Agosto 2003
Ovviamente obbedirò a quelle disposizioni, pur non condividendole e ritenendole ingiuste. La mia, come sempre, è un’obbedienza in piedi, un’obbedienza a Gesù Cristo e alla Chiesa che, anche se in questo momento mi sta mostrando il suo volto umano peggiore, stupido e arrogante, è pur sempre mia Madre che amo.
Perciò, con dispiacere, non ho partecipato alla presentazione del libro Vite disobbedienti al Campeggio no-global di Campobasso; resto convinto che il Movimento dei movimenti esprime il meglio di questo inizio di millennio e i campeggi, sono luoghi dove si cresce insieme e si progetta futuro. E’ estremamente sciocco che una parte della Chiesa cattolica demonizzi i no-global; come è estremamente vero che tantissima parte della Chiesa cammina e lotta con il Movimento per costruire l’altro mondo possibile. Per questo chiedo a coloro che fanno parte del Movimento noglobal di non farsi un’idea sbagliata della Chiesa e di non dare un giudizio troppo severo nei confronti del mio vescovo, ma di comprenderne i limiti e le chiusure: il Papa e la Chiesa, nel rispetto delle differenze reciproche e in quella “convivialità delle differenze” che ci caratterizza, sono con il Movimento!
Risponderò all’Abate punto per
punto. Per ora preciso che la Comunità di Sant’Angelo a Scala, che ho avuto
l’onore e la gioia di servire per dieci anni e che perciò conosco bene, è
matura, adulta e capace di fare le proprie scelte e di prendersi le proprie
responsabilità, in piena autonomia e senza bisogno di tutori e di suggeritori
occulti. Anziché scaricare la colpa di quello che sta succedendo a Sant’Angelo
sul sottoscritto, con umiltà e rispetto, suggerisco ancora una volta all’Abate,
di fare di tutto per incontrare quel pezzo di Popolo di Dio, di farsi carico
del momento di smarrimento che sta vivendo la porzione di Chiesa che è in Sant’Angelo
a Scala, di essere per quel “piccolo gregge” un buon pastore capace di
rassicurarlo, di mettersi in cerca della “pecorella smarrita”, di amare la più
debole, di aiutare quella in difficoltà, di stringersi al petto la più
insicura; l’Abate, invece ricerca con pignoleria gesti che “pongono [i fedeli
di Sant’Angelo a Scala] già al di fuori della Chiesa Cattolica” privandoli dei
Sacramenti, mostrando così di non comprendere che quei gesti sono solo un grido
di dolore e una richiesta di aiuto, gesti che chiedono comprensione e
misericordia.
Penso inoltre che non sia una
questione di numeri, né sia una gara a chi ha più “sostenitori”: 700, 500, 24 o
un fedele soltanto, meritano la stessa attenzione e comprensione da parte del
vescovo.
Per il resto mi viene in aiuto
la Parola di Dio, come sempre viva e capace di rispondere all’oggi del nostro
esistere. Infatti, nella liturgia della Parola del 25 luglio, giorno in cui mi
è stato notificato dall’Abate il suo ultimo provvedimento nei miei confronti e
festa di San Giacomo Apostolo, titolare della chiesa di cui sono stato parroco,
si legge:
“Perciò, investiti di questo
ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo.
Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza
straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte,
ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non
abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro
corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra
carne mortale”(Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi 4, 7–10).
don Vitaliano Della Sala
parroco rimosso di Sant’Angelo a Scala
Maggio 2003
10 giorni in Iraq
«Bisogna andare e
stare al centro delle contraddizioni», diceva don Tonino Bello, il compianto
vescovo di Pax Christi che malato di cancro volle andare ugualmente a Sarajevo
nei giorni della guerra in Bosnia, perché solo dal «centro di quella
contraddizione» si poteva cominciare a comprendere il perché di quella assurda
guerra.
Le due guerre contro
l'Iraq, gli oltre 10 anni di embargo, l'agonia di un intero popolo e la sua
voglia di liberarsi, l'insofferenza verso l'occupazione americana, non può
essere compreso se non a partire dall'Iraq stesso. E’ perciò necessario andare
in Iraq per essere testimoni dei mali che la guerra ha provocato; è anche
doveroso andarci per sentirsi dire, come in una litania, dai bambini del
poverissimo quartiere che fino a poco tempo fa si chiamava Saddam City: «Mister
dov'è l'acqua; mister dov'è l'energia elettrica; mister dov'è il pane che ci
avevate promesso?». Bisogna sentirlo questo lamento che si conficca nella
orecchie, nel cervello e nel cuore; e bisogna star male sentendolo, per capire
quanti torti abbiamo fatto agli iracheni nell'ultimo decennio. Il futuro di
questa terra e della sua gente non può essere compreso se non a partire
dall’Iraq stesso, dalle sue città tanto diverse tra loro, dalle sue tante
religioni, dalla sua storia, dal sole e dalla sabbia del deserto, dalle sue
tante, troppe contraddizioni.
Sono andato in Iraq dal
17 aprile scorso a domenica 27, con una piccola
associazione di Pescara, «Aiutiamoli
a vivere», perché non credo nei
mega-progetti, nel carrozzone della cooperazione italiana ed internazionale.
Credo invece che dalle piccole cose, dai progetti fattibili, dal volontariato,
possa realizzarsi un futuro di speranza per l'Iraq.
Perciò occorre che il movimento dei movimenti agisca per garantire una propria presenza in Iraq.
Dieci giorni in Iraq mi sono bastati per rendermi conto della drammaticità della situazione di un popolo martoriato da due aggressioni militari e da 12 anni di embargo. Sono stato prima a Baghdad, poi a Bakuba, una grossa città di 400mila abitanti a 70 km a nord est della capitale irakena, infine a Kerbala, la città santa degli sciiti. Ho potuto toccare con mano la drammaticità della situazione irachena, parlando a lungo sia con la minoranza cristiana, sia con rappresentanti sciiti, sanniti e kurdi. Sono rimasto particolarmente impressionato dalla visita alla moschea di Kerbala dove si venera la tomba dell’imam Hussein, il martire degli sciiti. Ha assistito al pellegrinaggio degli sciiti e alle manifestazioni religiose a Baghdad e a Kerbala. Mi ha colpito la loro compattezza: questa corrente dell’Islam vive la propria fede in un modo molto militante, duro; gli sciiti danno il senso di essere un corpo unico, si sentono una vera e propria famiglia; hanno un modo di vivere la propria religiosità molto diverso da quello a cui noi siamo abituati. Ho compreso perciò la preoccupazione del nunzio apostolico vaticano a Baghdad, mons. Filoni: “c’è il rischio reale che l’Iraq diventi un nuovo Iran, con l’instaurazione di uno stato islamico proprio da parte degli sciiti che sono la maggioranza della popolazione irakena”, mi ha detto. Stessa preoccupazione mi è stata espressa da mons. Varduni, ausiliare del patriarca Caldeo e da numerosi parroci che ho incontrato a Baghdad. Una cosa è certa gli sciiti saranno determinanti nel futuro dell’Iraq.
Ma la preoccupazione della minoranza cristiana - circa 900mila persone di cui 700mila caldei cattolici - sembra non trovare riscontro nelle parole dei leaders sciiti. Il dato positivo del regime di Saddam Hussein – forse l’unico - è stata l’instaurazione di uno Stato veramente laico, con la separazione netta fra stato e religione, e tolleranza per tutte le religioni. Là dove, per esempio, esisteva una certa percentuale di studenti cattolici, il 25%, veniva insegnata la religione cattolica; esistono molte chiese e alcune sinagoghe in Iraq e professare la propria fede era normalmente consentito. Ma per fortuna anche per gli sciiti il valore della laicità dello Stato è qualcosa di consolidato che nessuno ha intenzione di mettere in discussione anche nel nuovo Iraq del dopo Saddam: “l’Iraq non tornerà mai indietro, continuerà ad essere uno stato laico”, mi ha detto un imam sciita a Kerbala. Certo vedendo le mosche a le manifestazioni durante il pellegrinaggio, si è confermati nella convinzione che se gli sciiti vogliono imporre uno stato islamico possono senz’altro farlo, perché hanno i numeri e la compattezza necessaria per ottenerlo.
Altro elemento su cui riflettere nella situazione irachena, è relativo al crescente sentimento antiamericano; “prima di essere cristiani, sciiti, sunniti o curdi, siamo iracheni e non tollereremo intromissioni nella nostra politica da parte di nessuno, né degli americani, né degli arabi” questo, più o meno, mi hanno ripetuto tutti gli iracheni con cui ho parlato, manifestando un forte senso di appartenenza al proprio paese al di là delle differenze religiose o etniche, che in questo momento sembrano essere secondarie. Da questo forte nazionalismo nasce l’antiamericanismo. Gli americani vengono visti sempre più come occupanti, perciò ormai tutti gli iracheni, anche quelli che li hanno accolti come liberatori, dicono che ora se ne devono andare; sui muri di Baghdad si leggono molte scritte del genere: you liberated US? O. K. Thank you. Go home. Anche per questo molti degli esuli ritornati in Iraq al seguito degli americani, sono malvisti proprio perché sono tornati con le truppe di occupazione.
Sul fronte politico la situazione è molto precaria. Si sono formati già 64 partiti e ogni giorno si rischia che l’equilibrio che tiene oggi insieme gli iracheni salti. Il futuro dell’Iraq, può sembrare una banalità, dipenderà da come verrà gestito il presente, soprattutto da parte degli americani e della comunità internazionale.
Gravissima è la situazione umanitaria ed igienico sanitaria che ho potuto toccare con mano in particolare nella città di Baghdad dove l’unico ospedale non devastato è stato quello cattolico, il “San Raffaele”, e dove ci sono stati i primi preoccupanti casi di tifo e di colera a causa della mancanza di acqua potabile, della distruzione delle fogne e della spazzatura che non viene raccolta da mesi. Diversa la situazione in tutte le altre città dell’Iraq “governate” da leaders religiosi o dai kurdi: qui non vi sono stati saccheggi e l’organizzazione sciita o kurda, che già esisteva prima della guerra, è riuscita a garantire sia una certa assistenza sanitaria e alimentare, sia l’ordine pubblico. L’alimentazione in tutto l’Iraq non sembra comunque essere un’emergenza quanto quella sanitaria.
Nessuno sa dirti quanti soldati iracheni sono morti, né penso lo sapremo mai. Si racconta comunque di massacri spaventosi e se ne vedono le tracce soprattutto attorno alla capitale. Relativamente pochi, invece, sono stati i morti civili – un paio di migliaia? – perché sembra che le bombe abbiano veramente centrato gli obbiettivi, attorno ai quali però ci sono state comunque forti ripercussioni, con crolli e danneggiamenti, ecco perché è impressionante e sproporzionato il numero dei feriti di questa guerra, che continuano ad aumentare ogni giorno per effetto delle cluster-bombs disseminate in tutto l’Iraq. A pagare, come sempre, sono i più deboli e indifesi.
Mentre a Baghdad e in altre grandi città l’emergenza sanitaria si chiama mancanza di medicine e, molto presto, se non si interverrà, si chiamerà tifo e colera, a Kerbala e nel sud il pericolo si chiama malaria e “mosca del deserto”: si tratta di una mosca che con la sua puntura provoca una malattia infettiva e mortale, che era stata debellata ed è poi riapparsa per la mancanza di DDT, che nessuno vendeva più all’Iraq a causa dell’embargo relativo alle armi chimiche.
In Iraq in questo momento servono soprattutto medicinali; la situazione è così grave che le amputazioni degli arti e altri interventi chirurgici vengono spesso praticati senza anestesia. Servono poi investimenti che rimettano in sesto gli ospedali esistenti che non hanno nulla da invidiare ai nostri, ma che hanno bisogno di una manutenzione che è mancata per anni, e sono invece dotati di personale medico preparato. Dico questo perché il governo italiano vuole, ad esempio, realizzare un grande ospedale da campo al centro di Baghdad ma i medici iracheni, che pur non essendo pagati da mesi, continuano a fare il loro lavoro, non sono d’accordo perché una tale struttura sarebbe costosa da realizzare, difficile da utilizzare, praticamente inutile. Se vogliamo veramente aiutare quel popolo a risollevarsi, bisogna che i progetti di aiuto alla popolazione vengano fatti in collaborazione con gli iracheni, e non vengano imposti dall’alto. Sarebbe bene lasciare agli iracheni la decisione sui progetti da realizzare, coinvolgerli, chiedere loro che cosa effettivamente serve. Un aiuto notevole potrebbe essere realizzato attraverso i gemellaggi, per esempio fra i comuni, gli ospedali, le università e le scuole italiane, con analoghe strutture irakene. In tal modo la raccolta di fondi e la loro spesa in Iraq potrebbe essere gestita dal basso nel migliore dei modi. Per quanto riguarda i medicinali credo sia improponibile raccoglierli fra i privati, perché sarebbe difficilissimo selezionarli per tipo e per scadenza e dispendioso portarli in Iraq. Occorre perciò raccogliere fondi per poter comprare, per quanto possibile in Siria o Giordania quello che effettivamente serve, o sollecitare grosse donazioni da parte di industrie farmaceutiche italiane.
L’Iraq ha bisogno di tanta solidarietà, ma occorre che questa sia mirata; sicuramente non ha bisogno degli “avvoltoi” della solidarietà che si augurano guerre e calamità naturali per poter speculare e sperperare risorse; questa volta non dobbiamo permettere la sceneggiata della presunta cooperazione governativa italiana, già tristemente nota in molti angoli martoriati della terra. Dobbiamo sottrarre la gestione della solidarietà e degli aiuti umanitari ai governi spreconi e ai militari e dobbiamo fare in modo che ritorni alla società civile, alle associazioni e alle ong. Non è possibile che chi ha bombardato l’Iraq o taciuto di fronte ai massacri, ora gestisca anche gli aiuti umanitari. Il popolo della pace che tanta parte ha avuto nel tentativo di evitare la guerra, pretenda ora di essere protagonista della ricostruzione dell’Iraq.
Grande scalpore hanno fatto i saccheggi alle immense ed inestimabili opere d’arte dell’Iraq. Secondo quello che mi hanno riferito gli iracheni i saccheggi sono stati permessi, se non commissionati, dagli occidentali; si pensi che il saccheggio del museo nazionale di Baghdad è stato fatto sotto gli occhi dei soldati americani, che già presidiavano la città. L’arrivo degli americani ha trasformato Baghdad in un mercato dell’illegalità dove è possibile trovare di tutto, dai passaporti in bianco, alle targhe automobilistiche, alle armi più sofisticate provate sul posto. Ho sentito mitra e pistole sparare a tutte le ore, non sempre erano dimostrazioni, molto spesso erano scontri tra irakeni e soldati americani. Gli iracheni dicono che i saccheggi di massa compiuti dalla popolazione sono serviti per coprire il furto mirato di importanti opere d’arte; a tale proposito, molti giornalisti citano la recente modifica della legge USA sull’importazione delle opere d’arti, che ora consente l’ingresso negli Stati Uniti anche di opere d’arte di dubbia provenienza. Al posto di confine con la Giordania, per esempio, sono state sequestrate molte opere d’arte nei bagagli di alcuni giornalisti statunitensi. L’attacco alla cultura irachena è stato un vero scempio, tanto che l’altra emergenza, dopo quella sanitaria, è sicuramente quella culturale e anche qui occorrono gemellaggi che aiutino le associazioni culturali irachene a rinascere. Il “Circolo della cultura” di Baghdad, un luogo di ritrovo per intellettuali, artisti e oppositori, ha ripreso faticosamente a funzionare. Ho incontrato, fra gli altri, Sahad Altai, un pittore noto in tutto il Medio Oriente, e altri artisti, alcuni dei quali incarcerati e torturati sotto il regime perché accusati di essere comunisti. Da questi incontri ho potuto trarre la convinzione che l’Iraq non è un paese di barbari, come vogliono farci credere, né un paese del terzo mondo. Le associazioni culturali e gli intellettuali, spesso hanno attuato, per quanto era possibile e senza nessun nostro appoggio, una silenziosa opposizione al regime di Saddam, ora bisogna sostenerli; anche e soprattutto da questi occorre ripartire per progettare l’Iraq di domani; anche e soprattutto questi bisogna coinvolgere nel futuro governo irakeno, per evitare derive integraliste e egemonie esterne.
don Vitaliano
Marzo 2003
Roma, 5 marzo 2003
In questi giorni
carichi di preoccupazione per le sorti della pace nel mondo non possiamo non
salutare con grande speranza e con sincera solidarietà tutte le iniziative,
singole e di popolo, di gente umile e di personalità politiche e religiose, in
favore della pace e contro la guerra.
Qualcuno, con un
pizzico di fantasia, ha chiamato noi “preti contro” perché, pur in situazioni
personali e storie ecclesiali fra loro differenti, ci siamo trovati spesso a
dover fermamente dissentire da indicazioni disciplinari, prospettive
teologiche, norme pastorali della gerarchia della nostra Chiesa cattolica
romana.
Non vogliamo, in
questa sede, ripercorrere queste problematiche, ma solo ribadire che, forse,
sarebbe giunto il momento che Lei stesso aprisse un dialogo – franco, reale ed
onesto – sulle questioni che ci hanno diviso e specialmente su quelle che
riguardano l’opposizione alla guerra e la umile partecipazione comune ai
movimenti pacifisti dal basso che papa Giovanni ha chiamato “segni dei tempi”.
E’ ora che risuoni la parola della pace – e dunque di una comunione non
formale, ma aperta alle differenze e sostanziata di reale dibattito – anche nei
rapporti interni alla nostra Chiesa e nel rispetto, nella sua organizzazione,
di quei diritti umani e di quella fraternità e sororità che si proclamano come
ideale al mondo intero.
Del resto,
“preti contro”, ci pare una etichetta un poco riduttiva. Infatti – consci
naturalmente dei nostri limiti – noi non siamo mai stati e non siamo “contro la
Chiesa”, che amiamo, ma “contro” molte delle sue strutture oppressive e lesive
della libertà battesimale dei figli e delle figlie di Dio. E siamo “contro” per
essere “per”: per una fede adulta; per una Chiesa in cui norma, e non
eccezione, sia il dibattito, il confronto, il dialogo e la pluralità di voci pur
unanimi nella fede nel Signore Gesù. E siamo preti “con” perché compagni di
strada dell’umanità, perché vogliamo condividerne il cammino.
E’ dunque con
soddisfazione e speranza che noi abbiamo visto e vediamo risuonare la Sua voce
a favore della pace e contro questa guerra,
quella ipotizzata contro l’Iraq.
Il proposito di
stroncare il terrorismo – una piaga che anche noi naturalmente riteniamo
pestifera – non può giustificare la “guerra preventiva”. Al contrario, essa lo
moltiplicherebbe perché le ingiustizie e le brutalità insite nella “guerra
preventiva” sarebbero come sementi da cui nasceranno continuamente terroristi
che vorranno vendicare l’affronto e l’ingiustizia patita da loro stessi, o dai
loro padri.
