apostolo delle genti - non vi sono stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio (cfr Ef 2,19)”.

“Purtroppo, non mancano tuttora nel mondo atteggiamenti di chiusura e perfino di rifiuto, dovuti ad ingiustificate paure ed al ripiegamento sui propri interessi. Si tratta di discriminazioni non compatibili con l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Anzi, la Comunità cristiana è chiamata a diffondere nel mondo il fermento della fraternità, di quella convivialità delle differenze che oggi ci è dato di sperimentare”.

_________________

“In Gesù, Dio è venuto a chiedere ospitalità agli uomini. Per questo, Egli pone come virtù caratteristica del credente la disposizione ad accogliere l’altro nell’amore. Egli ha voluto nascere in una famiglia che non ha trovato alloggio a Betlemme (cfr Lc 2,7) e ha vissuto l’esperienza dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,14). Gesù, che “non aveva dove posare il capo” (Mt 8,20), ha chiesto ospitalità a coloro che incontrava. A Zaccheo ha detto: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5). È arrivato ad assimilarsi allo straniero bisognoso di riparo: “Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). Inviando i suoi discepoli in missione, egli fa dell’ospitalità, di cui essi beneficeranno, un gesto che lo riguarda personalmente: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato” (Mt 10, 40)”.

“In questo anno giubilare e nel contesto di una mobilità umana ovunque accresciuta, questo invito all’ospitalità diventa attuale ed urgente. Come potranno i battezzati pretendere di accogliere Cristo, se chiudono la porta allo straniero che si presenta loro? “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17)”.

___________________

“Il fenomeno delle migrazioni, con le sue complesse problematiche, interpella oggi più che mai, la Comunità Internazionale e i singoli Stati. Questi tendono per lo più ad intervenire mediante l'inasprimento delle leggi sui migranti ed il rafforzamento dei sistemi di controllo delle frontiere e le migrazioni perdono così quella dimensione di sviluppo economico, sociale e culturale che storicamente possiedono”.

“La condizione di irregolarità legale non consente sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili, che non possono essere violati né ignorati”.

“La Chiesa considera il problema dei migranti irregolari nella prospettiva di Cristo, che è morto per raccogliere in unità i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per ricuperare gli esclusi e avvicinare i lontani, per integrare tutti in una comunione fondata non sull'appartenenza etnica, culturale e sociale, ma sulla comune volontà di accogliere la parola di Dio e di ricercare la giustizia. «Dio non ha preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a quanlunque popolo appartenga, è a Lui accetto» (At 10, 34-35)”.

“È necessario vigilare contro l'insorgere di forme di neorazzismo o di comportamento xenofobo, che tentano di fare di questi nostri fratelli dei capri espiatori di eventuali difficili situazioni locali”.

“Quando la comprensione del problema è condizionata da pregiudizi ed atteggiamenti xenofobi, la Chiesa non deve mancare di far sentire la voce della fraternità, accompagnandola con gesti che attestino il primato della carità”.

“Nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo. In quanto sacramento di unità, e quindi segno e forza aggregante di tutto il genere umano, la Chiesa è il luogo in cui anche gli immigrati illegali sono riconosciuti ed accolti come fratelli. E compito delle diverse diocesi mobilitarsi perché queste persone, costrette a vivere fuori dalla rete di protezione della società civile, trovino un senso di fraternità nella comunità cristiana”.

«Ero forestiero e mi avete ospitato» ( Mt 25, 35). È compito della Chiesa non solo riproporre ininterrottamente questo insegnamento di fede del Signore, ma anche indicarne l'appropriata applicazione alle diverse situazioni che il variare dei tempi continua a suscitare. Oggi il migrante irregolare ci si presenta come quel «forestiero» nel quale Gesù chiede di essere riconosciuto. Accoglierlo ed essere solidali con lui è dovere di ospitalità e fedeltà alla propria identità di cristiani”.

Gli antichi amanuensi spesso aggiungevano alcune note, le glossae, ai testi che ricopiavano. Abbiamo ricopiato qui queste parole sine glossa, cioè senza commento, perché non serve affatto. Esse parlano da sole più che a sufficienza. Per chi proprio non lo immagina, diciamo che queste sono parole di Giovanni Paolo II, “autore” di questo Contraltare. Parole che vogliamo dedicare a chi per ignoranza, malafede oppure squallido egoismo coniuga il cattolicesimo con il razzismo e la xenofobia.

__________________

Testi tratti da: Omelia di Sua Santità Giovanni Paolo II in occasione del giubileo dei migranti e degli itineranti Venerdì, 2 Giugno 2000; Messaggio del Santo Padre Giovanni Paolo II per la giornata mondiale delle migrazioni 2000; Messaggio del Papa Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale dell'Emigrazione 1995.

 

20 ottobre 2000

 

Gli immigrati come i drogati?