Per quanto riguarda
l’Iraq, sappiamo bene che in questo paese non vi è democrazia: l’opposizione è
ridotta al silenzio, il dissenso punito con la morte, i curdi privati dei loro
sacrosanti diritti. Ma il problema non è se in Iraq vi sia, o no, democrazia;
ma se la “guerra preventiva” – che colpirebbe migliaia di innocenti – sia la
medicina giusta per estirpare la dittatura da quel paese. E noi rispondiamo di
no. Del resto, molte sono le dittature nel mondo e nessuno ha ancora capito
perché gli Stati Uniti d’America abbiano deciso di estirpare alcune di queste,
mentre la stessa Superpotenza ne tollera e blandisce altre, ritenute
strategicamente comode.
Per il mercoledì
delle Ceneri, Lei ha invitato i cattolici a una giornata di preghiera e di
digiuno per ottenere da Dio il dono della pace. Anche noi ci uniamo, convinti,
a questo coro di umile speranza e di preghiera responsabile; e invitiamo le
nostre comunità a fare altrettanto. Non solo contro questa guerra e non solo
contro il principio della guerra preventiva, che riteniamo sia da condannare
risolutamente e apertamente, ma contro la cultura stessa della guerra, per un
disarmo globale, per l’affermazione della pace come cultura planetaria e come
sistema. Ci uniamo al digiuno come ci siamo uniti e ci uniamo alle
manifestazioni, ai cortei, alle campagne indette dal movimento mondiale contro
la guerra. La nostra fiducia sta tutta nella forza dello Spirito che sospinge
questo movimento quale luogo teologico, segno dei tempi che richiede il
rinnovarsi della incarnazione. Non sarebbe opportuno uno slancio profetico
della stessa gerarchia ecclesiastica che riprendesse la linea teologica della “Pacem in terris” di papa Giovanni per
valorizzare i nuovi segni dei tempi?
“Beati gli
operatori di pace”: queste parole di Gesù (Matteo,
5, 9), noi crediamo, saranno per Lei di consolazione in un momento in cui forse
anche molti cattolici frenano il Suo impegno per la pace. Del resto, molti e
molte nel mondo, cattolici e no, guardano con simpatia e solidarietà a questo
Suo impegno. A costoro anche noi uniamo la nostra piccola voce.
Giovanni Franzoni (ex abate di San Paolo fuori le mura - Roma)
Don Vitaliano Della Sala (parroco rimosso di Sant’Angelo a Scala,
Avellino)
Don Franco Barbero (animatore delle comunità di base del Piemonte)
Don Andrea Gallo (di San Benedetto al Porto - Genova)
Don Alessandro Santoro (prete della comunità delle Piagge - Firenze)
Enzo Mazzi e Sergio Gomiti (comunità dell’Isolotto di Firenze)
Raffaele Garofalo (prete della diocesi di Sulmona)
2003
febbraio
In questo clima di guerra
imminente in cui i toni si fanno sempre più duri e i guerrafondai del momento
pretendono di dare lezioni ai dissenzienti dalla guerra, il ministro della
difesa Antonio Martino ha affermato: «Ogni prelato, anche un alto prelato,
dovrebbe benedire una missione di militari». Quella che segue è una sdegnata e
intensa lettera che due preti hanno indirizzato al ministro della guerra.
Lettera aperta al Ministro della Difesa Antonio
Martino
Signor Ministro,
esprimiamo la nostra amarezza e il nostro fermo disappunto per quanto da Lei
affermato: ³Ogni prelato, anche un alto prelato, dovrebbe benedire una missione
di militari". Siamo senza parole, ci creda. Siamo due sacerdoti che
lavorano in Parrocchie diverse (Brescia e Novara); insieme stati più volte a
Sarajevo, in Terra Santa e, recentemente, ai primi dello scorso dicembre, in
Iraq. Tutti e due facciamo parte anche di Pax Christi, movimento cattolico
internazionale per la pace.
Certo è sorprendente che un Ministro della Difesa dica cosa debbano fare i
prelati.
Soprattutto dica che devono benedire le missioni militari. Come preti siamo
abituati a benedire: ci è capitato di benedire un bimbo appena nato, un uomo e
una donna che dichiaravano il loro amore e formavano una nuova famiglia, una
scelta coraggiosa di impegno e servizio di un giovane, una comunità nel suo
dolore, l'intimità di una fatica o di una gioia.
Mai abbiamo benedetto un contingente in partenza per la guerra, un'arma, una
guerra, una violenza, un gesto che faccia uno o più vittime.
Non fa parte del nostro patrimonio spirituale e culturale, non fa parte del
Vangelo.
Siamo rientrati da poco dall’Iraq, abbiamo ancora impressi i volti, i nomi i
sorrisi e le sofferenze delle
persone che ci hanno accolto e con le quali abbiamo condiviso la vita quotidiana. E’ su
di loro che cadranno le bombe intelligenti che Lei vorrebbe anche benedette.
Loro sono già vittime dell’embargo e noi, uomini di Chiesa, dovremmo anche
benedire la follia di una nuova guerra? E’ vero che spesso nell’ambiente
politico-militare le persone uccise vengono chiamate: effetti collaterali.
Un po’ di pudore!
Signor Ministro, bene-dire, cioè dire-bene è un dono di Dio, il quale ha
mandato suo Figlio sulla terra. Egli è la nostra Pace. La Benedizione quindi,
ne siamo convinti, può essere solo benedizione di pace. E’ grave il tentativo
di usare Dio a proprio uso e consumo. La benedizione non si può barattare né
comprare, né tanto meno ridurre a gesto
scaramantico, sperando che porti bene.
Signor Ministro, invece di cercare la Benedizione di Dio e dei vari prelati per
azioni di guerra, si impegni ad essere fedele alla Costituzione Italiana che
all’art. 11 ripudia la guerra. Sarebbe, davvero, una
benedizione per l’Italia e per il mondo.
Ci piace, infine, ricordarLe il discorso del Papa al Corpo diplomatico lo
scorso 13 gennaio: "Tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi.
Dipende chiaramente anche dai responsabili politici chiamati a servire il bene
comune. Si impongono pertanto alcune scelte affinché l'uomo abbia ancora
avvenire. I popoli della terra e i loro dirigenti devono avere talvolta il
coraggio di dire "no". NO alla morte, NO all'egoismo, NO alla
guerra. SI alla vita, SI al diritto, SI alla solidarietà"
Diciamo un chiaro NO al Suo invito di benedire gli eserciti e le guerre, (visto
che gli alpini in Afghanistan ci vanno a continuare una guerra).
Piuttosto benediremo ogni gesto e volontà di pace, di giustizia, di
condivisione, di perdono che i piccoli e i grandi della terra faranno.
Con i migliori saluti
30 gennaio
2003
don Fabio e don Renato
di Pax Christi
don Fabio Corazzina, Parrocchia
San Giovanni Evangelista
contrada S. Giovanni, 12 - 25100 Brescia
don Renato
Sacco, Parrocchia San Clemente
Via alla Chiesa, 20 - 28891 Cesara Vb (0323-827120)
Lettera aperta
di una catechista sulla rimozione di don Vitaliano
di Anna
Carfora
Vitaliano carissimo,
ti direi una grossa bugia
se ti negassi che me lo aspettavo, che mi ero andata convincendo che la tua
rimozione dall’ufficio di parroco fosse ciò che lucidamente c’era da
attendersi, e che quest’epilogo andava avvicinandosi a passi sostenuti; ma la
lettura delle nove pagine di motivazioni che “giustificano” il provvedimento mi
ha fatto molto male, supera quanto mi potessi ragionevolmente attendere. Il don
Vitaliano di cui si parla è una sorta di grottesca caricatura, un doloroso
fraintendimento.
“Non è l’ora dei Nicodemi, questa!”, fu risposto a
un grande testimone di Gesù Cristo, don Primo Mazzolari, quando nel suo amore
evangelico per “i lontani” usava discrezione e rispetto nei loro confronti.
“Non è l’ora dei Nicodemi” ho detto a me stessa, parafrasando il prelato che
aveva redarguito don Mazzolari. Non è più l’ora di dimostrarti solidarietà
privata - come il Nicodemo del Vangelo di Giovanni che si reca da Gesù di
notte, per non risultare compromesso da una
simile equivoca frequentazione - ma di testimoniare di te, apertamente…
Vado a ritroso, torno a
dieci anni fa, quando ci conoscemmo, ed eri stato appena nominato parroco. Mi
sembravi troppo vero per essere vero, ma lo straordinario è che lo eri! Ho imparato a stimarti per la tua
autenticità. Non hai mai barato, mai finto ciò che non sei. In tutti questi
anni di lavoro comune, di impegno parrocchiale insieme, ho conosciuto anche i
tuoi limiti, i tuoi difetti, la tua normalissima
umanità: né santo né eroe nè super-prete.
Quante discussioni, protratte spesso fino a notte
tarda, quanti scontri ed incontri dei nostri punti di vista: quanta leale
cooperazione, per quella febbre comune che è la passione per il Regno! La tua umanità mi ha fatto pensare
all’immagine che usa san Paolo: vasi di coccio nei quali è racchiuso un tesoro.
E questo è il tuo tesoro: il tuo amore per i lontani, per quelli che nessuno
ama, per quelli di fuori, come l’amore di Gesù per la pecora persa, per la
pecora vagabonda, disobbediente, fuori del gregge. Tu ami questa pecora con il
tuo cuore di carne, la ami seriamente, non velleitariamente e questo fa paura.
Ricordi la chiesa piena di ragazzi, di no global?
Io mi ricordo la loro gioia di essere lì, e questo è tanto, è un ponte, anche
senza esibire certificati di avvenuta conversione: non è questo che Cristo
vuole.
E i presepi? Sono stati la nostra ricerca dei posti
e dei momenti in cui Dio entra nella storia, hanno espresso così,
plasticamente, la gioia di averlo trovato.
E quelli che bussavano alla porta con le richieste
più assurde e strampalate, o con la fame e la paura addosso, a tutte le ore,
anche di notte, ed i bambini, il catechismo, le mamme?… La solidarietà e la
carità di tutti i giorni, quella che non sanno i giornali, quella che ignorano
i tuoi superiori, perché tu sei evangelico in questo: “non sappia la tua
destra…” Quanti episodi mi vengono in mente!
Io so in quali tasche disperate sono finite le offerte delle messe
binate!
Abbiamo litigato su una cosa soltanto, una cosa
precisa: la tua reputazione che cercavo di salvare. L’hai sempre avuta in
spregio, non ti sei mai preoccupato di salvare la faccia. Non son pochi che
invidiano in te il coraggio che loro non hanno.
Che dirti, le parole del Vangelo? Le parole che ci
invitano a non farci illusioni: “Beati voi
quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di
male contro di voi per causa mia.…”; “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo
infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.…”.
Prete barricadiero, rosso, ribelle: etichette che
rifulgono nell’istante della cronaca, ma che presto cadranno e altri ancora
capiranno quanto sei prete veramente. Lo ha capito la gente, il popolo di Dio
credente e non credente, gli stessi che un tempo hanno accolto Gesù.
Uomo di buona volontà, coraggio! Continua a
lasciarti attraversare dai desideri di Dio, lascia riverberare ancora sul tuo
volto una scintilla di Lui.
Col tempo, allora tutto sarà chiaro, non farai più
paura, non sarai più di scandalo. Qualcuno magari tesserà finanche le tue lodi,
mentre altri, nuovi uomini di Dio, verranno incompresi e contrastati. Niente
paura, Vitaliano, nessun discepolo è più del suo maestro, dunque… è questa la
prova della nostra sequela di Gesù.
E infine: di fronte a chi ti giudica secondo la
maglietta che indossi, dal tuo linguaggio colorito, di fronte a chi si
scandalizza per i compagni con cui ti siedi a mensa, di fronte a tanta miopia,
queste parole soltanto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che
fanno”. Anna Carfora
13 ottobre
Domenica 13 ottobre 2002 - alle comunità
cristiane di base a Sant’Angelo a Scala:
“Avete fatto bene a prendere parte alla
mia tribolazione” (S. Paolo)
E’ bello ascoltare come la Parola di Dio parla a noi, proprio a noi,
oggi, qui ed ora. Parla a questa Comunità di Sant’Angelo a Scala che ogni
domenica si apre all’accoglienza dell’altro, di quelle donne e di quegli uomini
che, a prescindere dalla religione, dalla razza, dall’ideologia, condividono
con noi la speranza che un altro mondo è
possibile. La Parola di Dio parla a questa Comunità che oggi accoglie
voi, carissime sorelle e fratelli delle Comunità Cristiane di Base, che venite
a comunicarci una esperienza viva di fede e di amore e che, a quarant’anni da
quell’11 ottobre 1962, quando l’indimenticabile papa Giovanni XXIII inaugurò il
Concilio Ecumenico Vaticano II, venite in questa piccola porzione di Chiesa a
testimoniarci che il messaggio del Concilio è sempre più vivo e attuale,
nonostante i molti tentativi messi in atto all’interno della Chiesa per
seppellirlo definitivamente, venite a ricordarci che una Chiesa “altra” è
veramente possibile.
Il brano di del profeta Isaia (25, 6-10) e il Vangelo di oggi (Matteo 22, 1-14) delineano precisamente il volto di questa Chiesa “altra” che vogliamo costruire insieme.
L’evangelista Matteo, nel brano del Vangelo di questa XXVIII domenica del Tempo Ordinario, quando parla degli invitati alle nozze che disertano il banchetto, ha in mente Israele che rifiuta l’annuncio di Gesù.
Chiediamoci chi sono, oggi, gli invitati che si rifiutano di prendere parte al banchetto nuziale imbandito per noi da Dio: sono quei credenti, quegli uomini di chiesa che vanno ostentando il proprio pedigree, quelli preoccupati solo della carriera e del potere, quelli sicuri di avere ormai la salvezza in tasca e che guardano con distacco e disprezzo a tutti gli altri; sono quelli pronti ad emettere verdetti di condanna e a sancire l’esclusione degli altri, quelli talmente sicuri di avere Dio in tasca da essere poi incapaci di riconoscerlo quando Egli si manifesta. Sono quelli che credono che si possa imporre un crocifisso e farne la bandiera o il simbolo dei propri interessi e del proprio potere, sono quelli che plaudono alla legge razzista e disumana concepita da Bossi e da Fini, sono quelli che si stanno preparando a benedire e a fare la guerra.
E chi sono, invece, gli invitati raccolti ai “crocicchi delle strade”? Sono tutti gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i calpestati, i bastardi, gli irregolari, i clandestini, i bambini di strada, gli anonimi, i perdigiorno, i tribolati, i barboni; sono i peccatori e le prostitute, i gay e i travestiti, gli extracomunitari e i rom, i divorziati e detenuti; sono le minoranze, sono coloro che non si adeguano, coloro che vivono negli scantinati della storia e del mondo, coloro che subiscono ingiustizie; sono le voci fuori dal coro, i dissidenti, i perdenti, i perseguitati, i disobbedienti, gli scomunicati e…i preti sospesi a divinis: insomma, i crocifissi.
I primi si autoescludono dalla salvezza e non sono interessati alla mensa imbandita da Dio.
Gli altri accettano l’invito, trovano attraente la tavola e amabile il padrone di casa. Questi, parla chiaro Matteo, troveranno familiare il volto di Dio.
Voi, sorelle e fratelli delle Comunità Cristiane di Base, sapete bene cosa vuol dire essere considerati marginali nella Chiesa, lo avete sofferto sulla vostra pelle, nella vostra carne. E proprio voi siete venuti a portare solidarietà a me e alla mia Comunità parrocchiale che da tanto tempo non riceve più visite dai superiori, ma ha imparato ad accogliere i viandanti e a cercare e invitare gli ospiti dai “crocicchi delle strade”, come ci insegna il Vangelo di oggi, anzi, è diventata essa stessa un “crocicchio di strada”.
Dice Paolo nel brano della lettera ai Filippesi (4, 12-14. 19-20) che abbiamo letto: “avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione”. È questa la carità fraterna che dobbiamo praticare.
In questa celebrazione mettiamo insieme, in comunione, le cose che abbiamo vissuto e che viviamo, le nostre esperienze, le nostre difficoltà e le nostre sofferenze, le nostre lotte e la nostra speranza, le nostre sconfitte e lo facciamo con gioia perché consideriamo un grande dono di Dio lo stare dalla stessa parte, dalla parte degli esclusi, degli invitati della seconda ora: i veramente privilegiati che godono del volto di Dio, coloro a cui Dio, come dice il profeta Isaia, “asciugherà ogni lacrima dal volto”.
Solo colui che urla per gli ebrei può anche
cantare il gregoriano"
DIETRICH BONHOEFFER - anno 1944
Un vescovo prende posizione sulla legge Bossi-Fini
L'IMMIGRATO È UN UOMO, NON È UNA MERCE
La legge sull'immigrazione è, senza mezzi termini, anticristiana. La cosa
più preoccupante è che mette tra parentesi la persona: ciò che interessa è
che l'immigrato lavori, non che esista come essere umano con una propria
cultura. Avalla una mentalità secondo cui lo straniero deve essere merce da
utilizzare. È legalmente riconosciuto finché serve al capitale, poi può
essere respinto al mittente". Questa la valutazione chiara e severa di
Alex
Zanotelli (vedi Avvenire del 12 luglio) della legge Bossi-Fini approvata
recentemente.
Don Luigi Ciotti a sua volta condanna con forza soprattutto un aspetto
odioso della legge stessa: "la rilevazione obbligatoria delle impronte
digitali per gli immigrati anche non clandestini è ingiustificata e
intollerante".
Difficile non dare loro ragione e non condividere dal punto evangelico
questi giudizi drastici ma fondati In effetti da molti mesi il progetto
della legge in questione Bossi-Fini (anche il nome dei proponenti non è
certo casuale) era stato oggetto di forti critiche da parte soprattutto
della Caritas italiana, della Migrantes, di Pax Christi e
dell'associazionismo cattolico e non, specie nell'ambito missionario e del
volontariato. Alcune riserve (timide per la verità) erano state espresse
perfino dal card. Ruini in sede CEI. Ma tutto questo è servito a poco. Ora
tra le molte considerazioni che potrebbero essere fatte al riguardo, due in
particolare sembrano imporsi all'attenzione di noi credenti sia a livello di
coscienza personale, sia - ancor più - di riflessione e di impegno
comunitario ecclesiale.
1. Innanzitutto di fronte a questa legge, in fondo in fondo, non pare
che ci
si possa meravigliare più di tanto. Si tratta semplicemente di una
conseguenza logica di una impostazione politica globale tipica del
neoliberismo imperante in tutti i settori. Quando il potere pubblico;
anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli
ultimi preferisce tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti
(vedi numerosi esempi di leggi recenti) e proseguire nello strisciante ma
graduale progressivo smantellamento dello stato sociale, dalla sanità alla
previdenza e oltre, non ci si può stupire se gli stessi poteri inspirati
alla filosofia politica di una forte individualismo in campo economico e
sociale, non si preoccupino poi delle persone come tali ma unicamente
dell'utilità che se ne può ricavare. Ci sarebbe da meravigliarsi esattamente
del contrario.
Eppure, almeno per chi ama dirsi e presentarsi come cristiano, esiste, oltre
il Vangelo, una biblioteca intera di magistero sociale su queste tematiche,
con affermazioni chiarissime e sommamente imperative a livello nazionale e
mondiale. Basti pensare, ad es., all'enciclica Populorum progressio (1971),
nella quale Paolo VI profeticamente affrontava con lucidità impressionante
Tutta la problematica della cosiddetta "globalizzazione" che oggi ci
tormenta.
Quando ancora si pensava che la linea divisoria tra i diversi mondi fosse
quella dell'Est/Ovest, il pontefice non aveva timore di affermare che il
vero confine era quello del Nord/Sud (tra i popoli che mangiano troppo e
quelli che muoiono di fame); così quando denunciava con coraggio il rischio
che i paesi ricchi diventassero sempre più ricchi e quelli poveri sempre più
poveri e metteva in guardia noi occidentali dal pericolo che un bel giorno
esplodesse "la collera dei poveri". Tutte previsioni puntualmente
avveratesi
o in dirittura di arrivo.
Sull'inaccettabilità del sistema neoliberista e sull'esigenza di mantenere
lo stato sociale circa le necessità primarie della persona, si potrebbero
riportare citazioni a non finire di Giovanni Paolo II, dei nostri vescovi
specie di alcuni come il card. Martini. In sintesi dalla Rerum novarum
(1891) ad oggi sempre sulla base di una diretta derivazione evangelica, che
il lavoro umano e soprattutto la persona non siano merce, e perciò da non
considerarsi e trattarsi come tali dovrebbe essere scontato.
2. E qui si inserisce l'altra piccola riflessione: se non possiamo
meravigliarci troppo del fatto che nell'ambito della società italiana
determinate forze politiche seguano logiche utilitariste e perciò
materialiste (non esiste solo il materialismo ideologico ma pure quello
pratico, specie da noi) nell'impostare il sociale, dovremmo stupirci però,
anzi preoccuparci della mancanza di una forte e adeguata reazione da parte
di noi credenti di fronte a queste leggi soprattutto quelle che rischiano di
diventare lesive della dignità della persona se discriminanti. Infatti se si
ritengono assolutamente necessarie misure di sicurezza tipo le rilevazioni
delle impronte, questo deve essere valido per tutti italiani e stranieri. A
questo proposito sarà interessante verificare se tra gli extracomunitari
interessati rientreranno pure ad es. i cittadini svizzeri o USA, oppure
sempre e solo i soliti poveracci.
Grazie a Dio - come è stato ricordato sopra - molte realtà ecclesiali hanno
reagito da tempo, però la base dei nostri bravi praticanti sembra largamente
assente, indifferente, quando non addirittura d'accordo con queste scelte.
Pare che la preoccupazione più seria sia quella della tutela del proprio
benessere, non importa se questa comporta ancora una volta il porre le cose
prima delle persone.
Certo gli extracomunitari anche da noi vanno bene per vendemmiare,
soprattutto per badare ai vecchi e malati che, data la gravissima denatalità
italiana, aumenteranno sempre di più, ma poi basta: che vogliono ancora? Il
tutto coniugato, forse anche con una certa buona fede o almeno mancata
avvertenza, con la pratica religiosa, senza coglierne l'incompatibilità
evangelica.
Ma non si tratta solamente di incoerenza da parte dei fedeli. Una grande
responsabilità di questa coscienza distorta ricade certamente su noi pastori
che, se non altro, dovremmo al riguardo alzare di più la voce, senza timore
di scontentare qualcuno in alto e in basso.
Sebastiano Dho - Vescovo di Alba (CN)
Non è il mestiere più antico del mondo
di Savatore Purcaro, seminarista della Diocesi di Nola
Come Cristiani non possiamo dire di aver fede in un Dio che non si
vede - come ci ricorda San Giovanni - e non riconoscerlo nel fratello che ci
sta accanto. È impossibile "sequestrare" Gesù nelle sacrestie,
dimenticando che Lui era abituato a lavorare su strada. È in questa nuova
logica di essere Chiesa - non rivoluzionaria, ma evangelica - che si inserisce
la Marcia - fiaccolata di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli!
Sul nostro territorio nei pressi degli stabilimenti Alenia e
Alfa Avio da circa un anno sette ragazze immigrate sono costrette alla
prostituzione da carnefici del sesso. Come cristiani non possiamo tacere o
ancor peggio far finta di non vedere ma dobbiamo metterci in prima linea perché
questo orribile mercato abbia fine e tante donne possano ritrovare la propria
dignità.
Consapevoli che questo non è il mestiere più antico del mondo –
come potrebbe pensare qualcuno per acquietare la propria coscienza e
legittimare il proprio disimpegno – vogliamo gridare con coraggio e decisione
che nella nostra Pomigliano, famosa per le industrie, illustre per lo spessore
politico, stiamo assistendo ad una nuova e ancor più brutale tratta di schiavi,
non diversa da quella praticata, nel passato, dagli Imperi Coloniali.
Incontrando queste ragazze, ascoltando le loro storie, condividendo il loro
grido di dolore non si può restare indifferenti è giunto il momento di dire un
solidale, forte, coraggioso: Basta!
Con l’ardore dell’amore fraterno e l’ardire dell’impegno
cristiano facciamo appello:
alle autorità civili e militari della nostra città: scomodatevi, impegnatevi per un
radicale e capillare monitoraggio del territorio. Forse non eliminerà
immediatamente il problema, ma farà terra bruciata intorno agli sfruttatori (
cioè cliente e protettore ) inculcando loro la consapevolezza di non navigare
in mare aperto, ma sotto il radar attento della giustizia;
alle famiglie, alle parrocchie, alle associazioni ecclesiali: frantumate i tabù sessuofobici
ed educate i giovani all’etica dell’affettività, accompagnateli nelle fasi
critiche della crescita aiutandoli a maturare la consapevolezza della
sessualità non come sfogo dei bisogni genitali, ma espressione di un amore
fecondo;
alle associazioni femministe e alle federazioni di casalinghe: nel secolo scorso vi batteste
per ottenere la parità. Sappiate che non l’avete ancora raggiunta, vi hanno
illuse con il mito della donna manager e avete dimenticato di pretendere la
parità sessuale! Organizzate nuove marce e nuovi scioperi perché ancora oggi
all’ombra della donna in carriera c’è la donna in strada, sulle cui spalle
grava ancora il giogo della schiavitù maschile.
A tutti noi:
Oggi è la festa della Visitazione. Maria che appena seppe di portare nel grembo
il Verbo della Vita uscì dal Santuario di Nazareth e corse ad assistere
l’anziana parente Elisabetta, ci aiuti ad uscire dalle nostre chiese per
incontrare tante Elisabetta, affaticate dal peso di un disumano lavoro, che
rifiutano la nostra sterile commiserazione e desiderano il nostro concreto
impegno.
Quel
Gesù di Nazareth che un giorno ebbe il coraggio di dire: "le prostitute
vi passeranno avanti", ci spinga a scendere in strada per farci
compagni di viaggio di queste ragazze solo così potremo arrivare insieme al
traguardo della libertà.
Salvatore
Purcaro
6 luglio
Chi ha votato
alla Camera per cambiare la 185?
Nonostante le ben 65.000
firme raccolte contro il ddl 1927, la modifica alla Legge 185 che toglie
vincoli al commercio internazionale delle armi è stata approvata dalla Camera
dei deputati e attualmente è all’esame del Senato. Tragicamente questo è avvenuto
nell’indifferenza o con l’assenso di esponenti dell’opposizione.
E’ bene sapere quali.
Qualcuno si è preso la briga di individuarli e di diffondere le
informazioni sulla mailing list di Pax Christi:
From: "Sergio Cecchini"
Subject: Mercanti di Armi - Assenti illustri
Ieri i mercanti di armi hanno stappato la prima bottiglia di
spumante che avevano tenuto al fresco in frigorifero: la Camera dei Deputati ha
approvato infatti il ddl 1927 che favorisce un export di armi meno controllato
dal Parlamento.
In sostanza la
maggioranza dei deputati non ne vuole sapere di esercitare una funzione
costituzionale di controllo. E non vuole svolgere un ruolo di garanzia per i
cittadini che hanno ancora una concezione etica della politica, intesa come
trasparenza e limitazione dell'export di strumenti di morte verso nazioni
dittatoriali o in guerra.
Ho dedicato la mia "ora di
curiosità" per studiare i tabulati della Camera per capire chi era
presente e chi no e chi ha votato contro i mercanti di armi e chi a favore, ed
è troppo poco per fare un'analisi esaustiva. Emerge tuttavia qualche chicca:
non hanno partecipato al voto leader come D'Alema, Rutelli, Fassino,
Bertinotti, Armando Cossutta a testimonianza che questa nostra lotta li ha
lasciati sostanzialmente indifferenti; non mancano altre "assenze
illustri" che si fanno notare (Bersani, Boselli, Finocchiaro, Nesi,
Ostillio, Parisi, Realacci, Turco, Visco)…
Amato, il leader tenuto in
panchina per sostituire Rutelli appena possibile, ha votato in linea con il
governo dimostrandosi un solido alleato di chi vuole dare slancio all'export di
armi con questa nuova legge che azzoppa la 185/90; tutti gli ordini del giorno
sono stati respinti (anche quello per un maggiore controllo dell'export di armi
leggere che vanno in mano ai bambini soldato), nonostante il governo avesse
fatto balenare l'idea che in fondo al posto degli emendamenti potevano passare
gli odg. Adesso vedremo al Senato quali sono i parlamentari che non
difenderanno la legge 185. Ce ne ricorderemo al momento giusto. Intanto i
mercanti di armi hanno messo in frigorifero la seconda bottiglia di spumante e
finché c'è guerra c'è speranza (per loro). Forse anche al Senato riusciranno a
tenere seminascosta la data di voto, spostandola in continuazione come è
accaduto per la Camera. Così si evitano capannelli di illusi propugnatori della
regolamentazione del commercio delle armi, proprio lì all'entrata dei luoghi
della sovranità popolare. Ma sì, si tolgano dalle scatole quei fastidiosi e
petulanti pacifisti. E si dia fiato all'economia della morte, delle mutilazioni
e della disperazione.
Sergio
26 maggio
L’autodenuncia di Don Gallo.
In questi giorni,
su richiesta dei pm, il gip di Genova “avvisa” Don Vitaliano che è sospettato
di aver indotto i manifestanti ad assaltare la camionetta per incendiarla. Chi
può credere che Don Vitaliano abbia incitato
alla violenza? E’ assurdo. Basterebbe la solidarietà dei suoi parrocchiani ma
ancora una volta mi voglio “autodenunciare”. Chiedo di essere accusato di
favoreggiamento, per essere “vicino” a questo generoso giovane apostolo del
sud. Cari giudici, facciamo chiarezza. Mia cara chiesa difendi questo prete del
popolo di Dio. Durante il G8 era gradito ospite della comunità S. Benedetto al
Porto. Abbiamo fraternizzato e pregato nella “concelebrazione” della domenica
22 luglio.
Insieme abbiamo
guardato il G8 negli occhi. Un sogno comune: la globalizzazione dei diritti
universali. Senza ombra di dubbio, posso definirlo un “costruttore di pace”.
Don Vitaliano, con
la sua scelta di visibilità, non è un agitatore ma un umile e coraggioso
“animatore”.
Don Andrea Gallo
San Benedetto
al Porto (Genova)
Genova, 8 maggio
2002
E’ la parola di Gesù che propone
proprio i bambini come modelli di vita per ogni cristiano: "se non
diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli". Quanto siamo
lontani da queste parole e dal rispetto verso i bambini che queste parole
presuppongono: bambini resi schiavi, sfruttati, non rispettati nei loro
diritti, bambini fatti oggetto di attenzioni e di violenze sessuali da parte di
adulti. E’ la cronaca di questi giorni e, purtroppo, di sempre.
Una parola tradita doppiamente da chi quella Parola deve
annunziare e testimoniare, dai pedofili, cioè, in abito talare che,
approfittando del proprio ruolo all’interno delle parrocchie, dei seminari,
delle scuole, usano violenza proprio contro i bambini "legittimi
proprietari" del Regno di Dio.
Non trovo parole sufficienti per dire lo sdegno di fronte
a tanta bruttura commessa da confratelli sacerdoti.
Ma sono altrettanto rimasto senza parole per il modo in
cui il Vaticano ha cercato di risolvere il problema della pedofilia nel clero
statunitense. E’ sembrato che i bambini violentati e i bambini in genere
c’entrassero veramente poco con la riunione vaticana e con il documento che da
essa è scaturito.
Innanzitutto
sono sconcertato perché ci si è occupati del problema solo quando si è dovuto
mettere mano a santi portafogli e a sacri conti bancari, e quando l’immagine
della Chiesa (e quindi le abbondanti offerte e i numerosi contributi dei fedeli
che da quella immagine scaturiscono) ha rischiato di essere irrimediabilmente
compromessa.
E poi provo
sconcerto anche di fronte agli atteggiamenti che la Chiesa si propone di
cominciare ad assumere nei confronti dei preti accusati di pedofilia,
atteggiamenti che si riassumono in quelle, cristianamente e umanamente infelici
affermazioni del cardinale di Washington e dal presidente della Conferenza
Episcopale statunitense: "tolleranza zero contro i preti pedofili" e
"uno sbaglio e sei fuori".
I cristiani non
possono ragionare così, tanto meno se vescovi e cardinali.
A chi in
Vaticano è passato per la mente che i confratelli preti pedofili sono anche e
comunque vittime – e dico questo non per giustificarli – vittime di violenze
fisiche, psicologiche e "formative"?
Non sono un
esperto, ma penso che il problema pedofilia si deve cominciare a risolvere a
partire dalla formazione nei seminari e dall’organizzazione dei seminari
stessi, squallide "case chiuse" per soli uomini, che dovrebbero
invece essere luoghi dove un ragazzo cresce armonicamente e serenamente in un contesto
e in un ambiente normale.
Sono d’accordo
con don Enzo Mazzi quando afferma che bisognerebbe intervenire sul
"disprezzo" per la sessualità che spesso è diffuso tra il clero, e
dunque sul seminario, luogo nel quale questo "disprezzo" nasce e si
sviluppa. Tutto il cammino formativo dei seminari tende a "congelare"
la sessualità, e di fatto è come se bloccasse il naturale sviluppo sessuale dei
ragazzi-seminaristi; se non si recupera, a fatica e da soli dopo, si rischia di
diventare adulti con una sessualità ferma al periodo puberale o adolescenziale.
Ma di questo in
Vaticano non si è parlato se non di sfuggita, per dovere d’ufficio e comunque,
ipocritamente, senza centrare il problema. Come non si è parlato, anzi è
espressamente vietato parlarne, di celibato del clero.
Insomma, tanto
chiasso per niente!
Temo che non
cambierà granché nella Chiesa: i preti pedofili continueranno indisturbati ad
essere vittime e a fare vittime tra i bambini, casomai cercando di farlo con
molta più attenzione, dopo il polverone alzato dal Vaticano; ad uso dei media,
sicuramente alcuni tra questi preti pagheranno ma, sono pronto a scommetterci,
pagheranno i preti pedofili più sfigati, mai i "potenti".
Temo ancora di
più che l’adagio "uno sbaglio e sei fuori", verrà usato contro i
preti rompiscatole o critici verso la gerarchia, per screditarli e toglierli di
mezzo. Non sarebbe la prima volta che accade: viene creata ad arte la falsa
notizia per gettare discredito sul prete che da fastidio, e quale fango
peggiore di quello gettato sul prete anche dal solo sospetto che questi sia
pedofilo!
C’è ancora un
ultimo dubbio che mi tormenta e vorrei tanto che venisse fugato: e se tutto
questo santo e inutile casino – visti gli esigui risultati - sui preti pedofili
e il conseguente "commissariamento" della Chiesa statunitense, non
fosse stato gonfiato ad arte dai soliti ambienti reazionari della curia romana
appoggiata da quelli statunitensi, solo per screditare l’episcopato degli Stati
Uniti, e soprattutto alcuni cardinali progressisti, alcuni dei quali potevano
essere candidati a succedere a Giovanni Paolo II nel conclave che in molti
prevedono ormai prossimo?
don Vitaliano Della Sala
10 marzo
BEATI
COLORO CHE HANNO FAME E SETE DI OPPOSIZIONE
(Padre Davide Maria Turoldo)
La
mia morte civile ed ecclesiale
Avrei voluto
scrivervi da e di Porto Alegre e continuare a parlarvi di una delle poche
importanti novità di questo inizio millennio: il movimento “no global”, il movimento
dei movimenti; oppure dal Pakistan o dell’Afghanistan in guerra, perché per
comprendere bisogna essere al centro delle contraddizioni, come don Tonino
Bello motivava il suo essere andato a Sarajevo durante la guerra in Bosnia; o
ancora avrei voluto scrivervi da e di Palestina e Israele o dall’Argentina; o
dalle e delle piazze italiane e del mondo dove si protesta e si progetta e si
costruisce un’altra politica, un’altra giustizia, un’altra economia, un’altra
politica del lavoro, un altro mondo possibile.
Avrei voluto
continuare a dividere il mio tempo e il mio ministero tra la mia piccola parrocchia di Sant’Angelo a Scala e la “mia
parrocchia vasto mondo”; avrei voluto continuare a partecipare ai mille dibattiti,
alle conferenze, agli incontri che si tengono in ogni dove per affrontare tanti
temi. Invece qualcuno ha deciso e mi ha vietato tutto tranne respirare e
mangiare: non puoi frequentare i centri sociali, non puoi rilasciare
interviste, né partecipare a conferenze, non puoi allontanarti dalla
parrocchia, non puoi pensare, né criticare, e se i tuoi parrocchiani si
permettono di difenderti allora ti verrà tolta la parrocchia e se protesterai
sarai sospeso a divinis. Molti mi hanno scritto
meravigliandosi che il sito non viene più aggiornato, o viene aggiornato solo
di rado; tra questi alcuni sacerdoti. Questa è una lettera che ho appena
ricevuto:
“Caro don Vitaliano, tu non mi conosci ed io non conosco te, ma leggo quasi tutto quello che scrivi sul tuo sito. Sono interessato alle tematiche che affronti con coraggio, determinazione e con approfondimento. Ti scrivo perché è da molto tempo che non aggiorni il tuo sito, forse sarai preso da molti impegni...o da impedimenti del tuo ordinario....comunque sappi che apprezzo il lavoro che fai...perché lo fai con amore.
Io prego per te perché tu
sappia continuare a testimoniare la fede e il servizio sacerdotale a tante
persone che trovano in te un amico, un confidente e un santo sacerdote.
con affetto don Sergio”.
Ho volutamente omesso il
cognome del mio confratello perché da un po’ di tempo è “pericoloso”
frequentarmi e dichiararsi mio amico; non vorrei che don Sergio dovesse avere
delle difficoltà per questo.
Non è perché sono preso da
molti impegni, caro confratello Sergio e care sorelle e fratelli telematici,
ma è perché provvedimenti canonici di
sapore medievale (che potete leggere a fianco) me lo impediscono.
Paul Valadier (gesuita francese
direttore della rivista teologica Etudes, rimosso dall’incarico nel 1989
su pressione di Roma per le sue idee liberali) scrive: “In questi ultimi anni,
si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che
parla di diritti dell’uomo all’esterno, ma non li rispetta al suo interno”.
Guai a chi critica o contesta o
dissente da qualche potente ecclesiastico: allora sei contro la Chiesa!
Guai a chi si permette di
chiedere un po’ di democrazia e di giustizia all’interno della Chiesa: sei
contro la comunione ecclesiale e contro il magistero!