 

Che cosa è un ghetto? E’ un posto dove concentrare un certo tipo di persone per tenerle a distanza. Per evitarle di trovarsele tra i piedi, per non aver a che fare con loro. La ghettizzazione è il limite estremo della tolleranza nel senso deteriore del termine: appena un gradino prima dell’epurazione. Se si finisce in un ghetto diventa quasi impossibile uscirne. Ad esempio, già da gran tempo nel ghetto ci sono finiti i tossicodipendenti, i “tossici” (e questa parola è ancora più dispregiativa di quell’altra, i “drogati”) . E’ un ghetto di fatto, quello della vita di strada con tutti i suoi annessi. E’ un ghetto ideologico e morale, quello del disprezzo della gente. Tanto, se ci sono finiti dentro l’hanno voluto loro e poi rubano, minacciano con le siringhe e sono i moderni appestati, portatori dell’AIDS. E’ il ghetto della galera e delle comunità di recupero.

La denigrazione sistematica di ogni attenzione sociologica e umanitaria alla tossicodipendenza ha spento il riflettore sul problema. La campagna denigratoria condotta da tempo sulla base della salvaguardia dei nostri privilegi economici, socio-culturali e di “pedigree” razziale ha raggiunto il suo migliore effetto diventando denigrazione religiosa. La diffidenza verso l’Islam, in realtà, era già molto diffusa, ma adesso che si sono pronunciati uomini di Chiesa noti o importanti – non solo il cardinale Biffi – ha avuto la sua consacrazione ufficiale. Il colpo di grazia. Di questo passo, toccherà agli immigrati come ai drogati?

 

 

25 settembre 2000

 

Evangelizzazione e dialogo

 

Diventa persino imbarazzante intervenire sul recente documento Dominus Jesus pubblicato recentemente dal Vaticano a firma del cardinale Ratzinger. Il documento, in buona sostanza afferma che: la chiesa di Roma non ha “sorelle”. Le altre chiese non posseggono lo stesso livello di verità. Nessuna religione al mondo, può avere questa pretesa. E gli ebrei non dimentichino che la salvezza, anche la loro passa attraverso Gesù Cristo. Unica via d’accesso alla salvezza. In un attimo, anni di dialogo ecumenico, di colloqui ebraico – cristiani, di ricerca teologica, biblica sono stati brutalmente rimessi in discussione. I contenuti del documento non sono nuovi, ma la rigidità con cui sono stati espressi lascia ammutoliti. L’imbarazzo diventa sgomento se si ripercorrono gli ultimi gesti compiuti dalla santa sede e da autorevoli esponenti delle Chiesa di Roma: la beatificazione di Pio IX, le esternazioni sconcertanti del cardinale Biffi ecc.

Di là dall’impatto dei fatti, a mio giudizio, occorre chiarire alcune questioni. Domande che nella loro semplicità e radicalità meritano, se non una risposta (comunque ardua), quanto meno una riflessione.

In quest’epoca di ritorno del sacro e dei fondamentalismi religiosi si corre il rischio di scivolare in forme di universalismo a buon mercato che finisce di fatto col negare la specificità delle diverse religioni con il loro bagaglio di simboli, contenuti, sapienza, valori. Questo rischio lo corre soprattutto il cristianesimo per troppo tempo letto, mediato, vissuto, attraverso le categorie culturali di un occidente che sulla esclusione o nella migliore delle ipotesi sulla inclusione dell’altro (quanto non prevedeva la sua eliminazione anche fisica) ha costruito la propria identità.

Quando si parla del Dio cristiano attraverso le categorie dell’universalismo emergono le dimensioni del primato assoluto del cristianesimo rispetto alle altre religioni che pertanto vengono viste nella loro parzialità, insufficienza e limiti.

E qui si staglia imperiosa la prima domanda: cosa si intende per universalismo? Cosa dice questa parola, adoperata con troppa disinvoltura e dunque con superficialità? Ma è solo disinvoltura o non si cela in essa piuttosto una prepotente visione del mondo che deve valere per tutti e che tutti devono riconoscere come fondante e unica? Se vale, come vale, la  seconda ipotesi allora occorre rileggere anche termini come: dialogo, verità, pluralismo (per non parlare della parola evangelizzazione che di quell’universalismo è la configurazione concreta e problematica).

Non si tratta solo di un’indagine etimologica o di una vacua ermeneutica, giacché se è vero che si parla solo di ciò di cui si ha esperienza, ebbene, vi sono esperienze che lasciano interdetti. Si tratta di aspetti che danno da pensare.

Quindi: credere in Gesù Cristo come proprio personale salvatore.

Riconoscendo in Cristo l’Alpha e l’Omega e divenendo il popolo della Nuova Alleanza, la Chiesa accoglie Colui che porta l’Antica Alleanza a compimento e diventa essa stessa chiave di volta universale della salvezza. Siamo di fronte a questioni intricatissime dove le stesse parole dovrebbero essere chiarite. Cosa vuol dire Antica, cosa vuol dire Nuovo? Non mi sfugge che moltissime risposte sono state date e con grande finezza esegetica. Tuttavia non basta ancora. Occorre spingere l’interrogazione fino ai limiti estremi della cosa stessa.

Il punto di partenza è proprio quell’esemplare lavoro esegetico che in anni recenti ha inteso rileggere il Nuovo Testamento alla luce della tradizione ebraica, delle sue Scritture e l’ebraismo alla luce del Nuovo Testamento. Tuttavia proprio         questi elementi, finiscono per diventare lo stucchevole pretesto per fare assumere al dialogo ebraico cristiano altre direzioni, assolutamente pericolose e alla lunga tragiche, con un articolato programma di evangelizzazione e conversione degli ebrei, come spesso, subdolamente si tenta di fare.