Guai se prendi le difese di un
confratello in difficoltà con i suoi superiori;
Guai se chiedi maggiore
partecipazione del popolo di Dio nelle discussioni importanti;
Guai se ti schieri dalla parte
degli ultimi senza il necessario permesso del superiore;
Guai se prendi le difese del
debole scomodo;
Guai se denunci le ingiustizie
e se ti fai voce di chi non ha voce senza essere autorizzato;
Guai se ti permetti di usare i
mezzi di informazione per amplificare l’annuncio della Parola di Dio e la
denunzia dell’ingiustizia ma non sei né in cardinale Tonini, né Baget Bozzo, né
don Giovanni D’Ercole… se non sei “designato” come loro rischi la sospensione a
divinis come un eretico; e per fortuna i roghi sono passati di moda.
Don Luigi Sartori, mio
professore quando studiavo Liturgia a
Padova, ci insegnava che il dissenso, anche all’interno della Chiesa, in certe
occasioni può diventare un dovere.
Tutti, ma soprattutto noi
cristiani, abbiamo il dovere di dissentire quando ci accorgiamo che certe
scelte producono ingiustizie nel mondo e se queste ingiustizie avvengono
all’interno della Chiesa, allora noi cristiani dobbiamo dissentire con più
forza, proprio perché amiamo la Chiesa e crediamo la Chiesa, un’altra Chiesa
possibile, indispensabile, in costruzione!
Tanti mi suggeriscono di mollare, qualcuno, forse, lo desidera e se lo auspica anche, ma io ripeto con don Lorenzo Milani: «noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione, anche, se sarà necessario, di inginocchiarci davanti a Gedda caudillo d’Italia, ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa».
18 gennaio
“NON GIUDICATE PER NON ESSERE
GIUDICATI…”
don Vitaliano
Giungono molte lettere di persone che
pensano di sapere quali debbano essere il ruolo, il comportamento e le scelte concrete
che un prete dovrebbe fare o non fare.
Molti semplicemente inviano insulti e
penso che questi non meritino nessuna risposta ma solo pena; altri sono turbati
o scandalizzati dal mio modo di vivere il sacerdozio. Occasione di scandalo,
riduzione del Vangelo alla politica, disobbedienza ai dettami della Chiesa in
materia di morale, addirittura favoreggiamento della violenza.
Spesso gli equivoci si mescolano ad
autentiche accuse. Questo non può certamente costituire un problema per un
cristiano, se ricorda alcuni passi del Vangelo: “Un servo non è più grande del
suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giovanni 15, 20), “Beati voi quando vi insulteranno, vi
perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia.” (Matteo 5, 11)..
Anche
di Gesù sono state dette cose contrastanti, lo si è accusato di farsela con i
peccatori, con la gente di malaffare, di amare il vino e la tavola, addirittura
di essere un bestemmiatore, tant’è vero che è morto in croce, come un
delinquente, e che è stato condannato da gente per bene, dalle
rispettabilissime autorità del suo tempo.
Una
volta, una vecchia contadina del mio paese mi disse che queste cose così
cattive le facevano “i farisei”, quelli che vivevano al tempo di Gesù, ma noi
no; noi non le faremmo mai. Invece, io penso che siamo continuamente a rischio
di “fariseismo”, di confondere il messaggio di Gesù Cristo con una sorta di
moralismo benpensante e di pia e devota spiritualità. Dimentichiamo che Gesù è
venuto a sconvolgere le nostre categorie sulla morale e sulla religione.
Dimentichiamo che i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio e che questi
sovrastano enormemente i nostri. Dimentichiamo che il modo che abbiamo per
conoscere il Padre è quello di fare bene attenzione a ciò che faceva Gesù: “Chi vede me,
vede colui che mi ha mandato” (Giovanni 12, 45). Io sono un cristiano ed un
prete più peccatore di tanti, con tutti i limiti e i difetti che come essere
umano mi ritrovo, però mi sforzo quotidianamente di rendere la mia esistenza
quanto più conforme a Gesù. Cerco di seguire la mia vocazione, la chiamata di
Dio a percorrere certe strade. Mi
sarebbe stato estremamente più facile, comodo, fare il prete “normale”, ma avrei
tradito quella che sento debba essere la mia sequela di Gesù, la maniera in cui
Lui mi chiede di seguirlo e testimoniarlo in mezzo agli uomini.
La
politica dei partiti non mi interessa. Non predico alcuna forma di morale di
comodo, libertina. Sono assolutamente convinto che la violenza sia radicalmente
incompatibile con il cristianesimo: tutta la violenza, anche quella delle
cosiddette “guerre giuste” che, chissà perché, non scandalizzano come ha
scandalizzato alcuni la mia partecipazione al contro G8 di Genova.
Però
sono altrettanto fermamente convinto che un cristiano, un prete, debba dire una
chiara e forte parola di giustizia, anche se questa parola va ad urtare la
suscettibilità di qualcuno, soprattutto se questa parola infastidisce chi
domina, sfrutta ed emargina i poveri e gli ultimi. Bisogna stare dalla parte
dell’uomo, sempre. Bisogna, come dice San Paolo, “farsi tutto a tutti”, anche
andando al Gay Pride, se questo significa testimoniare concretamente,
tangibilmente, l’amore di Dio per tutti i suoi figli.
Non
si parla agli uomini, non si va loro incontro restandosene sugli alti pulpiti
né rintanandosi nelle sacrestie. Se l’uomo lo amiamo davvero, allora andiamo a
cercarlo lì dove sta, ci mettiamo a camminare con lui sulle strade che sta
percorrendo, facciamo con lui il doppio della strada che egli si aspetta che
noi percorriamo: “Se qualcuno ti chiede di fare un miglio, tu fanne con lui
due”, non ci accostiamo a lui con la voglia di farne un proselito, ma con la
voglia di dargli sollievo nella sua sofferenza, per mettere fasce alle sue ferite,
per fargli sentire che è un essere amato, accolto e compreso.
So
bene che questo modo di essere e di testimoniare è esposto al rischio del
fraintendimento, che presta il fianco all’odio di chi lo cova in seno, alla
sordità e alla cecità di chi non vuole sentire e non vuole vedere, ma vedo
altrettanto chiaramente che a questo rischio non è lecito sottrarsi. Non se ne
è sottratto Gesù che si è fatto, fino alla morte di croce, pietra d’inciampo
per noi.
Quale
diritto avremmo di sottrarcene noi?
24
dicembre
Auguri!
don Tonino Bello
E' Natale,
momenti di serenità....
Io, invece, vi
voglio infastidire:
non posso,
infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti
dalla «routine» di calendario.
Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno
li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora!
Gesù che nasce
per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte
verticali.
E vi conceda la forza di inventarvi un’esistenza
carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che
dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro
letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato,
a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che
diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa
idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena
del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che
trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il
frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo
struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita
accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o
l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita
soppressa.
Giuseppe, che
nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne,
disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre
tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a
quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che
versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza
lavoro.
Gli angeli che
annunziano la pace portino guerra nella vostra sonnolenta tranquillità incapace
di vedere che, poco più lontano di una spanna con l’aggravante del vostro
complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano
armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo
sterminio per fame.
I poveri che accorrono
alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme
nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere «una
grande luce», dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla
pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le
tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, fanno bella figura ma non
scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se
provocati da speculazioni corporative.
I pastori che
vegliano nella notte, «facendo la guardia al gregge» e scrutando l’aurora, vi
diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono
in Dio.
E vi ispirino
un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l’unico modo per morire
ricchi.
Sul nostro
vecchio mondo che muore nasca la speranza.
ASSOLTO
PER INSUFFICIENZA
DI PROVE
di don Tonino
Bello
L’ho letta da qualche parte.
Ma non costringetemi a ricordare dove.
Se essere cristiani fosse un delitto e voi foste condotti in
tribunale accusati di questo delitto, riuscireste a farvi condannare?
Per quanto mi riguarda, io ho pensato
che ne uscirei assolto.
Purtroppo.
Con formula piena, proprio no.
Perché, via, è difficile dimostrare la
mia totale estraneità al delitto. Per lo meno una certa complicità con Gesù
Cristo mi verrebbe riconosciuta. I miei rapporti sospetti con l’imputato principale
difficilmente potrebbero essere mascherati. E, diciamocelo con franchezza,
anche i miei ripetuti tentativi di costituire con lui una specie di
associazione per delinquere non potrebbero rimanere inosservati. No: l’ipotesi
di un proscioglimento con formula piena penso che si debba scartare.
Così come, benché certo che in linea
di massima sarei purtroppo scagionato dall’addebito di essere cristiano, penso
che si debba scartare l’ipotesi di assoluzione per non aver commesso il fatto.
Perché, uditi i testimoni ed esaminato
per bene il carteggio processuale, non si farebbe molta fatica a scorgere, nel
cumulo degli interrogatori e delle perquisizioni, nei verbali di sopralluogo e
nei resoconti di sequestro dei corpi di reato, gli indizi necessari per impedire
una sentenza con questa formula assolutoria. In altri termini, il dubbio della
mia correità col criminale, anche se non maggiormente rafforzato dal pubblico
ministero, non potrebbe neppure essere pienamente risolto dal collegio di
difesa. Lo
so. Se essere cristiano fosse un delitto e io fossi tradotto in tribunale sotto
l’accusa di questo delitto, sarei assolto per insufficienza di prove.
E immagino anche
che l’avvocato difensore (le cui parole a di-scarico suonerebbero in quel
momento per me terribili come quelle della più drammatica requisitoria del
pubblico ministero) non dovrebbe fare salti mortali per scagionarmi, smontando
uno dopo l’altro tutti i capi d’imputazione.
Riesco a
immaginare perfino lo schema della sua arringa.
«É
vero, signori della corte, che sul mio assistito, accusato di essere seguace di
Cristo, gravano pesantissimi fatti, di cui è impossibile negare l’esistenza, e
che proverebbero chi sa quali ammanigliamenti con l’imputato numero uno. Ma si
tratta di delitti, se non proprio preterintenzionali, almeno meritevoli di
tutte le attenuanti per difetto di convinzione. É vero: ha radunato la gente
nel nome di Gesù di Nazaret. Ha favorito rapporti sediziosi col criminale. Ne
ha fatto l’apologia, con la parola e con le opere. Ne ha mitizzato perfino la
figura, arrivando a dire che, dopo la morte patibolare subita sulla croce,
egli è addirittura risorto! Ha coinvolto un mare di gente perché si mettesse
alla sequela del facinoroso maestro di Galilea. É riuscito a trascinare dalla
sua parte soprattutto i poveri, con discorsi destabilizzanti di uguaglianza e
di giustizia. Ma diciamocelo con franchezza: quanta messinscena nelle sue parole!
Quanto scarso convincimento nelle sue prediche! Quante demolizioni operate da
contropartite di comportamenti, tutt’altro che in linea con i messaggi
annunziati! Se apparentemente ha favorito il «crimine cristiano» da una parte,
dall’altra lo ha ostacolato nascostamente con le sue scelte quotidiane di
segno contrario. Pertanto, signor presidente e signori della corte, chiedo per
il mio assistito di considerare destituite di fondamento le accuse del pubblico
ministero, di proscioglierlo da ogni addebito, senza ulteriore rinvio a
giudizio, e di archiviare definitivamente il processo».
Carissimi
amici, avendo abusato del paradosso, forse ho calcato la mano, e mi son
lasciato sedurre dal gusto di censurarmi con una certa teatralità. Ho ceduto,
insomma, alla tentazione di apparirvi umile e contrito, ben sapendo che su
questa denunzia contro me stesso voi avreste benevolmente fatto la tara.
Ma non state al gioco. Quello che
ho detto è vero. Anzi, se nelle mie parole c’è un «surplus» di autoaccusa,
accoglietelo come disperato tentativo per pareggiare il mio pesantissimo
«deficit» in fatto di testimonianza!
E
pregate per me in modo tale che, se davvero essere cristiani fosse un delitto,
io abbia a trovarmi così invischiato in questo delitto, che non si trovi
nessun avvocato disposto a difendermi.
E allora, finalmente, comparirò davanti ai giudici come reo confesso del reato di «sequela di Cristo», con tutte le aggravanti della recidiva generica e specifica. E otterrò la sospirata condanna. A morte. Anzi, a vita. Per lui, incredibile amore!
8 ottobre
2001
Perché?
Il 90 - 96%
degli americani è con Bush e approva l’attacco aereo sferrato contro
l’Afghanistan. Ospitiamo questa
riflessione di Suor Rosemary Linch,
americana, francescana e non violenta che dà voce alle ragioni di quella
minoranza che è contraria all’intervento militare.
Noi, cittadini della piu' ricca e piu' potente nazione della terra
abbiamo
subito un'esperienza che ci ha scioccato, terrorizzato, fino a costringere
le nostre ginocchia a piegarsi nella preghiera. Noi siamo giustamente
sconvolti per la dimensione della tragedia e del male che e' piombato su di
noi. Ma c'e' una domanda fondamentale finora ignorata nel pubblico
dibattito: perche'? Perche' New York e Washington? Perche' non Londra,
Parigi o Roma? Perche' non Mosca?
Le nazioni hanno la memoria lunga. Alcuni aspetti della malaccorta politica
estera americana continuano a produrre effetti. Anche se molti episodi si
sono sbiaditi nella nostra coscienza nazionale, essi continuano a vivere
nella memoria delle nazioni che ne sono state colpite. Anche se non possono
minimamente sminuire il male degli attacchi diretti contro gli Stati Uniti
l'11 settembre, essi possono aiutarci a comprendere alcune persistenti
animosita' e perfino odii diretti contro il paese che amiamo.
Non molti anni fa gli
Stati Uniti hanno dato sostegno e partecipato alle
guerre a bassa intensita' in Centro America, a volte contro i desideri
espressi dalla maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti e perfino del
Congresso. Possiamo aver dimenticato qui lo scandalo Iran-Contras, ma sulle
regioni colpite ha lasciato cicatrici ancora aperte. Il Cile ricorda
l'assassinio di Allende. La Baia dei Porci, Grenada, Panama, la Libia, il
Viet-Nam: tutti episodi che hanno lasciato il segno, che hanno avuto effetti
negativi. Abbiamo imparato a metterci in relazione con gli altri popoli in
una posizione che non sia di dominio?
Il nostro atteggiamento sulla scena del mondo viene visto (a volte
giustamente) come un atteggiamento arrogante e non cooperativo. Spesso
tardiamo a dare il nostro contributo alle iniziative internazionali. Abbiamo
negato la nostra partecipazione a vari progetti dell'Organizzazione Mondiale
della Sanita'. Abbiamo respinto il trattato sulla bio-diversita' e quello
sulla messa al bando delle mine. In un mondo che necessariamente deve
diventare sempre piu' unito, questi atteggiamenti sono obsoleti.
Un tempo gli "aiuti all'estero" significavano condivisione di cibo,
sementi,
attrezzi agricoli, forniture mediche e supporti educativi. Oggi questo
termine indica prevalentemente vendite di armi o "aiuti" che vengono
spesso
usati per rafforzare indegni regimi oppressivi. Questo non ha senso in un
mondo che soffre per la fame, per le epidemie di Aids e di altre malattie.
Cosa si puo' fare? Come nazione abbiamo milioni di cittadini generosi che
lavorano duro. Anche se devoti al nostro paese, siamo tuttavia largamente
"spoliticizzati". La maggioranza dei cittadini non vota nemmeno. Le
nostre
campagne politiche, costose ed estenuanti, allontanano molti che trovano che
le riforme promesse non si materializzano. In questi tempi di crisi e di
dolore possiamo convenire che e' importante mostrarci come una nazione non
solo potente, ma anche forte e saggia. Abbiamo i nostri santi e i nostri
profeti. Uno, l'onorevole dott. Martin Luther King, ci consiglio' bene,
quando disse: "L'oscurita' non ci puo' far uscire dall'oscurita', soltanto
la luce puo' farlo". Egli pago' il prezzo estremo per far venire la luce.
Possiamo noi, in qualche maniera, tutti insieme, come nazione, condividere
questa saggezza? Possiamo noi, in tutta la nostra giustificata rabbia e nel
nostro dolore, fermarci abbastanza a lungo per chiederci questo importante
perche'?
24 settembre
L’irruzione
dell’odio
Frei Betto
Il XXI secolo e
il terzo millennio sono cominciati martedì 11 settembre. Quel che è accaduto
negli Stati Uniti ha superato tutte le previsioni (dove sta lo scudo
anti-missile di Bush?) e ogni immaginazione degli sceneggiatori di Hollywood.
Nessuno mai avrebbe potuto pensare che dei terroristi avrebbero sequestrato
degli aerei delle linee interne americane e li avrebbero scagliati contro
edifici che simboleggiano l'impero yankee. Una volta di più, la realtà
ha oltrepassato la finzione.
L'azione terrorista è esecrabile, anche quando sia praticata dalla sinistra,
dal momento che qualsiasi terrorismo va a vantaggio solo di una parte:
l'estrema destra. Però nessuno nella vita raccoglie quel che non ha seminato.
Questo vale per la vita personale e sociale. Se gli Stati Uniti sono oggi
attaccati in modo così violento e ingiusto è perché, in qualche misura,
umiliano popoli ed etnie. Sono anni che gli Stati uniti abusano del loro
potere, come nel caso dell'occupazione di Porto Rico, della base navale di Guantanamo
piantata a Cuba, del blocco dell'Iraq, della partecipazione nelle guerre
dell'Europa centrale, delle omissioni di fronte ai conflitti africani.
Da tempo gli Stati Uniti avrebbero dovuto indurre gli arabi e gli israeliani a
raggiungere un accordo di pace. Tutto ciò è stato ritardato in nome
dell'egemonia dello zio Sam sul pianeta. All'improvviso, l'odio ha fatto
irruzione in forma brutale, mostrato anche dal nemico attuale, al di fuori di
ogni etica, con l'unica differenza di non disporre di fori internazionali per
legittimare le sue azioni criminali.
Chi conosce la storia dell'America latina sa molto bene come gli Stati Uniti,
negli ultimi 200 anni, hanno interferito direttamente sulla sovranità dei
nostri paesi, disseminando il terrore.
Maurice Bishop fu assassinato dai baschi
verdi a Granada; i sandinisti sono stati rovesciati dal terrorismo scatenato da
Reagan; i cubani continuano o subire il blocco americano dal '61, senza il
diritto ad avere rapporti normali con gli altri paesi del mondo. Dittature
furono instaurate in Brasile, Cile, Uruguay e Bolivia con il patrocinio della
Cia e sotto l'orientamento di Henry Kissinger.
Violenza chiama violenza, diceva monsignor Helder Camara. Il terrorismo non
porta a niente: indurisce la destra e sopprime la democrazia, rafforzando nei
potenti la convinzione che il popolo è incapace di governarsi da sé.
Non si possono sacrificare vittime innocenti per soddisfare la sete di potere
dei governi imperiali e dei conflitti di coloro che si considerano padroni del
mondo e pretendono di ripartire il pianeta come se fossero fette di una torta
appetitosa. Gli attentati dell'11 settembre dimostrano che non c'è scienza e
tecnologia capace di proteggere persone o nazioni. Inutile che gli Usa abbiano
speso 400 miliardi di dollari quest'anno per la difesa. Sarebbe stato meglio
che questa fortuna fosse stata destinata alla pace mondiale, che solo arriverà
il giorno in cui sarà figlia della giustizia.
13
settembre
31008.
ROMA-ADISTA. Dopo i fatti di Genova i cattolici abbandonano il fronte
antiglobalizzazione? Sembra di no, almeno a leggere i documenti, gli articoli e
le dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti delle associazioni e dei
movimenti che, sebbene in forme diverse, hanno preso parte alla mobilitazione
anti-G8. Certo è, però, che è in atto un profondo ripensamento e le distinzioni
tendono a farsi sempre più nette. Se infatti prima di Genova le distinzioni e
le divisioni riguardavano soprattutto il linguaggio e la modalità di
partecipazione (come unico esempio valga la scelta di oltre 60 fra associazioni
e congregazioni religiose cattoliche di organizzare un incontro unitario a
Genova il 7-8 luglio, volendosi differenziare nettamente dal Genoa social
forum; v. Adista nn. 50 e 53/01), ora si moltiplicano i distinguo, prese
di distanza e richieste di scioglimento del Gsf da parte dei cattolici, in
qualche caso fino ad oscurare quella unità di intenti che, in parte e su alcune
grandi proposte, era stata raggiunta (sul G8 si può vedere anche Adista nn. 46, 54, 57 e 60/01).
Agesci: "non rompiamo
le reti costruite con tanta fatica"
Si rivolge direttamente a Vittorio
Agnoletto, portavoce del Gsf, Edoardo Patriarca, presidente dell'Agesci (che, a
livello nazionale, non aderiva al Gsf, a differenza di alcuni gruppi di base),
con una lettera pubblicata da "Avvenire" (24/7) in cui parla di
"un movimento pacifico 'ucciso' dalla violenza". "Non posso non
esprimerti - scrive - le mie sofferenze e il disagio provato in questi giorni,
il disagio di una persona che ha vissuto da giovane gli anni '72-'77
all'università, anni bui, anni di violenza. Per un attimo ho visto ricomparire
gli adulti-fantasmi, i cattivi maestri, pronti a cavalcare il Movimento, a
discettare di povertà e di una nuova improbabile redenzione dei poveri di
questo pianeta. (...) Originariamente il Genoa social forum era nato come
un'esperienza pluralista, attenta a tutte le culture, un'esperienza di popolo
che aveva l'ambizione di puntare al 'percorso', ai contenuti e ad una azione
politica". E se così era, prosegue il presidente degli scout,
"l'inserimento nel cartello d'alcuni movimenti falsamente pacifisti andava
impedito e bloccato", "occorreva essere chiari e prendere le
distanze: 'guerra alla zona rossa' e 'sfondamenti' non erano gli obiettivi del
movimento". Patriarca rivendica il ruolo e il percorso dei cattolici
("le associazioni cattoliche hanno contribuito fortemente a costruire un
percorso serio di maturazione e di sensibilizzazione: lo hanno fatto, tra
l'altro, con un linguaggio per nulla 'ecclesiastico' o 'clericale'") e
invita Agnoletto e il Gsf a ripartire proprio dal Manifesto dei cattolici
presentato a Genova il 7-8 luglio: "è una piattaforma politica che parla a
tutti, che cerca alleanze e sinergie". Alla fine comunque, pur con tanti
distinguo, la porta rimane socchiusa: "non rompiamo le reti costruite con
tanta fatica".
Acli: col Genoa social forum abbiamo chiuso
Uno che la porta la chiude del tutto è invece Luigi Bobba, presidente delle
Acli, che, come l'Agesci, non aderiva a livello nazionale al Gsf, mentre alcuni
circoli locali erano a pieno titolo fra i membri: "l'esperienza del Gsf
non ha più nulla da dire, è conclusa, almeno per noi - dichiara Bobba in
un'intervista al "Corriere della sera" (23/8) -. Sino a quando tutto
continuerà ad essere ridotto a Casarini, don Vitaliano e Agnoletto il movimento
antiglobal non farà un passo avanti". L'attacco del presidente delle Acli
è rivolto sia alla strategia 'dell'unità a tutti i costi' ("lo sforzo di
Agnoletto era quello di evitare la dispersione, ma è stato uno sforzo senza
chiarezza di contenuti, senza una scelta pregiudiziale nei confronti della
violenza anche solo verbale. Alla fine ha portato all'esistenza di una zona
grigia tra manifestanti e Black Bloc che ha prodotto i risultati che conosciamo"),
sia alle analisi del Gsf ("tante organizzazioni aderenti al Gsf hanno
fatto un'analisi della globalizzazione schematica e settaria, mettendo in
discussione la legittimità del G8, ma non si può impedire che questi capi di
governo democraticamente eletti possano incontrarsi"). Mentre rivendica il
percorso e le scelte delle associazioni cattoliche: "Genova però ha
evidenziato una domanda reale di partecipazione che le associazioni cattoliche
devono saper coltivare, evitando la contrapposizione fra logica del
volontariato e azione culturale e politica".
Movimento dei Focolari e Azione cattolica: abbiamo
fatto bene ad andare per conto nostro
'Noi ve l'avevamo detto', sembrano invece voler affermare i focolarini che,
oltre all'incontro del 7-8 luglio, si erano riuniti ancora in precedenza, il
2-3 giugno, sempre a Genova, per un congresso internazionale del movimento dal
titolo "Per una globalizzazione solidale verso un mondo unito".
"Dopo aver visto le strade di Genova trasformate in teatri di scontri e, purtroppo,
di morte - si legge su "Città nuova" (n.15/16), il quindicinale del
movimento dei Focolari, in un servizio sul G8 - la scelta delle associazioni di
'contribuire nella chiarezza, senza essere fraintesi o strumentalizzati'
risulta ancora più evidente". Sceglie il silenzio l'Azione cattolica: se
al G8 era stato dedicato quasi l'intero numero di "Segno nel mondo"
del 15 luglio (che apriva con una copertina titolata: "G8: noi siamo
qui"), il quindicinale dell'associazione del 31 luglio ignora del tutto
l'argomento, eccezion fatta per un piccolo box in cui si riferisce
dell'incontro dei cattolici del 7-8 luglio.
Manifesto dei cattolici: non abbiamo legittimato il
Genoa social forum
Prese di distanza ancora più nette arrivano dai dirigenti di alcune fra le
associazioni aderenti al Manifesto dei cattolici, quegli stessi cattolici
accusati da Angelo Panebianco, in un editoriale sul "Corriere della
Sera" (30/7), di "catto-comunismo", di essere iscritti al
"partito anti-occidentale" e di aver legittimato il Gsf che non
sarebbe mai stato un interlocutore del Governo italiano se non ci fosse stata
"una così massiccia adesione del mondo cattolico". Non abbiamo
offerto al Gsf "alcuna patente di legittimità etica e politica",
replicano, sempre sul "Corriere della sera" (3/8), Luigi Bobba
(Acli), Edoardo Patriarca (Agesci), Gianluca Fiori (Gioc), Agostino Mantovani e
Sergio Marelli (Focsiv), Franco Marzocchi e Felice Scalvini
(Federsolidarietà-Confcooperative). "E ciò per quattro ragioni: la quasi
totalità delle organizzazioni firmatarie del Manifesto non hanno aderito alle
manifestazioni previste nei giorni del summit; le stesse hanno invece preso
un'autonoma iniziativa, il 7 luglio, proprio perché giudicavano problematica la
gestione di manifestazioni pubbliche in una città assediata e troppo alto il
rischio di violenze; erano state denunciate le ambiguità che regnavano sotto il
cartello delle 800 sigle aderenti al Gsf; era stato considerato sbagliato e
fuorviante l'assalto alla mitica zona rossa. Consideriamo ora irresponsabile e
ideologica la strumentalizzazione che alcune forze politiche stanno facendo
delle giornate di Genova e siamo in totale disaccordo con quell''abbiamo vinto'
pronunciato da Agnoletto sabato 21 luglio". Una sconfessione su tutta la
linea, appena mitigata dalla promessa, ribadita alla fine dell'articolo, di
continuare ad impegnarsi su alcune questioni: una nuova legge sulla
cooperazione internazionale, la Tobin Tax e l'aumento della spesa sociale nella
prossima legge finanziaria.
Pax Christi: "inventare strade nuove"
Nessuna volontà di differenziarsi e di distinguersi dal Gsf da parte di Pax
Christi (anche se lo scorso 20 luglio, nel bel mezzo degli scontri di piazza in
cui è stato ucciso Carlo Giuliani, aveva ritirato la propria partecipazione
alla manifestazione unitaria conclusiva del giorno successivo), soltanto
"il desiderio di avviare una seria, profonda e sincera riflessione critica
all'interno del movimento". È quanto scrive Tonio Dell'Olio, segretario
nazionale di Pax Christi (una delle poche associazioni aderenti tanto al
Manifesto dei cattolici quanto al Gsf), in una "lettera aperta ai
nonviolenti" allegata al numero di luglio di "Mosaico di pace".
Non si sorvola sulle responsabilità delle forze dell'ordine e del governo in
carica ("c'era il progetto di screditare l'intero movimento
pacifico"), ma si invita il movimento ad "inventare strade
nuove", ancora di più all'insegna della nonviolenza, vero
"discrimine" del movimento: "dal momento che si tratta di contrastare
un fenomeno completamente nuovo come la globalizzazione forse dobbiamo
chiederci se è il caso di continuare ad utilizzare strumenti tanto vecchi come
le manifestazioni di piazza (...). Le campagne che educano al consumo critico
hanno creato sicuramente molta più coscienza critica che non le manifestazioni
di Genova; la presenza capillare delle botteghe del commercio equo parlano un
linguaggio concreto e propositivo molto più efficace".
Rete di Lilliput: al primo posto la nonviolenza
(non abbandonare la critica alla globalizzazione)
Sulla stessa lunghezza d'onda si sintonizza la rete di Lilliput, che di per sé
non è un'associazione cattolica, ma che in buona parte da cattolici è composta
e animata. "I fatti di Genova pongono sia a noi che al Gsf interrogativi
seri e la necessità di riflettere sulle forme delle nostre mobilitazioni",
si legge in un documento firmato dal Tavolo intercampagne, il coordinamento
delle organizzazioni nazionali promotrici della rete di Lilliput (fra gli
altri: Beati i costruttori di pace, Chiama l'Africa, Sdebitarsi, Centro nuovo
modello di sviluppo, Manitese, Nigrizia, Pax Christi, Rete Radié Resch), che
annuncia anche una "verifica" su Genova per il 29-30 settembre
prossimi. Forme che dovranno essere completamente reinventate, abolendo la
'liturgia' dei controvertici ("anticipiamo fin d'ora - si legge - che ci
sembra negativa e impraticabile una prospettiva futura centrata
sull'espressione di se stessi solo attraverso l'organizzazione di
controvertici") e partendo da un'idea positiva della nonviolenza, per ora
recepita e acquisita "più come impegno a 'non offendere fisicamente'"
che "come risorsa attiva e priorità politica e organizzativa". Quanto
al Gsf, pur esprimendo "una valutazione complessivamente positiva del
lavoro svolto", secondo Lilliput si tratta di un'esperienza conclusa:
"riteniamo che il Gsf abbia completato il suo mandato politico, e quindi
il suo compito (...). Non a termine - prosegue il documento - è invece
l'energia che il Gsf ha espresso e mobilitato, la discussione, pur in un contesto
di violenza, che si è realizzata attorno alla legittimità del G8 e agli effetti
della globalizzazione. E soprattutto la domanda popolare di impegno e
partecipazione su questi temi. (...) Il Gsf lascia alle iniziative future una
positiva eredità di 'politica delle alleanze' e di 'tessitura delle reti' che
noi lillipuziani non possiamo non rilanciare, essendo molto coerente con il
nostro modo di intendere l'azione sociale sui temi della globalizzazione, e
funzionale agli obiettivi di dimostrare che 'un altro mondo è possibile'".
17 agosto
NON SPARATE
Oscar Arnulfo Romero
Ultima omelia tenuta
dal vescovo del Salvador prima di essere barbaramente assassinato mentre
celebrava l’Eucaristia liberamente riletta, vent’anni dopo, da Francesco
COMINA)
Cari poliziotti,
cari carabinieri,
care forze
dell’ordine,
mi rivolgo a voi come
a un padre che ha a cuore la vita e il destino dei suoi figli. Ho visto le
dimostrazioni violente di Genova con la morte orribile e triste del giovane
Carlo Giuliani e poi il blitz nella sede del Genoa Social Forum; ho visto i
feriti che venivano condotti all’ospedale e una città umiliata, sventrata,
uccisa insieme alla democrazia di un Paese che si vanta di far parte degli otto
più industrializzati della terra. E mi è salita la febbre dell’angoscia come
non mi accadeva da quando sono stato ucciso, colpito al cuore da un fucile del
regime, quella sera del 24 marzo 1980.
Per
questo io torno a parlare con voi, figli di un sistema che rischia di esplodere
sotto i colpi sferzanti dei manganelli, delle pistole, dei lacrimogeni e delle
provocazioni squallide di giovani vostri coetanei ammalati di odio, che
vorrebbero contrastarvi: abbiate il coraggio di opporvi a ordini violenti e
repressivi, abbiate il coraggio di dire no a comandi omicidi, cercate di tenere
limpida la vostra coscienza anche se vi obbligano a scaricare tutta la vostra
forza contro cittadini inermi. Fate molta attenzione, non lasciate che i valori
morali che vi avvolgono siano strumentalizzati da chi tiene le briglie di un ordine
che non ammette alternative e che cerca in tutti i modi di preservare se
stesso. Quando vi dicono di attaccare sulla folla voi fermatevi e obiettate,
perché la violenza provoca solo violenza. Fermate il pericolo, mettete in
disparte chi provoca e inquina il dissenso nonviolento, garantite l’ordine
pubblico, ma senza cadere nella trappola di una violenza fine a se stessa. E se
vi dicono che tutto, al di là del vostro schieramento, è male voi non
credeteci: pensate alla realtà multiforme del mondo e al pluralismo
dell’umanità.
Per questo motivo io vi
chiedo, vi esorto, vi supplico, non fate violenza ai vostri coetanei, non
sparate ai vostri fratelli, fate molta attenzione a non confondere i
provocatori senza alcun fine etico con chi chiede a gran voce che un mondo
migliore è possibile. E non sparate, vi prego, non sparate a nessuno e uscite
dai ranghi quando non ce la fate davvero più: l’umanità vi ringrazierà per
l’eternità.
Ho vissuto gli anni del
terrore nel mio piccolo paese sudamericano (El Salvador). Gli anni settanta
sono stati terribili per tutti i popoli del nuovo continente. Il terrore aveva
il volto minaccioso della dittatura che non voleva assolutamente che nel
territorio ci fossero componenti di dissenso politico. I poveri che reclamavano
i loro diritti sono stati colpiti, uccisi, massacrati. Gli avvocati dei poveri
sono stati perseguitati, arrestati e malmenati, torturati e in molti casi
uccisi. Ho ancora vivo nel ricordo il pianto lungo di Marinella Garcia Villas,
l’avvocato della povera gente, il giorno dopo la violenza carnale che la
polizia le ha riservato in una squallida cella subito dopo una retata
anticomunista. Marianella piangeva e chiedeva vendetta, ma io l’ho convinta a
non parlare così, perché il Vangelo dice a tutti i suoi figli di “amare anche i
nemici”. E quando morì, ucciso in un agguato militare, il mio amico, il padre
Rutilio Grande, il mio cuore si riempì di dolore e tutte le mediazioni
diplomatiche imparate nei sacri palazzi curiali mi hanno abbandonato per
sempre. Ho capito subito che la polizia agiva dietro comandi più alti, dietro
strategie orchestrate dal potere politico. Si diceva che il nemico erano i
comunisti e che i leader del popolo povero erano tutti militanti di
organizzazioni sovversive. E così i militari entravano nei villaggi con le
mitragliatrici, uccidevano e ricoprivano gli assalti con i libri di Marx. È
accaduto così anche ad alcuni amici sacerdoti, uccisi con la Bibbia nella mano
coperta da un libretto rosso che essi non avevano mai letto. La strategia era stata
studiata con un complotto internazionale: far passare le comunità di base in
organizzazioni filosovietiche.
Per questo motivo ho
comunicato a cercare un rapporto con voi, giovani militari e appartenenti alle
forze dell’ordine.
Ho chiesto il vostro
aiuto ed il vostro sostegno per ridefinire i confini di una violenza che ci sta
sfuggendo dalle mani. A Genova ho rivissuto quei momenti brutali. Giovani pieni
di allegria e di gioia volevano celebrare una festa del dissenso contro la
cupola dei G8 in un mare di disperazione e di ingiustizie. Ma infiltrati
aggressivi hanno ridotto quel grande sogno di pace in un inferno di guerra. E
voi, ad aggiungere violenza a violenza senza fare distinzioni fra l’erba di una
nuova primavera e l’inverno di fatti già visti.
Uscire dal macabro
gioco di forze contrapposte è l’invito che faccio a voi dal cielo di un’altra
vita.
Vostro + Oscar Arnulfo Romero
7 agosto
Dal
“Manifesto” del 7agosto
Intervista
ad Alex Zanotelli: "Spostare il vertice Fao è estremamente grave, il governo
italiano vuole scaricare sul sud i problemi della povertà come ha fatto il G8,
che ha concesso solo elemosina. Per risolvere i problemi della fame occorre
rimettere in discussione le regole del mercato"
GIULIANA SGRENA
La fame di Berlusconi
Abbiamo raggiunto, telefonicamente, Alex
Zanotelli a Nairobi. Ha appena letto sul Daily Nation la notizia che il
vertice della Fao di novembre potrebbe tenersi proprio in Kenya "perché -
scrive il giornale - il governo italiano non vuole tenere un altro summit
internazionale in Italia dopo la violenza scoppiata a Genova".
Che cosa ne pensa di questa sortita di
Berlusconi?
E' estremamente grave e vuol dire prima di
tutto che Berlusconi è rimasto profondamente scioccato da Genova. Non voglio
esprimermi sul problema della violenza perché ho ricevuto solo dei rapporti
frammentari, ma sicuramente questa ha offuscato una organizzazione e molta
gente che voleva manifestare seriamente. Genova ha colpito profondamente
Berlusconi che non vuole contestazioni. Per cui rimuovere un vertice di tale
importanza da Roma, dove c'è il quartier generale della Fao, e portarlo a
Nairobi o in un'altra città del sud del mondo, mi sembra una decisione politica
estremamente grave sia sul piano interno che internazionale: è una dimostrazione
del suo atteggiamento nei confronti di alcune realtà…
Dopo aver detto che a Genova si erano
affrontati i problemi dell'Africa, ora si vuole allontanare un vertice che
dovrebbe entrare nel merito dei problemi.