Mi rendo conto che si tratta di episodi isolati e che investono  solo un aspetto del dialogo tra le religioni (anche se il dialogo ebraico cristiano, nella sua peculiarità, è il paradigma di ogni altro dialogo e per  questa ragione insisto su questo specifico aspetto),  ma ciò non ci esime dal tentativo di capire se si tratta di aspetti marginali o se, probabilmente, si può risalire a un problema di fondo che riguarda le modalità stesse del presentarsi del cristianesimo al mondo.

Le stesse modalità teoretiche ed ermeneutiche della teologia cristiana delle religioni e del pluralismo religioso risentono di un paradosso fondamentale a cominciare dal modo con cui esse si pongono.

La problematica della teologia cristiana delle religioni e del pluralismo religioso è stata protagonista, in anni recenti, di un’evoluzione della questione della possibilità della salvezza in Gesù Cristo per i membri delle altre tradizioni religiose a quella del ruolo che tali tradizioni svolgono nella salvezza dei loro aderenti. Tale problematica è attualmente oggetto di un’ulteriore trasformazione: ci si comincia a domandare quale significato positivo possa ricoprire, nel piano divino per l’umanità, il pluralismo religioso che caratterizza il nostro tempo e di cui tutti abbiamo acquisito chiara coscienza. La risposta a tale interrogativo non può essere dedotta a priori da affermazioni dogmatiche, ma deve basarsi sulla prassi del dialogo interreligioso, in un vero e proprio circolo ermeneutico fra esperienze diverse.

Torniamo alle domande iniziali: cosa vuol dire dialogo, pluralismo, verità alla luce dell’evangelizzazione? Si può ancora parlare di evangelizzazione in un mondo in cui le esperienze religiose non possono più essere assunte all’interno del comune denominatore dell’universalismo cristiano-occidentale? Ha senso parlare di conversione? Cosa vuol dire testimoniare la propria fede oltre i regimi di verità splendidamente esibiti in ogni forma di evangelizzazione?

La crisi del linguaggio teologico prolifera innumerevoli teologie, quasi un’incessante ricerca di ciò che è perduto: l’esperienza del proprio oggetto. I grandi orizzonti semantici che rendevano dicibili i discorsi su Dio, quello della metafisica classica dell’Essere e quello antropologico dell’Umano, mi appaiono classici, appunto, nel senso di classificabili, trascorsi. La profanazione del linguaggio non si lascia attraversare in modo innocente quasi fosse ancora possibile il compito del traduttore che dall’orto sicuro delle proprie certezze stempera le immagini per il deserto circostante. La domanda è: si può ancora parlare di Dio?

Non è un caso che l’enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et Ratio abbia insistito sulla centralità di una Verità, di un dire la Verità a partire dal linguaggio di una fede e di una filosofia che assume per intero un modello universalistico che non lascia spazio per null’altro. Soprattutto non riesce a rinunciare all’assunto che l’eredità greco-latina (nobile, fondamentale eredità) sia l’unico presupposto a partire dal quale si possa ragionevolmente parlare di Dio. Il cristianesimo rivolgendosi agli altri, al mondo, con questi presupposti universalistici, vuole convertire gli “altri” alla propria verità. Siamo sicuri che la teologia del pluralismo religioso sia immune da questa prospettiva? Siamo sicuri che, ad esempio, le scritture ebraiche siano studiate in maniera da non assimilarle al nostro pregiudizio teologico anche quando non vi sono più intenti apologetici? Il tema della verità e della parola o delle parole che lo sostengano sembra essere un affare interno al cristianesimo e all’occidente. Una proposizione cristiana e solo cristiana.

Quale rapporto è allora possibile con le altre religioni? Con quelle che ritengono che l’uomo abiti nella verità? Con quelle che vedono la terra abitata da dei? Con quelle che identificano parola e verità?

Il dialogo deve essere capace di mettere in discussione radicalmente se stessi, pensando la radicale finitezza di ogni esperienza. Proprio la tradizione ebraico- cristiana ha saputo pensare, biblicamente il limite, la morte, il rapporto Dio-uomo come il disporsi estremo dell’assoluta alterità.

Quando si parla di Dio evitando le categorie falsamente e ideologicamente universalizzanti emergono le dimensioni della relazione, del limite, della parzialità. E quando accostandoci alle altre religioni, parliamo di Dio partendo dal nostro linguaggio, dalle nostre parole, consapevoli che sono sempre plurali e sempre penultime, si scoprono le ricchezze delle differenze che devono restare tali.

Occorre parlare di Dio alla luce di un’ontologia dell’evento e non in riferimento a una concezione metafisica dell’essere.

Nel cuore di questi problemi e di queste domande si colloca il rapporto con l’ebraismo (ripeto, paradigma di ogni ulteriore dialogo), con la forma parabolica del suo dire, con la sua narrante esperienza di Dio. Irriducibilità della forma, irriducibilità dell’esperienza. Essa non si sistema mai in discorso, ma la sua lettura infinita delle Scritture, lascia definibili, mai definiti dogmaticamente, il suo senso e il suo significato. Sempre aperti all’imprevedibilità della vita  e dell’intervento divino che riapre costantemente la Storia e le storie e il loro farsi e dirsi. Qui il rapporto tra esperienza e parola sfugge alla potenza del discorso. Il conflitto delle interpretazioni s’apre alla crescita incessante del rapporto, della relazione che riporta la parola all’istante e trasforma la contraddizione in nuova ricerca, in altre domande (e non hegelianamente nella mortifera pace della sintesi).