Se lo scopo di questo vertice è quello di
dimezzare il numero di chi soffre per fame entro il 2015, mi sembra un
obiettivo decisivo per l'Africa. Comunque, la mia reazione sul vertice del G8
di Genova è stata di profonda delusione per le decisioni prese. I soldi
stanziati - 1 miliardo e 300 milioni di dollari - per combattere le malattie
infettive e l'Aids sono solo elemosina, una colletta dei grandi per i poveri di
questo mondo. E' ora di finirla con la carità, non è questo il modo di
affrontare il problema. Agli otto grandi si chiedeva una decisione politica per
lottare contro l'Aids. La risposta era molto semplice: si trattava, mercato o
non mercato, di chiedere alle case farmaceutiche di ridurre al minimo i prezzi
delle medicine perché diventino accessibili alla maggior parte dei 24 milioni
di malati di Aids che ci sono in Africa. Togliere i brevetti e non fare
l'elemosina con 1 miliardo e 300 milioni di dollari, una miseria se pensiamo
che spendiamo 900 miliardi di dollari all'anno in armi e 13 miliardi, solo in
occidente, di cosmetici. Quindi il problema della povertà e dell'Aids in Africa
non è stato preso seriamente in considerazione dal G8, è pura illusione quella
che si è fatta apparire a Genova.
L'intenzione di Berlusconi di trasferire
il vertice è un'altra dimostrazione di scarsa considerazione?
Mi sembra che, alla conferenza stampa con
Bush, Berlusconi abbia detto che attraverso questa economia che abbiamo,
globalizzata e globalizzante, certamente i poveri usciranno dalla loro povertà
e dalla loro miseria. Si ritorna alla vecchia teoria delle gocce che cascano
giù e favoriscono i poveri, una teoria che si è dimostrata in questi
cinquant'anni una grande falsità storica.
A Nairobi sono arrivate le notizie di
Genova?
I giornali ne hanno parlato solo un po',
anche perché di problemi qui ne hanno tanti...
Il Kenya accetterebbe il trasferimento a
Nairobi?
Penso che il Kenya non avrebbe problemi,
visti i soldi - e sono introiti in dollari - che entrano con le conferenze
internazionali.
Per venire al vertice Fao - che non è la
stessa cosa del G8, anche le proteste non avrebbero lo stesso segno - ma non
c'è dubbio che anche nella Fao se non c'è una volontà politica dei paesi
ricchi, si richiano obiettivi non realizzabili o fallimentari.
Sarò ancora una volta brutale. Anche un
vertice Fao non può far nulla, ricordiamoci che da molti anni ormai sta
lavorando e facendo promesse mai mantenute. Degli stessi fondi Fao - quelli
stanziati dai governi - l'80% viene usato per il mantenimento delle strutture.
Le agenzie dell'Onu sono strutture elefantiache il cui costo di mantenimento è
notevole, lo dicevamo già quando stavo a Nigrizia e non vediamo nessun
cambiamento. Per cui un vertice Fao è praticamente inutile perché non ha potere
decisionale sul piano politico, sono i governi che decidono. Tutto l'apparato
organizzativo delle Nazioni unite è ormai parte integrante del sistema
dell'economia mondiale, non è alternativo: è il sistema che si autogenera.
Voler sfrattare il vertice non è
simbolicamente molto negativo?
E' una decisione politica molto grave.
Pensavo che Silvio Berlusconi fosse molto più intelligente. E' chiaro che una
decisione del genere, se portata avanti, gli creerà ulteriori problemi:
aumenterà l'opposizione della maggior parte della gente che è andata a Genova,
profondamente motivata; questo movimento non è una questione di partiti o di
organizzazioni sovvenzionate dallo stato, si basa su idealità, contesta il
sistema e di fronte a molta gente che soffre cerca di reagire. Questa è la
forza morale del movimento, un movimento inarrestabile, Berlusconi può fare
quello che vuole ma più decisioni del genere prenderà e più questo movimento
troverà forza, perché si convincerà sempre più di avere ragione.
Se tu dovessi proporre al prossimo vertice
Fao un obiettivo determinante per far fronte alla fame nel sud del mondo che
proporresti?
Il problema è questo: nessuno vuole rimettere in discussione le regole del mercato, non abbiamo il coraggio di mettere al primo posto l'uomo, l'uomo che soffre, e poi trovare le regole, abbiamo bisogno di regole che però servano all'uomo e non che lo vendano in nome del mercato. Ci troviamo di fronte a una realtà mondiale assurda: 30/40 milioni di persone l'anno muoiono di fame mentre noi buttiamo via il cibo. Quindi bisogna ripensare le leggi del mercato in funzione dell'uomo, ripensare al tipo di agricoltura. E' ridicolo che si punti il dito sui paesi poveri mentre negli Stati uniti i contadini sono sovvenzionati dal governo federale per non produrre. Un altro esempio: il Kenya, ora sta esportando tè, caffè e anche fiori, ma mentre fino alla metà degli anni 80 era autosufficiente in chiave alimentare, ora importa dal 60 all'80% del proprio fabbisogno, è inevitabile se si produce in funzione dell'esportazione per ottenere valuta pregiata per pagare i debiti o i macchinari. E sono chiarissime le conseguenze: per molti sarà la fame. Occorrono decisioni politiche, non carità, si deve ripensare veramente all'economia globale ma non in funzione di quel 20% che si pappa l'80-82% dei beni di questo mondo, ma in funzione di tutti. Il vertice Fao non lo potrà fare perché i governi lo impediscono. Se non si affrontano i problemi alla radice i vertici serviranno da passerella dei grandi, magari anche con qualche bel discorso, come quello di Fidel Castro all'ultimo vertice di Roma, ma alla fine senza conseguenze.
Alex Zanotelli
Già direttore di Nigrizia, la rivista dei
comboniani, da sempre Alex Zanotelli è impegnato in ardue battaglie a favore
dei popoli del sud del mondo, e sempre dalla parte dei più poveri, dei più
emarginati. Senza risparmiare critiche agli organismi internazionali. Un
personaggio scomodo.
GOROCOCHO
Da anni Alex
Zanotelli vive nella baraccopoli di Gorococho, alla periferia di Nairobi. Qui
ha ha avviato progetti molto interessanti di riciclaggio di rifiuti e di
sostegno a donne sieropositive ed ex-prostitute. Da alcuni anni comunque i
comboniani stanno preparando il passaggio di Gorococho nelle mani dei
successori di Zanotelli, il quale all'inizio del prossimo anno dovrebbe tornare
in Italia, per continuare da qui, dal nord, la sua battaglia. Gli obiettivi
restano gli stessi.
19 luglio
L’immagine
sta facendo il giro del mondo. E’ un’immagine che si commenta da sola. Meno
male che c’è stato il fotografo della Reuters
a scattarla. E’ un documento, una testimonianza. La più grave, la più pesante
perché un ragazzo è morto. Ed ogni vita ha un inestimabile valore.
Ma
questa testimonianza non è la sola. Abbiamo visto per televisione la violenza
da guerriglia. C’è stata la violenza delle forze dell’ordine. Quelli che hanno
preso le botte, che hanno subito le
cariche, che sono stati investiti dai lacrimogeni sono stati i pacifici, gli
inermi. Dall’una e dall’altra parte, hanno avuto campo libero i violenti. Che
stanno, in realtà, da una parte sola.
Come mai le forze dell’ordine hanno colpito i pacifisti e lasciato fare
ai violenti?
La
violenza fa comodo al potere. Getta discredito su tutto il movimento anti
globalizzazione, demonizza tutto il popolo di Seattle. Un popolo che è andato
crescendo, che comincia a fare opinione: grazie a queste persone si è
ricominciato a parlare dello scandalo della fame, delle troppe povertà, dei
diritti umani calpestatati; grazie a queste persone si è ricominciato a parlare
di giustizia, di equa distribuzione delle risorse tra tutti gli abitanti della
terra; si è ricominciato a credere che “un altro mondo è possibile”.
Grazie a questo popolo in movimento
tanti hanno riprovato il gusto di rimboccarsi le maniche e ricominciare a
sognare attivamente un ordine alternativo delle cose. Ed è esattamente questo
che impensierisce i potenti. Che infastidisce le multinazionali, il mondo
dell’alta finanza, i detentori dei privilegi.
Per queste ragioni il potere deve
gettare il discredito sul movimento antiglobalizzazione, usando la violenza dei
violenti di ogni genere e tipo.
Per queste ragioni non dobbiamo
lasciarci ingannare, non dobbiamo lasciarci irretire, dobbiamo proseguire sulla
via della giustizia, sulla via della
solidarietà, sulla via della pace.
10 luglio
ANGELUS
del Papa
Domenica, 8 luglio 2001
1. Il mio
pensiero va, oggi, ai partecipanti all'incontro nazionale di varie Associazioni
cattoliche, che si sta svolgendo a Genova, in vista della prossima riunione dei
Capi di Stato e di Governo. Essi hanno voluto rispondere, anche in questo modo,
alla consegna che lo scorso anno affidai ai giovani a Tor Vergata: "Voi
non vi rassegnerete - dicevo - a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di
fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni
momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni energia di rendere
questa terra sempre più abitabile per tutti".
Mi unisco ai
Vescovi liguri che, nella recente Lettera inviata ai fedeli delle loro Chiese,
esprimono l'urgenza di "risvegliare in tutti, a partire dai responsabili
della cosa pubblica, un sussulto di nuova «moralità» di fronte ai gravi e
talvolta drammatici problemi di ordine economico-finanziario, sanitario,
sociale, culturale, ambientale e politico".
In realtà, la
fede non può lasciare il cristiano indifferente di fronte a simili questioni di
rilevanza mondiale. Essa lo sprona ad interpellare, con spirito propositivo, i
responsabili della politica e dell'economia, chiedendo che l'attuale processo
di globalizzazione sia fortemente governato dalle ragioni del bene comune dei
cittadini del mondo intero, sulla base delle irrinunciabili esigenze della
giustizia e della solidarietà.
2. Per questo i
popoli più ricchi e tecnologicamente avanzati, resi consapevoli che Dio
Creatore e Padre vuol fare dell'umanità un'unica famiglia, devono saper
ascoltare il grido di tanti popoli poveri del mondo: essi chiedono,
semplicemente, ciò che è loro sacrosanto diritto…
Ai responsabili dei Governi di tutto il
mondo e, in particolare, a quelli che si riuniranno a Genova desidero
assicurare che la Chiesa si adopera con le persone di buona volontà per
garantire che in questo processo vinca l'umanità tutta. La destinazione
universale dei beni della terra è, infatti, uno dei cardini della dottrina
sociale della Chiesa.
Ai cristiani chiedo innanzitutto una
speciale preghiera per i Capi di Stato e di Governo e li esorto poi a lavorare
insieme per costruire un mondo più unito nella giustizia e nella solidarietà. A
questo compito i cristiani devono prepararsi con un'educazione morale e
spirituale robusta, con una conoscenza approfondita della dottrina sociale
della Chiesa e con un grande amore per Gesù Cristo, Redentore di ogni uomo e di
tutto l'uomo.
3. Confido
che, anche in questa circostanza, l'Italia saprà mostrare la sua tipica e
squisita ospitalità verso tutti coloro che si recheranno a Genova, per questa
circostanza, in un clima di concordia e di serenità. Chiediamo alla Vergine
Santissima di infondere nel cuore di ciascuno sentimenti di pace e di
solidarietà, così che l'incontro previsto possa maturare decisioni favorevoli
al vero bene dell'intera umanità.
2 luglio 2001
G8: "DIREMO
NO, COME GANDHI"
del card. Silvano
Piovanelli
(«Adista», 2 luglio 2001)
Il tema della globalizzazione è sul
banco di prova del mondo intero. È un argomento di formidabile difficoltà ed è
posto con urgenza alla riflessione dei responsabili dei popoli e di tutti i
politici. A seconda della soluzione, si decide un futuro diverso per l'umanità
intera. C'è una globalizzazione che corrisponde al disegno di Dio sull'umanità.
Dopo la Torre di Babele l'umanità divisa e dispersa è spinta da Dio in molti
modi a ritornare una sola famiglia, secondo la profezia della Pentecoste. Per
questo il quotidiano "Avvenire" poteva scrivere provocatoriamente
quindici giorni fa: "Cattolici, il G8 è affar nostro!". Non era già
scritto nella rivoluzionaria Enciclica del Papa Paolo VI Populorum
progressio, quando ancora non circolava la parola globalizzazione?: "È
un umanesimo plenario che bisogna promuovere. Che vuol dire questo, se non lo
sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini?". Non sarebbe vera
globalizzazione quella che escludesse, nell'uomo, o la dimensione fisica o
quella intellettuale o quella affettiva o quella spirituale. Non sarebbe vera
globalizzazione quella che non abbracciasse, di proposito o di fatto, tutti i
popoli e tutti gli uomini. Una vera globalizzazione non potrà non accettare le
sfide dell'ecologia, della giustizia sociale, dell'etica. Nell'ecologia si
tratta di garantire la salvaguardia del creato secondo le direttive e lo
spirito dell'Assemblea ecumenica mondiale di Seul del 1990. La giustizia
socio-economica deve superare da una parte la rigidità del collettivismo e i
suoi fallimenti storici e dall'altra gli egoismi miopi di un capitalismo
assolutista e accentratore. L'etica, nei suoi rapporti con la politica,
l'economia, la scienza, sceglie come metro l'uomo intero nella sua vita e nella
sua dignità, in un quadro dove i cristiani ripropongono l'universalità dello
specifico cristiano del Dio dell'amore.
È questa la globalizzazione che s'imporrà al vertice di Genova?…Il cosiddetto "Popolo di Seattle" contesta la globalizzazione
selvaggia e senza regole che è attualmente in atto e che impone un modello di
sviluppo radicalmente centrato sul consumismo, che pone come legge assoluta
quella del mercato e trasforma la globalizzazione in una unificazione della
ricchezza del mondo in mano a pochi in grado di gestire ogni aspetto della
vita, brevettandone le forme e determinandone il futuro.
La situazione del mondo sembra dar ragione a coloro che, giornalisticamente,
sono detti "tute bianche". Appena 400 plurimiliardari concentrano da
soli nelle proprie mani più della metà della ricchezza totale destinata ai sei
miliardi di abitanti del nostro pianeta. Il 20 per cento della popolazione
mondiale è 60 volte più ricca dell'80 per cento della popolazione povera. È
vero: la miseria è stata sempre presente nel mondo. Ma oggi una nuova barbarie
si affaccia alle porte, guidata dal potere mondiale e anonimo della grande
finanza e da uno sviluppo biotecnologico posto a servizio solo o quasi degli
interessi materiali.
Se il G8 vuole imporre un mondo unico, dove domina l'unica ideologia del denaro
e dei corpi, allora, per fedeltà al Vangelo, ci mettiamo dalla parte delle
"tute bianche" e diciamo: "No" al G8! Ma diciamo
"No" senza violenza, senza contrapposizioni frontali, senza
integralismi. Diciamo "No", non proponendo modelli di organizzazione
politica, ma proclamando orizzonti valoriali.
Il valore primo ed immediato per chiunque è l'uomo: tutto l'uomo e tutti gli
uomini. L'umanesimo esclusivo, che rifiuti l'interezza della persona o non
scelga la totalità degli uomini, è un umanesimo inumano.
Il secondo valore, indispensabile per far crescere le persone, è la
partecipazione. Su temi che coinvolgono tutti occorre l'ascolto più ampio
possibile. Giovanni Paolo II, all'inizio del nuovo millennio dice alla sua
Chiesa che è necessario fare nostra l'antica sapienza che sapeva incoraggiare
l'ascolto di tutti. La sapienza che suggeriva a San Benedetto di dire
all'Abate: "Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere
migliore"; e San Paolino da Nola esclamava: "Prendiamo dalla bocca di
tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio".
La terza indicazione è quella del "Buon Samaritano": non passare
oltre chi ha bisogno, ma diventare prossimi di chi non ha i beni indispensabili
ad una vocazione umana fondamentale. Una politica rispettosa di ogni uomo e
della sua storia, che voglia un avvenire di pace e di progresso, sa che, per
uscire dalle acque tempestose dei conflitti e dalla crisi dei valori, bisogna
cominciare dagli ultimi. Nella lettera apostolica a conclusione del Giubileo
Giovanni Paolo II ha scritto: "Bisogna governare con decisione i processi
della globalizzazione economica in funzione della solidarietà e del rispetto
dovuto a ciascuna persona umana".
Infine, dopo un millennio di tante guerre, che è finito col sangue di due
guerre mondiali e col trionfo e poi la crisi dei totalitarismi ideologici, è
indispensabile, per un cammino nuovo dell'umanità, il rifiuto della violenza.
Non soltanto perché il fine non giustifica i mezzi, ma perché sarebbe davvero
deprecabile che la violenza, pur intesa come intervento per aiutare i poveri e
la loro liberazione, impedisse di fare tutti i passi possibili per
un'inversione di tendenza e l'avvio di una fase nuova.
Ai contestatori del G8 vorrei dire: avete fatto da amplificatore a problemi che
vanno affrontati; continuate con le vostre iniziative a tenere desta
l'attenzione e a spingere a soluzioni possibili; ma non impedite con la
violenza che i problemi vengano affrontati e che chi ha ragione passi, a causa
della violenza, dalla parte del torto. Perché non passare alla storia come
coloro che, all'inizio del nuovo millennio, hanno indicato con chiarezza la
strada da percorrere? Non sarà possibile ricordare la lezione della
non-violenza lasciataci da Gandhi? E noi cristiani, come possiamo dimenticare
che il Signore Gesù ci ha consegnato la forza rivoluzionaria dell'amore, che si
manifesta in chiunque realizza la propria vita con gli altri e per gli altri?
Forse questo è uno di quegli "impossibili" per i quali occorre la
fede quanto un granello di senape e la preghiera che importuna
12
giugno 2001
L’arcivescovo
Milingo:
solo il caso di
un pazzarello?
di Augusto Cavadi
(pubblicato su
«L’Ora» di Palermo Sabato, 2 giugno 2001)
L’arcivescovo
Milingo si è sposato davvero. La notizia, per la stragrande maggioranza dei
giornali, è stata relegata a mero fatto di colore e, date le caratteristiche
bizzarre del protagonista, si potrebbe archiviare fra quelle divertenti e al limite del credibile (della serie
“padrone morde il cane”). Ma forse si tratta di qualcosa di più, su cui vale la
pena soffermarsi qualche momento. Le statistiche dicono che il cattolicesimo -
dato che gli occidentali fanno sempre meno figli e, per giunta, ne battezzano
sempre meno – muterà nei prossimi decenni i connotati etnici e culturali: sarà
sempre meno ‘bianco’ e sempre più ‘colorato’ e attingerà la maggior parte di
fedeli, religiosi e preti dall’America Latina e dall’Africa. Non sono poche,
già oggi, le parrocchie europee e nordamericane affidate - per mancanza di ‘vocazioni’ locali – a personale
importato dal Terzo e dal Quarto Mondo: per non parlare dei conventi maschili e
femminili dove le proporzioni sono molto più eclatanti.