Esperienza che è traccia, volto dell’incatturabile alterità di ciascuno. Come si misura il problema dell’evangelizzazione, del dialogo, con questa esperienza che non vuole convertire, non vuole convincere, ma solo essere esperienza irriducibile che si immerge nel racconto che lascia essere le differenze?

 

Ottavio Di Grazia

 

14 settembre 2000

 

“Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Vangelo di Luca 6,27)

 

Di fronte alle dichiarazioni del card. Biffi, si ha il dovere di dissentire. La proposta di favorire l’immigrazione di extracomunitari cattolici e ostacolare quella degli extracomunitari musulmani è sia laicamente, sia cristianamente inconcepibile. E’ discriminatoria e basta, e a nulla valgono le considerazioni di opportunità pratica che il cardinale adduce come motivazioni di una scelta del genere. L’Italia non potrebbe mai attuare una simile politica senza violare la Costituzione che vieta ogni discriminazione religiosa. L’Italia non potrebbe mai favorire in questo modo (cioè a discapito delle altre) la religione cattolica  che non è più neanche religione di stato, e la materia è regolata dal Concordato.

Ma da cristiano, poi,  io non posso tacere di fronte a queste cose.

Bisogna ricordare a Biffi che per un cristiano tutti gli uomini (perfino i taliban) sono figli di Dio, buoni e cattivi, atei o credenti di qualunque religione? Che l’amore, e dunque l’accoglienza, non vanno riservati a quelli di casa, ai propri amici, ma ai diversi e ai lontani? Siamo costretti a ricordare che Gesù ci ha invitato ad amare i nemici?

Già, perché i musulmani stanno diventando i nostri nemici, quelli che vengono a minacciarci fin dentro casa nostra, quelli che ci vogliono imporre integralismo e fondamentalismo, quelli che costringeranno anche le nostre donne a portare lo chador, ci imporranno la legge coranica e ci convertiranno con la forza all’islam.

Consideriamo pure, per un attimo, i musulmani come nostri nemici: a che cosa ci porta l’amore per il nemico? Ad averne paura, a tenerlo lontano da noi, a difenderci e basta?

Non credo proprio.

Se davvero fossimo convinti della nostra fede, sapremmo anche come essere disarmanti. 

Ho tutta l’impressione che ci stiamo costruendo un’ideologia del nemico, della minaccia che viene dall’esterno (mentre da noi, occidentali, italiani, cattolici non viene niente di male).

Certamente l’integralismo, la teocrazia, l’intolleranza religiosa sono inaccettabili e da contrastare ma io non credo affatto all’equazione musulmano=fondamentalista; anzi sono convinto che all’interno del mondo islamico non sono pochi quelli che guardano alle altre religioni e ai rapporti che si possono stabilire con esse come ad un’occasione positiva per ridimensionare le spinte integraliste.

E a tutti costoro è il caso di dare una mano.

Nel Medioevo, contro gli “infedeli”, molti optarono per le Crociate, per l’arma che va a cozzare contro un’altra arma, per la vittoria che si ottiene, e si mantiene, con la forza.  Francesco invece, in quegli stessi tempi, senza cavalleria ma col Vangelo, riusci a raggiungere Gerusalemme e con il benevolo appoggio del Sultano.

La logica del cardinale Biffi è quella tutta umana del guardarsi le spalle, della difesa del proprio particolarismo, dei propri privilegi, sia pure culturali e religiosi.

La logica di Francesco è quella di Dio, una logica che a quanto pare non riusciamo a fare nostra.

 

                                            don Vitaliano

 

3 settembre 2000

 

Questo “contraltare” prende le mosse da due delle lettere che abbiamo ricevuto. Due interpellanze, a partire da punti di vista diversi, circa il modo di vivere l’appartenenza alla Chiesa. A questi interrogativi vorrei offrire non tanto delle risposte esaustive quanto delle proposte, occasioni per ripensare e riflettere sul proprio essere dentro la Chiesa, essere Chiesa.
 
Carissimo don Vitaliano,
(mi permetto di usare questo tono familiare anche se è la prima volta che ti
scrivo, perché ti sento molto vicino ed apprezzo il tuo impegno, anche se 
non condivido i modi e le tue idee) il giorno della manifestazione
conclusiva del Gay pride ricordo che attraverso la televisione mi colpì
l'intervento di un sacerdote di cui non avevo mai visto il volto prima
d'allora e di cui non conoscevo il nome e la provenienza.
La curiosità di saperne di più è stata davvero tanta ma purtroppo non sapevo
proprio come fare per sapere chi fosse.
Usando spesso Internet di li a qualche giorno, visitando il sito che veniva
consigliato dalla Lista dei siti cattolici gestita da Francesco Diani, mi
sono ritrovato nella Parrocchia virtuale di Sant'Angelo a Scala (Av) e la
sorpresa è stata tanta nel rivedere quel volto, il tuo, che aveva generato
tanta curiosità. Devo dire che sarebbe più giusto titolare il sito "Don
Vitaliano" anziché "Parrocchia Virtuale... ecc" visto che l'attenzione è
accentrata su di te, sulle tue idee, sui tuoi scritti e le tue attività...
ma questo è secondario.
Il sacerdote... anzi ogni cristiano, perché si è prima di tutto Cristiani e
poi eventualmente si mette a frutto il particolare dono che il Signore
gratuitamente fa all'uomo per il servizio alla comunità, è chiamato per
vocazione a calarsi nel sociale ed essere segno e testimone di Cristo per
ogni uomo ed in ogni luogo.
Per l'impegno e la passione che dimostri, come gia detto, ti apprezzo e
ringrazio il Signore.
Non posso dire lo stesso per i modi che usi, non condividendoli
assolutamente.
Dichiarare guerra (scusami se ho interpretato male ma questa è la sensazione
che ho avuto leggendo i tuoi scritti) alla gerarchia ecclesiastica non credo
sia la via giusta per annunciare il Vangelo... sono sempre stato del parere
che la testimonianza passa anche attraverso l'ubbidienza, ancor di più
quando ci costa perché il nostro io vorrebbe ribellarsi.
Sono convinto pure che il Signore alle crociate preferisca e accetti
l'umiltà, la sottomissione, l'ubbidienza e la preghiera.
Spesso, essendo impegnato attivamente a servizio della comunità diocesana e
parrocchiale, mi capita di imbattermi in situazioni di forte contrasto con
il messaggio evangelico e la tentazione di "condannare", "etichettare" e
"dare la colpa agli altri" è davvero forte.
Ringraziando il Signore mi rendo conto che sono chiamato soprattutto in
queste occasioni alla conversione, ad una verifica attenta e sincera della
mia vita, della mia fede.
La pretesa di cambiare gli altri deve lasciar posto alla necessità di
cambiare noi stessi, anche se urlare per cambiare gli altri è più facile.
Paolo VI disse che il mondo oggi ha bisogno di Testimoni e non di maestri,
ed io aggiungo che non ha bisogno di parolai. La testimonianza resta la più
bella missione, il più bell'annuncio della buona novella, dell'anno di
grazia del Signore, della liberazione dei prigionieri.
Nella carità mi sento di dirti che da quanto ho avuto modo di conoscere di
te attraverso gli scritti presenti nel sito, mi sembra che tu ti senta la
chiesa invece di sentirti nella e a servizio della Chiesa.
Non è un'accusa, ti chiedo scusa se può sembrarti tale, è una mia
impressione e ti ringrazio anticipatamente per la disponibilità al dialogo e
al confronto che certamente dimostrerai.
Come laico non dico di essere scandalizzato da quanto dici ma confuso si.
Sarebbe molto bello e soprattutto utile che l'Abate di Montevergine si
pronunciasse apertamente sul tuo operato e sulle tue idee invece di
limitarsi semplicemente ad importi il silenzio.
Questo mio scritto sta assumendo dimensioni notevoli e non voglio rubarti
troppo tempo.
Nell'attesa di una tua risposta ti abbraccio fraternamente e ti chiedo di
ricordarmi durante la celebrazione dell'Eucaristia; da parte mia ti assicuro
il ricordo nella preghiera.

Massimo

 

 

Caro Don Vitaliano,

 

chi ti scrive è uno dei tanti gay italiani lacerati tra una radicale adesione al messaggio evangelico e la quotidianità di una Chiesa molto più vicina al fariseismo che a Gesù Cristo. La mia Fede vacilla come non mai vedendo l'autentica "orgia giubilare" dispiegarsi a mo' di un mega-show mass-mediatico in cui il Papa è arrivato a dare anche la ricetta per le vacanze (è accaduto durante il suo recente soggiorno montano...). Per la cosiddetta "Porta Santa" sono ormai passati cani e porci (e non lo dico in senso di scherno: questi nobilissimi animali sono anch'essi frutto della Creazione!), ben vestiti, naturalmente (perché Dio non veda cosa ha creato!!!), mentre a omosessuali, divorziati, "spretati", "concubini", rom, ciò non è stato permesso. Così come a quegli "ultimissimi" dei cinque Continenti che non hanno certo i soldi per recarsi a Roma o per comperare le indulgenze. Ma Gesù non stava con gli ultimi? Le folle, dinanzi a lui, non si radunavano tanto velocemente quanto velocemente si dileguavano ascoltando il suo messaggio rivoluzionario? Possibile che il cristianesimo sia stato ridotto alla religione del "buon senso", del "giusto mezzo", del "male minore" quando il suo fondatore ha subìto l'atrocità della Passione e della Morte per non scendere a compromessi con nessun potere o buonsenso dettato dalla "morale corrente" del suo tempo?

 

Ti posso confessare tutto il mio scetticismo, ma la semplice esistenza di gente come te può farmi riaccendere una sia pur flebile speranza. E forse, perché no?, evitare di perdere definitivamente una Fede già minata alle radici.