Questa inversione epocale di tendenza – gli antichi
destinatari delle missioni diventano i nuovi missionari – non è senza
significato per la sostanza della spiritualità cattolica (e, più in generale,
cristiana). Per dire in breve, e senza termini tecnici, che cosa è in gioco, si
potrebbe partire da ciò che l’uomo della strada intende abitualmente per ‘fede
cristiana’ : il credente è uno diverso dagli altri perché (dal punto di vista
intellettuale) accetta dei ‘dogmi’ che gli altri ritengono falsi o
inverificabili e perché (dal punto di vista morale) accetta delle ‘norme’ –
soprattutto in campo sessuale – che gli altri ritengono innaturali o
impraticabili. Ebbene, questo modello ‘intellettualistico’ e ‘moralistico’
dell’esperienza credente è legato – nel bene e nel male – alla storia della
cultura occidentale e, in particolare, europea: un brasiliano o un congolese,
leggendo il vangelo senza duemila anni di filtri teologici, sono portati a non
privilegiare ciò che per la chiesa cattolica è diventato prioritario e a
ritornare alla semplicità originaria di chi incontrava Gesù di Nazareth sulle
strade della Palestina. Per loro (lo testimoniano ad esempio le “teologie della
liberazione” di cui parla un recentissimo volume tradotto in italiano con
questo titolo dalle Edizioni Punto Rosso di Milano) essere credenti significa
prima di tutto ed essenzialmente partecipare, nella concretezza della
quotidianità, allo stesso amore per la vita, per il mondo, per i poveri di cui
Cristo è stato uno splendido prototipo. Per loro Dio è Dio, ma non lo si
sperimenta senza la mediazione delle cose e degli uomini, dei simboli e degli
avvenimenti. Che c’entra con tutto questo il complicatissimo sistema dogmatico
elaborato via via dai concili ecumenici dal IV al XIX secolo (già nel XX si è
tentato di ritornare all’essenziale con il concilio ecumenico Vaticano II)? Che
c’entra con tutto questo il complicatissimo sistema di obblighi e di divieti
giuridico-morali che preti e teologi hanno costruito sino a soffocare il “primo
e più grande” comandamento dell’amore? Quando le TV di mezzo mondo ci hanno
fatto vedere Milingo che canta, che danza, che gioca a pallone, che abbraccia i
disperati, che tocca i malati, che sussurra alle orecchie degli spostati, non
ci hanno fatto vedere solo un ‘esibizionista’ scatenato, ma la punta di un iceberg.
Dietro di lui ci sono milioni di fedeli che, con errori ed esagerazioni, o
riescono a vivere la fede come coinvolgimento esistenziale ed esperienza di
salvezza dalla logica dell’ordine borghese o preferiscono non dirsi cristiani.
Per noi - che, in questa remota provincia dell’impero americano, ci illudiamo
che fede sia assentire alle prediche di Biffi contro gli immigrati musulmani e
votare per chi promette di assumere i preti alla Regione come assistenti
spirituali dei malati – è forte il rischio di non capire e di minimizzare la
portata delle trasformazioni antropologiche in atto. Milingo non è stato il
primo vescovo (né, ancor meno, il primo prete o il primo frate), in questi
ultimi dieci anni, a lasciare il ministero per riscoprire l’autenticità dei
rapporti umani ‘normali’: che significa certo avere una donna al fianco (senza
ipocrisie o, peggio, perversioni), ma anche rituffarsi nelle occupazioni e
nelle preoccupazioni di chi ha da pagare l’affitto della casa a fine mese o
rischia il licenziamento sul posto di lavoro; di chi preferisce guadagnarsi il
pane col sudore della propria fronte anziché chiedere l’8 per mille o,
addirittura, trafficare con i
contributi della Unione Europea (come a Monreale) o con i prestiti ad usura
(come a Napoli). Il Vaticano – per bocca del portavoce ufficiale Navarro – si è
precipitato a dichiarare che l’arcivescovo non fa più parte della chiesa
cattolica (dimenticando di aggiungere
che, secondo la teologia cattolica ed il diritto canonico, chi è stato ordinato
validamente vescovo è segnato da un ‘carattere’ sacramentale incancellabile).
La televisione di Stato ha perfino riferito il parere di prelati romani che
ventilano per il loro confratello l’ipotesi di un’influenza diabolica, con uno
zelo di cui non hanno dato prova nei confronti nelle migliaia di casi di
sacerdoti che, ipocritamente, tengono nella clandestinità mogli, figli e amanti
di vario sesso (per non aprire il capitolo doloroso – su cui è tornata di
recente spesso l’Agenzia di stampa cattolica “Adista” – dei preti pedofili e
dei preti che abusano sessualmente di suore, specie immigrate di colore). Penso
che nessuno di noi, per quanto personalmente lontano dall’entusiasmo un po’
fanatico di certi ambienti religiosi,
abbia il diritto morale di giudicare l’uomo Milingo: ma la sua vicenda è
un “segno dei tempi”. Sarebbe un ennesimo sintomo di superficialità, per
‘cattolici’ e ‘laici’, liquidarne il caso con un sorriso ironico.
24 maggio 2001
Destra/sinistra dopo le elezioni:
Dove passa il
conflitto?
di
don Vitaliano Della Sala
Sulla vittoria
del centrodestra in Italia sono state fatte moltissime analisi, più e meno
lucide, più e meno spassionate. Molte delle ragioni di questo successo sono
state individuate. Così come si è detto
più o meno tutto sulla sconfitta del centrosinistra.
Resta, però, ancora lo spazio per qualche considerazione che
oltrepassa il risultato politico-elettorale e che da questo riceve solo operai,
quelli una conferma. Tanto tempo fa (fino agli anni cinquanta, o sessanta, o
settanta?) l’Italia era un paese in cui c’erano i ricchi e i poveri, i padroni
e gli che nascevano ad una facile vita in discesa e quelli che nascevano ad una
difficile vita in salita (o anche ad una vita proibita). Allora c’era
l’emigrazione all’estero o al nord del paese.
Adesso, queste divisioni non ci sono più, o almeno ci stiamo
convincendo che non ci siano più. L’Italia è diventata terra di immigrazione:
questo vuol dire che non solo i ricchi, ma tutti quanti abbiamo briciole a
sufficienza da lasciar cadere dalle nostre tavole.
Adesso,
abbiamo un benessere da difendere e da coltivare. Siamo un paese ricco,
facciamo parte dei G8. Adesso, le divisioni non attraversano più da parte a
parte il nostro paese. La conflittualità si è spostata altrove: dal piano
nazionale a quello internazionale, tra noi dell’occidente progredito e il resto
del mondo. E non è un caso che una delle prime questioni di cui si sta parlando
in questi giorni verte sull’opportunità di ritardare l’allargamento dell’UE ai paesi
dell’est europeo.
Perciò
si è diffusa una mentalità di destra, e perfino tra i nostri operai, i nostri
poveri o i nostri emarginati che si sentono migliori e diversi rispetto ai
marocchini, agli ucraini o ai cingalesi.
Probabilmente,
è da qui che bisogna partire, è da qui che bisogna ricominciare.
Chissà
se la sinistra italiana lo riuscirà a capire?
16 maggio 2001
Mons. Bettazzi ai Vescovi "Non schieratevi col Polo delle libertà ma a favore della
solidarietà contro la globalizzazione voluta dai potenti e dai ricchi"
Lettera aperta ai
Vescovi del Vescovo emerito di Ivrea
Lettera aperta
ai Vescovi italiani
Venerati e cari
Confratelli,
tra pochi giorni si terrà a Roma l’annuale Assemblea della CEI, a cui ovviamente
non partecipo, non avendo – come emerito – voce attiva e passiva. Mi permetto
però di rivolgerVi una fraterna lettera aperta, con un particolare riferimento
alle prossime, importanti elezioni. A Roma
avrei potuto ascoltare il Vostro bilancio sul risultato delle elezioni; in
anticipo ovviamente rimango in atteggiamento di "par condicio".
In realtà, se come vescovi abbiamo mantenuto un comportamento ufficialmente
neutrale, ho l’impressione che non siamo riusciti a nascondere – e in pochi
casi abbiamo più o meno apertamente manifestato – un atteggiamento favorevole
ad uno dei due Poli in lizza tra di loro. Anche nel decalogo con cui abbiamo
indicato i riferimenti per una valutazione cristiana dei programmi abbiamo dato
precedenza alle scelte teoriche in difesa di valori che una delle due parti
ostenta (anche se poi nella pratica spesso è pronta a scavalcarli) o di
attenzioni legislative ad iniziative confessionali (di cui peraltro sapranno
beneficiare limitati e specifici settori della nostra collettività), relegando
agli ultimi posti quelle esigenze di solidarietà che costituiscono una
condizione indispensabile per una crescita armonica della nostra società civile
e una difesa dei settori più in difficoltà (della "gente comune"),
che sono una notevole parte all’interno della nostra società e che – nel mondo
– sono larga maggioranza.
Credo oggi il
problema sia proprio quello – rilevato ripetutamente anche dal Magistero
pontificio - di una crescente globalizzazione che, se cresce senza regole, va a
vantaggio dei settori dei più sviluppati e più benestanti dell’umanità
emarginando sempre più i settori più umili e più diffusi. Credo che la
dialettica politica – nel mondo, ma anche all’interno della nostra nazione –
sia tra chi da posizioni di un certo privilegio difende e intende sviluppare il
proprio benessere, anche a scapito del resto della popolazione (e alcune
recenti decisioni del governo americano circa la difesa dell’ambiente ne danno
dimostrazione), e chi si impegna invece ad una "globalizzazione solidale",
secondo la felice definizione del Papa, tenendo conto dell’insieme della
collettività, e quindi, secondo un’altra felice indicazione (questa volta della
CEI, nel 1981), "ripartendo dagli ultimi". Questo implica una
differenza di fondo tra chi da una parte mette al di sopra di tutto il proprio
profitto, il proprio benessere, anche la propria libertà, controllando (e se
necessario riducendo) le esigenze degli altri, e chi, proprio partendo dai
settori meno fortunati (della propria nazione, ma poi anche nel mondo), chiede
qualche sacrificio a chi sta meglio per poter riconoscere i diritti e le
aspettative anche di chi sta peggio.
Non si può far
corrispondere questa contrapposizione alla polarizzazione politica tra destre e
sinistre; tant’è vero che partiti dichiaratamente di ispirazione cristiana si
trovano ormai (ed ovviamente si deve pensare in sincera coerenza) da tutte le
parti; ma può comunque risultare chiara una prevalenza di orientamento
individualistico o solidaristico.
Poiché questa
lettera vi giungerà ad elezioni concluse, credo dobbiamo ricavarne:
.nel caso di una
continuità con l’attuale maggioranza governativa – e con alcune frange che
manifestano diffidenza, se non contrarietà, alle posizioni del magistero
cattolico – una maggiore attenzione agli impegni concreti di solidarietà, già
evidenti in alcune tappe del pur contrastato percorso legislativo, impegnandosi
in un dialogo di collaborazione fiduciosa, anche se è un dialogo difficile ed
esposto a facili contestazioni e a critiche strumentali (personalmente ricordo
le reazioni – ahimè, non ancora totalmente sopite, dopo venticinque anni – allo
scambio di lettere aperte col Segretario del PCI on. Berlinguer);
nel
caso, ritenuto diffusamente più probabile, di un cambio di maggioranza, una più
chiara affermazione del dovere – umano e tanto più cristiano - di far prevalere
la priorità della solidarietà, in una società (ammoniva già Paolo VI nella Populorum
progressio, nel 1967!) in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i
poveri sempre più poveri. Penso proprio a Giovanni Paolo II che, dopo aver
contribuito efficacemente alla sconfitta del potere appoggiato all’ideologia
marxista, ha avuto ed ha il coraggio di denunciare le ingiustizie ed i soprusi
del liberismo imperante, responsabile delle ingiustizie, delle guerre, delle
violenze diffuse nel mondo (anche nel nostro mondo). Credo davvero che, prima
ancora dei diritti della Chiesa e delle sue istituzioni, siamo chiamati a
difendere i diritti dell’uomo (e della donna!), i diritti della vita (nascente…e
nata) quindi della salute e del lavoro per tutti, anche della sicurezza,
ottenuta, prima ancora che con la forza (che ancora una volta privilegia chi
sta meglio contro chi sta peggio), proprio con una società attenta ai diritti e
alle esigenze di tutti e con una particolare attenzione ai giovani (…
"ripartendo dagli ultimi"!).
Venerati e cari
Confratelli, auguri di cuore. Sono con voi, con la preghiera e nella speranza.
Mons. Luigi
Bettazzi Vescovo emerito di Ivrea
Ivrea
7 maggio 2001
8 maggio 2001
La Chiesa dei due pesi e delle due misure
Il 3 maggio 2001, nella trasmissione
Il Fatto, Enzo Biagi ha intervistato Padre Alex Zanotelli, missionario
comboniano, già direttore di “Nigrizia”, che vive in una bidonville di Nairobi
dove sono largamente rappresentate tutte le miserie del mondo, compreso l'Aids.
Riportiamo
l’intervista a Padre Alex, che molti non hanno certamente avuto modo di seguire
in TV, poiché contiene delle affermazioni notevoli sulla “doppia morale” che un
certo rigorismo farisaico finisce
spesso per adottare.
Cosa stanno facendo i paesi ricchi per l'Africa?
Padre Zanotelli: devo dire sinceramente la verità. Non stanno facendo
nulla. Si è parlato di remissione dei debiti, che dobbiamo ancora vedere; si è
parlato di tante cose: di aiuti, che sono quelli nostri e quando ne parliamo è
meglio che ci tappiamo la bocca. Vedevo le ultime statistiche della Banca
Mondiale, dal 1995 al 2000, i poveri di questo mondo hanno dato ai ricchi 50
milioni di dollari di interessi annuali
Lei negherebbe l' assoluzione a chi usa i
profilattici?
Padre Zanotelli: no, assolutamente. In una
situazione così. Vorrei fare un discorso: io non contesto, sono un prete cattolico
e ci sto al magistero ecclesiale, ma quello che chiedo alla Chiesa è il
coraggio. Ma perché è talmente dura sul sesto comandamento e non lo è su tutto
il resto? Mi va bene che dica ad una donna, perché prende la pillola, che non
può andare a fare la Comunione. Va benissimo. Ma perché non dice lo stesso ad
un ricco che ha milioni e miliardi in banca? Perché quella è una violazione del
Vangelo altrettanto, anzi, molto più grave che non la pillola. È questa
inconsistenza che vedo nella Chiesa che mi fa male.
18 aprile 2001
Le due Italie
In Italia i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.
Lo dice l’Istat nella sua fotografia sullo stato delle famiglie, delle quali
almeno due milioni, cioè otto milioni di persone, si trovano al di sotto della
soglia di povertà. Completamente opposta la situazione dei grandi manager
aziendali, i cui stipendi raggiungono cifre astronomiche. Il più ricco di loro,
Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato della Pirelli, guadagna ogni
anno la bellezza di 40 miliardi di lire. Differenze ingiustificate, che i
progetti federalisti della Casa delle libertà, ma seguiti anche dal
centrosinistra, finirebbero per aggravare.
Una verità semplice
di Raffaele Nogaro
Le nuove notizie
fornite dall’Istat sulla distribuzione del reddito in Italia, il dato
impressionante di oltre due milioni di famiglie in condizioni di povertà e
oltre duecentomila in povertà estrema, accanto alla stridente realtà di
arricchimento ulteriore di uomini alla testa delle grandi imprese che
dovrebbero fare lo sviluppo del Paese, confermano una verità che investe
drammaticamente lo spirito. Una verità semplice: quando si dà il primato al
mercato, quando l’economia fa agio alla politica, non si fa altro che
alimentare il flagello della povertà e un divario sociale inaccettabile. Gli
stessi governi di centrosinistra di questi ultimi anni, sui quali si
appuntavano altre attese, hanno dato libero corso al neoliberismo, un’ideologia
e una pratica che davvero distrugge l’uomo. Chi è ricco, infatti, in questa
libertà prepotente di azione ha la possibilità di diventare ancora più ricco e
di schiacciare il povero, che diventa ancora più povero. Io spero che, oltre le
prossime elezioni, si affermi comunque nel Paese una nuova politica: capace di
guardare alla vera ricchezza, alla ricchezza della società e non dei soli
profitti, e dunque al diritto dell’uomo, che dev’essere sempre aiutato e
protetto ma soprattutto dev’essere trattato con giustizia. Questo sistema di
giustizia, purtroppo, in Italia non c’è: giacché, appunto, anche la sinistra
che ha governato non è stata in grado di controllare le leggi del neoliberismo
né la forza preponderante del mercato. Ed è per ciò che questo resta il compito
urgente del presente e del futuro nell’impegno di una politica dalla parte dei
poveri, ossia dell’umanità.
*vescovo di
Caserta
29 marzo 2001
di Anna Carfora
Ci sono cose sulle quali non è permesso tacere. E non basta dirle
una sola volta e in una sola sede. Bisogna ripeterle, approfittando di tutte le
occasioni, bisogna fare in modo che ne venga a conoscenza, e non se ne
dimentichi facilmente, il maggior numero possibile di persone. Sto parlando dei
fatti di Napoli del 17 marzo per i quali il 27 è stato presentato un libro
bianco di testimonianze orali, fotografiche, filmate.
Chi c’era in piazza, a manifestare contro la globalizzazione
confezionata sui corpi e sui destini dei cittadini, dei popoli, dell’umanità
intera? Da chi era composto il corteo che sabato 17 marzo è stato bloccato e
circondato a Piazza Municipio mentre pochi metri più in là, in Piazza
Plebiscito, si stava tenendo il Global Forum?
Da
scalmanati, facinorosi, provocatori armati un po’ di tutto o soltanto di quello
che capita a tiro, da gente che sogna di giocare alla guerra e non gli sembra
vero di poter scatenare la guerriglia con la polizia?
So
che molti, purtroppo, di quelli che hanno appreso la notizia dai Tg l’hanno
pensato.
Ma
le cose non sono andate così.
Chi
c’era in piazza nella giornata conclusiva del Global Forum? C’era
moltissima gente, gente normale, che non ha mai maneggiato una spranga, mai
preso fra le mani un sanpietrino, che non si sogna di dire neanche una
parolaccia alla polizia. Gente colpevole soltanto di non pensarla secondo il
pensiero unico e globale, colpevole di esercitare il proprio diritto a
manifestare il suo dissenso. Gente a cui non stanno a cuore l’alta finanza e i
mercati ma la solidarietà con gli oppressi e i marginalizzati, la vivibilità
della terra.
Questa
è la gente che è stata caricata, insultata, picchiata, terrorizzata dalle forze
dell’ordine a Napoli, sabato 17 marzo in Piazza Municipio.
E’
una gravità che si commenta da sola.
Ma
è una gravità che va denunciata, gridata. E’ una gravità che chiede resistenza
e moltiplicazione dell’impegno, perché è chiaro che si è voluto colpire la
gente comune, metterle paura, scoraggiarla, invitarla senza mezzi termini a
fuggire le occasioni prossime al casino; perché è chiaro che i mezzi usati sono
quelli delle polizie di regime, delle dittature; perché è chiaro che gli ordini
non possono venire che dall’alto.
E
questa è l’altra faccia, quella che va per le spiccie, la faccia dura, ossia il
volto vero della globalizzazione.
22 febbraio 2001
I laici nella Chiesa: un problema o una risorsa ?
di Lorenzo
Tommaselli
La parola laico trae origine dal greco e significa
“uno che appartiene al popolo” e che non appartiene al clero. In passato, a
causa di una lunga serie di circostanze, di cui la principale fu la
concentrazione della cultura in mano al clero, i laici hanno svolto nella
Chiesa un ruolo puramente passivo: erano il gregge da pascere, da istruire, da
santificare. Un po’ alla volta la contrapposizione tra laici e gerarchia
divenne così forte che si finì per distorcere gravemente la stessa immagine
della Chiesa, identificandola col clero. Un pregiudizio, questo, che non è
ancora scomparso: in molti ambienti anche oggi, quando si parla della Chiesa,
ci si riferisce ai preti.