 

Io vivo da tre anni e tre mesi col mio compagno: non accetterò mai di considerare "peccaminoso" l'amore che provo per lui (e che mi ricambia in una maniera che sa sorprendermi ogni giorno); è davvero grottesco che la Chiesa predicante il Vangelo consideri peccato l'amore scambievole tra due esseri umani!!! A tanto si può arrivare quando si considera "l'uomo fatto per il sabato" e non viceversa (leggi: "sabato" = "morale"). Ma, a proposito, siamo sicuri che per la Chiesa siamo uomini a parte intera e non sub-creature?!?

 

Coraggio e avanti per la tua strada!

Luca

 

 

 

Pur nelle evidenti diversità, le due lettere esprimono un disagio e una sofferenza di fronte ai forti contrasti che attraversano la Chiesa, di fronte alle testimonianze contraddittorie che purtroppo non ci vengono risparmiate. I due scritti parlano di ribellione. Un senso di ribellione che nasce, fondamentalmente, non da pruriti di novità o da voglia di scrollarsi di dosso la responsabilità di essere uomini e credenti ma da un’esigenza di fedeltà a Gesù Cristo, allo “scomodo” della sua predicazione, a una morale che guarda alla rettitudine del cuore e non all’osservanza formale o ipocrita.

Ma di fronte a questo sano senso di ribellione che cosa fare? Rinunciare alla denuncia, accettare la sofferenza in silenzio obbedendo comunque oppure lasciare spazio alla sfiducia e pensare di voltare le spalle alla propria fede?

Penso che la sofferenza personale sia purtroppo ineludibile e che vada accettata comunque perché fa parte dell’andare appresso a Gesù che l’ha vissuta sulla propria pelle per primo. E’ la sofferenza di uno che ama, come quella del profeta Osea costretto a subire le prostituzioni della sua donna, come la sofferenza di Dio sempre e di nuovo tradito. E’ una sofferenza che non deve mai tramutarsi in odio –  che invece è ribellione sorda, rifiuto, muro che si erige contro muro – o in indifferenza – quel voltare le spalle che sta a significare che è finita, che sguardo, affetti, passione si rivolgono ormai altrove. E’ una sofferenza che non si dà per vinta e combatte in un appassionato alterco.

Perciò tacere spesso non è bene: senza ergersi orgogliosamente o farisaicamente a censori degli altri abbiamo però, tutti, il dovere della denuncia, dobbiamo essere rompiscatole, difendere gli ultimi anche con la voce grossa, dobbiamo dire la verità. E a volte basta soltanto dire la verità per scatenare un putiferio. Non consoliamoci con false illusioni: non sono questi putiferi a scavare il fossato tra la gente e la Chiesa, piuttosto è lo spettacolo (visibile quanto o forse parecchio di più delle proteste) delle nostre incoerenze e dei nostri tradimenti di cristiani a fare da scandalo, da inciampo, cioè, per la fede degli altri.

Ma se le cose, come io credo, stanno proprio così, allora non bisogna neanche cedere allo scetticismo, raffreddare il cuore o investirlo altrove. Perché non è possibile che bastino le incoerenze degli altri per lasciarci prendere dalla sfiducia, per perdere la voglia di amare ancora quello che in fondo amiamo, per rispondere si – e piantarlo in asso – a quel Gesù che ci chiede se ce ne vogliamo andare anche noi.

                                                              

                                       don Vitaliano

 

23 agosto 2000

 

Non c’è da meravigliarsi che siano convenuti in tanti. Il fenomeno andava crescendo da anni. Ogni anno, una giornata della gioventù. Tanti ragazzi pellegrini e il papa. Da Santiago a Roma in un inarrestabile crescendo.

Quando fu eletto Woytila, divenne molto facile  andare a Roma di mercoledì. C’era sempre qualcuno che riusciva a toccare la mano al papa, qualcuno che se ne tornava a casa con una foto che lo ritraeva, proprio lì, nella sala Nervi a due passi dal nuovo pontefice.

Molti erano ragazzi delle parrocchie e dei movimenti, tanti cresciuti in un cattolicesimo alla buona fatto di poche domande, di pochi aneliti di cambiamento. Ragazzi docili, bravi ragazzi a cui non faceva problema andare a fare il servizio militare, acquistare prodotti di moda che potevano anche essere frutto di lavoro sfruttato, giovani che non avvertivano alcuno stridente contrasto tra il seguire  Gesù Cristo e lo sposare ideali piccolo borghesi.

Giovani a cui non veniva offerta, purtroppo, alcuna parola inquietante.

Non sono in grado di dire chi sono i ragazzi convenuti, come in una fiumana, ai grandi appuntamenti di ogni anno e poi, in quest’anno giubilare, a Roma. Questi che sembrano, a vederli in tv, moderni eredi a un tempo dei pellegrini medioevali e della generazione on the road, quella coi sacchi a pelo e pronta all’autostop.

Non so come la pensino, quanti di loro siano solo alla ricerca vaga di qualche cosa di spirituale, venuti con gli amici che si tirano dietro altri amici, insofferenti di fronte a un mondo che va storto o già ben inquadrati e allineati. Nessuno li ha schedati, grazie a Dio, e ognuno può fare tutte le illazioni che gli pare.

Mi viene comunque spontaneo pensare a quelle folle, eterogenee, che andavano dietro a Gesù. Quali parole diceva a queste persone Gesù? Quali gesti, chiari ed inequivocabili segni, compiva innanzi a loro? Con quali parabole metteva in crisi le certezze di ognuno? Gesti e parole che, mentre aprivano nuovi orizzonti, mettevano alle strette, tant’è, e lo raccontano i Vangeli, che Gesù si è ritrovato a un certo punto assieme a quattro gatti, molto titubanti se andare avanti, e a cui ha dovuto chiedere se non se ne volessero andare altrove anche loro.

Quali parole, quali messaggi e azioni ha proposto a questa folla di ragazzi chi ha il compito, a volte inevaso, a volte tradito, di riproporre quelle di Gesù?

Ho sentito troppe parole entusiasmanti e ancora troppo poche parole inquietanti.

Parole che, solo per fare un esempio, fanno sentire tutti tranquillizzati dentro la stessa casa, mentre Dio spinse Abramo fuori dalla sua casa verso una terra straniera.

Ma, soprattutto, ho visto contraddizioni.  Che passano attraverso le piccole cose come i gadgets venduti o altre meno piccole, ma che investono le scelte quotidiane, come i pasti al Mc Donalds.

Una gioventù che porta la croce sotto la sponsorizzazione di Nestlè, a cui viene proposto l’esempio del vescovo Romero ucciso dai potenti in Salvador ma a cui si stanno per proporre, santi ambedue, Pio IX e Giovanni XXIII     e i santi, si sa, sono anche modelli a cui ispirarsi, come gli eroi, i campioni e i personaggi famosi – a chi e a che cosa si dovrà davvero ispirare?

 

                                                         Anna Carfora

 

13 agosto 2000

 

L’editoriale di questa settimana di ferragosto, lo lasciamo a don Primo Mazzolari, un grande testimone del 900 ancora troppo poco conosciuto e forse anche dimenticato. Ci sembra un adeguato “contraltare” in un periodo di vacanza considerato “sacro”. 

Con l’augurio che alla ripresa delle attività la riflessione di don Mazzolari si traduca in vita di ogni giorno.

Buon ferragosto.

 

Il nostro impegno

 

Ci impegniamo noi e non gli altri

Unicamente noi e non gli altri,

né chi sta in alto, né chi sta in basso,

né chi crede, né chi non crede.

Ci impegniamo senza pretendere che gli altri si impegnino,

con noi o per loro conto, come noi o in altro modo.

Ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna,

senza accusare chi non si impegna,

senza condannare chi non si impegna,

senza disimpegnarci perché altri non si impegna.

Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.

C’è qualcuno o qualche cosa in noi,

un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia, più forte di noi stessi.

Ci impegniamo per trovare un senso alla vita,

a questa vita, alla nostra vita,

una ragione che non sia una delle tante ragioni,

che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore.

Si vive una sola volta e non vogliamo essere “giocati”

In nome di nessun piccolo interesse.

Ci impegniamo non per riordinare il mondo,

non per rifarlo su misura, ma per amarlo;

per amare anche quello che non possiamo accettare,

anche quello che non è amabile,

anche quello che pare rifiutarsi all’amore,

poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore

c’è, insieme a una grande sete d’amore,

il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo

perché noi crediamo all’amore,

la sola certezza che non teme confronti,

la sola che basta per impegnarci perpetuamente

(don Primo Mazzolari)

 

 

 

1 agosto 2000

 

“Dove finisce il mio incomincia il paradiso”

 

L’altro ieri, domenica, nelle chiese si è letto il brano del Vangelo che racconta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. C’è una grande folla che ha bisogno di mangiare. C’è Gesù che si accorge della loro fame e pone la domanda: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». C’è l’apostolo Filippo che risponde tutto pieno di praticità e buonsenso: «Duecento denari di pane (evidentemente la piccola somma che avevano a disposizione) non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». C’è l’apostolo Andrea che subito individua le risorse a disposizione e arrischia: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci», ma che immediatamente dopo si ritrae perché calcola: «ma che cos’è questo per tanta gente?».

Sempre l’altro ieri, proprio domenica, è sbarcata a Crotone l’ennesima nave zeppa di immigrati. Una grande folla che ha bisogno di mangiare. Per l’ennesima volta le telecamere hanno inquadrato quelle facce. Facce bibliche. Facce da esodo. I “soliti” curdi, ovviamente, e poi cingalesi, pakistani, afgani, nigeriani e abitanti della Sierra Leone. Uomini, donne e bambini che scappano da zone di conflitti dimenticati e da terre dove la povertà e la miseria sembrano essere imbattibili. Gente che viene da un altro mondo. E si vede. Gente disposta ad affrontare di tutto, pur di arrivare in Italia, pur di sbarcare nell’avanposto dell’Occidente. Un occidente che è direttamente responsabile della loro condizione, una condizione che non è solo quella di miseria ma anche di violenza e sopraffazione. Non si parla più dei curdi, ma la loro situazione nel frattempo non è cambiata. Mentre noi ci siamo dimenticati di loro, è continuata la repressione del popolo curdo vittima di continui soprusi. Per non parlare poi dei conflitti africani abilmente gestiti dai paesi che trafficano in armi e che hanno interesse diretto nelle faccende africane. Ma gli africani, si sa, sono i più dimenticati di tutti. Abituati come siamo alle immagini che ritraggono bambini scheletrici tra nugoli di insetti, consideriamo la loro esistenza alla stregua di quella di mosche e formiche.

Di fronte a tanta folla di poveri c’è chi, fermandosi alle apparenze come Filippo e Andrea, crede a ciò che gli fa più comodo credere: che non c’è pane abbastanza per tutti.

Tra questi, ci sono quelli che provano pena per i poveracci che sbarcano sulle nostre coste ma non muoverebbero un dito per fare qualcosa per loro. Ci sono quelli che nascondono malamente il proprio razzismo dietro il timore che gli immigrati vengono a rubarci il lavoro. O quelli, come don Gelmini, che temono l’invasione dei musulmani che si approprieranno delle nostre donne costringendole  a convertirsi all’ Islam. O, ancora, ci sono i politici che pensano a gestire politicamente o, che è esattamente lo stesso, ipocritamente la questione immigrazione, fino a conseguire pienamente il ridicolo con proposte buone soltanto a gettare fumo negli occhi, come gli spiattellati ma irrealizzabili ventuno accordi bilaterali siglati con i paesi da cui gli immigrati provengono.

Di fronte a una così grande folla di diseredati c’è anche chi, come Gesù, si chiede, e chiede semplicemente agli altri: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».

Il miracolo di Gesù non consiste tanto nel moltiplicare pani e pesci, come la denominazione tradizionale del celebre brano del Vangelo fa pensare, ma nel renderli disponibili per tutti, nel dimostrare in concreto che c’è pane per tutti e in abbondanza: «riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato».

E pensare che anche soltanto guardando squallidamente agli affari, come fanno gli industriali del Nordest o lo stesso Governatore della Banca d’Italia, si può sostenere che gli immigrati ci servono: lavorano molto, fanno qualsiasi lavoro, non scioperano, non si lamentano.

Un tempo c’erano le città e c’erano le campagne. E i contadini miseri sognavano la metropoli e abbandonavano una terra troppo ingrata per ammassarsi ai bordi delle città disposti a qualunque lavoro. Oggi tale fenomeno, sebbene non scomparso in questa forma, ha assunto proporzioni mondiali: c’è l’occidente ricco, mito e eden quanto si vuole ma in ogni caso capace di offrire un tenore di vita incomparabile con quello delle masse dei diseredati, e il vasto resto del mondo che sogna l’occidente, che chiede all’occidente, monopolizzatore di risorse, la parte che gli spetta.

Un tempo i contadini credevano che alla terra fosse legato un ancestrale destino di miseria. Quasi che la loro povertà fosse colpa delle carestie, delle alluvioni o della siccità.

Ora, sempre più incontestabilmente, si sa che povertà e sottosviluppo non fanno parte del corredo genetico del terzo mondo. Si sa che un bambino americano, italiano, francese mangia per sette bambini africani, asiatici, latinoamericani. Indossa gli abiti che dovrebbero indossare anche loro, va a scuola e si istruisce al posto loro, si cura con le medicine che non giungono a quei suoi coetanei che con tutta probabilità vivranno una vita lunga meno della metà della sua. Si sa che la miseria dei molti è frutto dell’iniqua distribuzione dei beni e che la terra è ancora in grado di offrire da mangiare a tutti.

A patto di rinunciare all’esclusivo privilegio dell’occidente, a patto di ridistribuire con giustizia a tutti proprio come nella evangelica moltiplicazione dei pani.

Invece la cosiddetta nuova economia, il neoliberismo e la globalizzazione che imperversano sotto l’egida di organismi come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, servono a conservare le prerogative dell’occidente. A conservarne i privilegi e a escludere tutti gli altri. Io mi domando se la gente comune ha mai sentito parlare di MAI e di NAFTA, di quelle proposte capestro dei paesi ricchi a quelli poveri che si possono riassumere così: se volete che vi aiutiamo dovete fare tutto quello che vogliamo noi, dovete applicare le nostre ricette alle vostre deboli economie, allora – state certi ­– arriveranno i nostri aiuti, allora vi restituiremo alcune briciole di ciò che con la nostra diabolica invenzione del mercato mondiale vi stiamo rapinando.

E’ inevitabile: alla marginalizzazione dei quattro quinti del mondo i poveri reagiscono sbarcando sulle coste dell’Italia, tentando di approdare in occidente. L’immigrazione è una conseguenza della nuova economia.

Purtroppo non ci sono alternative: o, come la NATO insegna, il nuovo ordine mondiale va mantenuto con la forza. Alzando gli steccati e circondandoli di filo spinato. Come hanno fatto gli Stati Uniti al confine con il Messico. Elettrificando le frontiere, costruendo nuovi muri di Berlino moltiplicati per mille, sparando a vista  su gommoni, navi e pescherecci sospetti. In guerra contro il resto del mondo. Oppure si lasciano aperte le porte, si condivide e si ridistribuisce. E così si risponde anche a quella domanda, solo all’apparenza ingenua, di Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Non c’è bisogno nemmeno di comprarlo; dobbiamo semplicemente prenderlo dalle nostre dispense perché, come affermava don Primo Mazzolari, «dove finisce il mio, incomincia il Paradiso».

                                                                  don Vitaliano Della Sala

 

 

Apparso su «Liberazione» del 1 agosto 2000