Ed oggi, nonostante e dopo i
pronunciamenti del magistero conciliare
(Lumen gentium e Apostolicam actuositatem), con i quali
ha affermato che il laico (= battezzato) è unito al Cristo sacerdote, re e
profeta, il laicato all’interno della Chiesa stenta a trovare una sua
fisionomia ed una sua propositività, perché spesso confinato in un ruolo nei
fatti marginale e solo operativo, senza avere la sua adeguata voce in capitolo
nella vita della Comunità.…
Ai laici è stato ripetuto a sufficienza che essi
formano il popolo di Dio soltanto assieme al clero ed alla gerarchia, mentre al
clero ed alla gerarchia è stato detto ancora troppo poco che anch’essi possono
essere popolo di Dio soltanto assieme ai laici.
L’integrazione
è reciproca: innalza decisamente i
laici, che finora erano sottomessi, allo stesso piano di coloro che hanno un
ministero ordinato, ed abbassa il clero e la gerarchia, con una riduzione
salutare, allo stesso piano dei laici, con pari dignità per tutti.
D’altronde, una comunità di membri adulti che deve
osservare la pari dignità di ogni persona, deve anche rendere accessibile a
tutti « la possibilità effettiva di partecipare liberamente ed attivamente sia
all’elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al
governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d’azione e dei
limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti »(Gaudium et spes, n. 75).
Questa
richiesta del Concilio Vaticano II è limitata al campo politico, ma, se la
grazia rende perfetta la natura, la Chiesa dovrebbe rispondere a questa
esigenza in modo più completo dello Stato: nella Chiesa non dovrebbe esserci
meno, ma più democrazia, non meno ma più parità di diritti e più partecipazione
nelle decisioni, più attenzione per i diritti umani, e perciò meno
discriminazione e meno paternalismo. L’obiezione, piuttosto banale, che viene
mossa contro la democrazia nella Chiesa, che cioè sulla verità non si può
votare, è confutata proprio dalla storia della Chiesa. Infatti, nella Chiesa si
è sempre votato anche su questioni inerenti la fede (ad es., nei Concili) ed il
Nuovo Testamento non dice assolutamente che lo Spirito Santo possa essere
gestito esclusivamente da chi ha un
ministero ordinato.
Ed in questo spirito si sono mossi tanti cristiani
europei con un’iniziativa dal titolo emblematico «Noi siamo Chiesa», che
ha come sottotitolo “ Un appello dal popolo di Dio: più democrazia nella Chiesa
“; con tale attività si sono raccolte firme di sostegno maturo e consapevole
per una richiesta di maggiore apertura nella Chiesa cattolica. A prescindere
dalla singole proposte, è importante cogliere il senso di questo cammino, che
vuole spingere tutta la Comunità ecclesiale verso la realizzazione del sogno
del Signore Gesù, una comunità di fratelli e sorelle per l’edificazione del
Regno.
Questo percorso non è lontano da noi, dalla nostra
comunità. Anche nel nostro piccolo possiamo (e dobbiamo) sentirci impegnati in
questa dinamica di rinnovamento ecclesiale, favorendo sempre più e meglio la
partecipazione nella vita della Comunità. Un esempio: il funzionamento del
Consiglio pastorale, che, da organo meramente consultivo, quasi una sorta di
Consiglio del Principe, si trasformi in un organismo realmente propositivo e
deliberativo, con decisioni adottate con il consenso e con il voto dei singoli partecipanti, nello
spirito di una reale (e non solo proclamata) comunione ecclesiale.
Il cammino non è certo
esente da difficoltà, rischi, incomprensioni, ma, con la fede nel Signore Gesù,
Servo sofferente e Messia di liberazione per tutti gli uomini, e nello Spirito
che da vita, tutti i laici cristiani si devono sentire impegnati, senza
cedevolezze bigotte ma con mitezza e trasparenza evangeliche, in questo cammino
di riforma insieme alla gerarchia, secondo quello che l’apostolo Paolo dice: «Noi
non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo collaboratori della vostra gioia» (II Corinzi, 1, 24).
13 febbraio 2001
“Armati” soltanto di passamontagna…
Dal 25 febbraio all’11
marzo si svolgerà la marcia zapatista attraverso il Messico: dal Chiapas a
Città del Messico
una
marcia pacifica a cui si aggregheranno tutti coloro che vorranno. Non
esclusivamente a sostegno dell’EZLN (L’Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale) ma a favore degli indios del Chiapas, per ricordare i loro
diritti calpestati, le loro esigenze vitali sacrificate sull’altare degli
interessi economici delle multinazionali e dei grandi potentati politici. Sarà
una marcia pacifica a favore degli indios del Chiapas ma anche degli indios
di tutto il mondo, cioè di tutte le minoranze, di tutti quelli che non servono
al sistema economico e di potere. Una marcia con i molti che non contano nulla
per opporsi ai pochissimi che comandano tutto.
Alla marcia
parteciperanno non solo cittadini messicani ma anche delegazioni provenienti da
tutto il mondo tra cui una significativa rappresentanza italiana di circa
trecento persone.
31 gennaio 2001
… Avverti una felicità ?
Lettera 2001
Tradotta in 58 lingue (di cui 23 asiatiche e 7
afri-cane),
questa lettera è stata scritta da frère Roger di
Taizé e pubblicata durante l’incontro di Barcellona.
Verrà letta e meditata, per tutto l’anno 2001, di
settimana in settimana, durante gli incontri a Taizé,
come anche altrove nel mondo.
1
Se potessimo sapere che è possibile una vita felice anche
nelle ore d’oscurità...1.
Ciò che rende felice un’esistenza, è avanzare verso la
semplicità: la semplicità del nostro cuore, e quella della nostra vita 2 .
Perché una vita
sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi
possibilità: l’umile dono della propria persona rende felici.
Quando la semplicità è intimamente legata alla bontà del
cuore 3, anche l’essere umano più sprovvisto può creare un
terreno di speranza attorno a sé.
Si, Dio ci vuole felici! 4
Ma non c’invita mai a rimanere passivi, mai ad essere
indifferenti alla sofferenza degli altri 5 .
Proprio al contrario: Dio ci suggerisce di essere creatori, di arrivare a
creare anche nel momento della prova.
La nostra vita non è sottomessa alle sorti della
fatalità o del destino. Tutt’altro! La nostra vita prende senso quando è
innanzitutto risposta viva alla chiamata di Dio.
1 Tra le prime parole di
Cristo sulla terra,
troviamo queste: “Beati i
cuori semplici...beati
coloro che piangono,
saranno consolati...beati i
misericordiosi,
troveranno misericordia...” (vedi
Matteo 5,1-12). Vedi
anche Deuteronomio 4,40.
2 Ci sono altre realtà del
Vangelo che rendono
felice un’esistenza umana.
Tra queste, la fiducia, la
pace nell’intimo...
3 Semplificare non
significa mai optare per un
rigorismo senza
tolleranza e pieno di giudizi. Lo
spirito di semplicità
traspare nella bontà del cuore.
Con i nostri fratelli,
quelli che sono a Taizé o quelli
che, in altri continenti,
vivono in mezzo ai più
poveri, siamo consapevoli
d’essere chiamati a una
grande semplicità di
vita. Abbiamo scoperto che
talvolta anche con mezzi
molto limitati, può essere
dato di vivere
un’ospitalità di cui non ci si credeva
capaci.
4 Lo scrittore ortodosso
Dostoievski scrive:“So
che gli uomini possono
essere felici senza perdere la
facoltà di vivere sulla
terra. Non voglio e non posso
credere che il male sia
la condizione normale degli
uomini” (Diario di uno scrittore).
5 Il filosofo riformato
Paul Ricœur scrive: “Non
ho nulla da rispondere a
quelle o quelli che dicono
“C’è troppo male nel
mondo perché possa credere
in Dio”...Dio non vuole
la nostra sofferenza. Da
onnipotente, Dio diventa
“l’onniamante”. Il solo
potere di Dio è l’amore
disarmato. Dio non ha altra
potenza che quella di
amare e di rivolgerci, quando
siamo nella sofferenza,
una parola d’aiuto. La
nostra difficoltà, è
poter ascoltarlo”.
Ma come riconoscere una
tale chiamata e scoprire
ciò che si aspetta da
noi?
Dio si aspetta che siamo
un riflesso della sua presenza,
portatori di una
speranza del Vangelo 6
.
Chi risponde a questa
chiamata non ignora le proprie
fragilità, così
custodisce nel suo cuore queste parole di
Cristo: “Non temere,
continua a fidarti!”7
.
Alcuni percepiscono,
all’inizio forse fievolmente, che
per loro la chiamata di
Dio è una vocazione per tutta
l’esistenza 8 .
Lo Spirito Santo ha la
forza di sostenere un sì per tutta
la vita. Non ha forse
già deposto nell’essere umano un
desiderio d’eternità e
d’infinito?
In lui, ad ogni età, si
può ritrovare uno slancio e dirsi:
“Abbi un cuore deciso 9 , e prosegui il
cammino!”.
Ed ecco che, con la sua
misteriosa presenza, lo Spirito
Santo compie un
cambiamento nei nostri cuori, rapido
per alcuni, impercettibile
per altri. Quel che era oscuro o
anche inquietante si
rischiara.
Sino alla fine
dell’esistenza, la fiducia di un sì può
portare tanta luce e
tanta gioia.
Chiamati al dono della
nostra persona, siamo così
poco costruiti per un
tale dono. Il Cristo capisce le nostre
resistenze interiori.
Superandole, gli diamo prova del
nostro amore.
Attenti alla chiamata di
Dio, capiamo che il Vangelo
c’invita ad assumere
delle responsabilità per alleviare le
sofferenze umane 10 .
Lo sguardo
degl’innocenti, quello di tanti poveri sulla
terra, c’interroga: come
condividere una speranza con chi
ne è stato cosi tanto
privato?
E la parola di Cristo
nel Vangelo offre una risposta
molto limpida: “Ciò che
fate per i più piccoli, lo fate a me”
11
.
Dio non può che donare
il suo amore e la sofferenza
non proviene mai da lui.
Dio non è l’autore del male,
non vuole né la miseria
umana, né le guerre 12
,né i
2
6 Possiamo scoprire Dio in
particolare attraverso
la vita di coloro che,
spesso senza saperlo, sono un
suo riflesso tra gli
uomini.
7 Marco 5,36
8 Certuni hanno percepito
questa chiamata già
nella loro infanzia.
9 Siracide 2,2
10 In un mondo in rapida
evoluzione, la scienza,
la ricerca, compiono
notevoli scoperte, fra l’altro al
fine di alleviare le sofferenze,
aiutare i più sprovvi-sti.
E le nuove tecnologie si
rivelano più indispensa-bili
che mai. Esistono
possibilità, talvolta inattese,
di condivisione con i
poveri e gli emarginati, nella
prospettiva di una
economia più solidale. Nume-rose
ONG (Organizzazioni non
Governative)
giocano un ruolo positivo
in questo senso. Un’altra
iniziativa sostiene la
speranza in un Paese dell’Asia,
il Bangladesh. Vi è stato
creato un organismo per
prestare piccole somme ai
più poveri. Un minimo
prestito permette loro
d’intraprendere un lavoro e
il rimborso avviene con
piccoli versamenti settima-nali.
Su questo modello, sono
stati realizzati
progetti in molti Paesi,
per aiutare coloro che non
avrebbero nessuna
possibilità d’ottenere dei prestiti
dalle banche tradizionali,
per esempio, in alcuni
Paesi occidentali, le
persone disoccupate.
11Matteo 25,40
12Jean-Claude Mallet,
esperto in relazioni inter-nazionali,
scrive: “La pace è sempre
da costruire,
non è mai acquisita.
Uscendo dal XX secolo, il
secolo delle guerre mondiali
e dei genocidi,
dobbiamo purtroppo
contare ancora trentacinque
conflitti armati,
internazionali o nazionali, recen-siti
dalle Nazioni Unite. Come
potremo dunque
sfuggire alla riflessione
sui modi per mettere
termine alla violenza armata?
Nulla sembra più
urgente, all’inizio del
terzo millennio, perché la
guerra inghiotte enormi
risorse, economiche,
materiali e umane,
sottratte allo sforzo per lo
sviluppo, perché la
guerra rompe l’unità
dell’uomo, fra i popoli e
in ciascuno. Costruire la
pace, dunque, non nella
logica del mondo
(Giovanni 14,27) come una
vittoria sull’altro, una
conquista, ma come una
vittoria su se stessi e la
realizzazione di una
riconciliazione: ciascuno può
contribuirvi.
Nell’incessante ricerca della pace,
riconciliazione interiore
e riconciliazioni pubbliche
si sostengono a vicenda.
Ogni odio mi separa da me
stesso e dagli altri.
Lavorare per la riconciliazione
dei popoli, è anche
condurre ciascuno a rompere il
cerchio in cui tende a
rinchiudersi, aiutarlo ad
uscire da se stesso per
andare verso l’altro: la pace
appartiene all’ordine
della libertà e dell’amore”.
>3
L e t
t e r a d a T a i z é E d i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1
L e t t e r a d a T a i z é E d
i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1
disordini della natura,
né la violenza degl’incidenti.
Condivide la pena di chi
attraversa la prova e rende
capaci di consolare chi
conosce la sofferenza.
Dio ci vuole felici: ma
dov’è la fonte di una tale speranza?
È nella comunione con
Dio, vivente al centro dell’anima
di ciascuno 13 .
Possiamo capirlo? Ci
sarà dato d’essere afferrati dal
mistero di questa
comunione con Dio. Essa tocca quel
che c’è di unico e di
più intimo nel profondo dell’essere
14
.
Dio è Spirito 15 e la sua presenza resta
invisibile. Vive
sempre in noi: nei
momenti d’oscurità come in quelli di
piena luce 16 .
Ci saranno in noi degli
abissi d’ignoto, o anche baratri
di sensi di colpa
provenienti da chissà dove? Dio non
minaccia nessuno 17 e il perdono con il
quale inonda le
nostre vite guarisce la
nostra anima.
Come potrebbe un Dio
d’amore imporsi con le
minacce? Dio sarebbe
forse un tiranno?
Se dei dubbi ci
assalgono, talvolta sono solo dei
vuoti d’incredulità,
niente di più. Una padronanza dei
nostri pensieri è un
valore per resistere in mezzo alle
molteplici
sollecitazioni di un’esistenza 18 .
Potrebbe scaturire
l’impressione di una lontananza tra
Dio e me, come se lo
sguardo interiore si spegnesse fuga-cemente?
Ricordiamoci che Dio non
ritira mai la sua
presenza
19
.
Lo Spirito Santo non si
separa mai dalla nostra
anima: anche alla morte,
la comunione con Dio rimane.
Sapere che Dio ci
accoglie per sempre nel suo amore
diventa sorgente di
serena fiducia 20
.
La nostra preghiera è
una realtà semplice. Non è che
un povero sospiro? Dio sa
ascoltarci. E non dimenti-chiamo
che, nel cuore della
persona umana, lo Spirito
Santo prega 21 .
E stare in silenzio alla
presenza di Dio è già una
disposizione interiore
aperta alla contemplazione 22 .
13 “Il Cristo è unito ad
ogni essere umano senza
eccezione, anche se non
ne è consapevole”. Queste
parole così chiare,
scritte da Giovanni Paolo II,
aprono ad una nuova
comprensione della fede sulla
terra. La fiducia in Dio
diventa una realtà più
accessibile.
14 Un anno fa, durante una
preghiera dell’in-contro
europeo di giovani a
Varsavia, l’Arcivescovo
di Varsavia ci diceva:
“Voi non vi riferite solamente
ad un ecumenismo che
consista in un riavvicina-mento
delle confessioni
cristiane divise. Voi andate
più in profondità, volete
mostrare la pienezza di
Dio che porta alla
pienezza dell’uomo. In effetti, è
dapprima l’uomo che è
frantumato. Oggi, il
problema fondamentale non
consiste solo nella
divisione dei cristiani.
Si tratta innanzitutto di
contribuire ad unificare
l’uomo dentro di sé”.
15“Dio è Spirito” (Giovanni
2,24) e “lo Spirito di
Dio riempie tutto
l’universo” (Sapienza 1,7).
16 Proprio all’inizio della
Chiesa, l’apostolo
Paolo scopriva già una
tale vita di comunione e
scriveva: “Non sono più
io che vivo, ma Cristo vive
in me” (Galati 2,20).
Anche un bambino può
entrare in questa realtà
contemplativa.
171 Pietro 2,23-24
18 La pace inizia in noi
stessi. Già nel IV secolo,
Sant’Ambrogio di Milano
diceva: “Cominciate in
voi l’opera della pace,
così che rappacificati con
voi stessi possiate portare
la pace agli altri”.
19 Il teologo ortodosso
Olivier Clément scrive:
“Dio che è Amore senza
limiti non è un Dio
lontano, in un’eternità
sovrastante. È un Dio infi-nitamente
vicino, più interiore di
noi stessi, tale
che, per quanto profonda
sia la nostra disperazione,
lui è lì, ancora più in
profondità e si frappone tra
noi e il nulla” (Taizé, un senso alla vita).
20 Le attuali tecniche
mediche arrivano sempre
più ad attenuare il
passaggio stesso alla morte,
alleviando le sofferenze.
21Romani 8,26
22 In ogni istante possiamo
pregare con molta
semplicità. Alcune parole
dette lentamente o
cantate, cinque volte,
dieci volte, dal profondo del
nostro cuore, possono
sostenere il nostro desiderio
di comunione con Dio.
Così queste brevi preghiere:
“Una sete riempie la
nostra anima: abbandonarci in
te, o Cristo” - “Tu che
ci ami, il tuo perdono e la tua
presenza fanno nascere in
noi il chiarore della fidu-cia”
- “ Gesù Cristo, Luce
interiore, non lasciare
che le mie tenebre mi
parlino, fammi accogliere il
tuo amore” - “In tutto la
pace del cuore, la gioia, la
semplicità, la
misericordia”.
3
L e t t e r a d a T a i z é E d
i z i o n e s p e c i a l e 2 0 0 1
Entrando nel terzo
millennio, riusciamo a comprendere
che, duemila anni fa, Cristo
è venuto sulla terra non per
creare una nuova
religione, ma per offrire ad ogni essere
umano una comunione in
Dio?23
Il secondo millennio è
stato quello in cui molti
cristiani si sono
separati gli uni dagli altri. C’impeg-neremo,
da ora, sì senza tardare,
dall’inizio del terzo
millennio, a compiere
tutto il possibile per vivere in
comunione 24 e costruire la pace nel
mondo?
Quando i cristiani
vivono in grande semplicità e
nell’infinita bontà del
cuore, quando sono attenti a
scoprire la bellezza
profonda dell’animo umano, sono
portati ad essere in
comunione gli uni con gli altri nel
Cristo 25 e a diventare cercatori
di pace in ogni parte della
terra.
Sappiamo che ogni
battezzato che si dispone interior-mente
a fidarsi del Mistero
della Fede, è nella comunione
del Cristo?
Essere in comunione gli
uni con gli altri comporta
amare ed essere amati,
perdonare ed essere perdonati.
Quando questa comunione
che è la Chiesa diventa
limpida cercando di
amare e di perdonare, lascia tras-parire
delle realtà del Vangelo
in una freschezza tutta
primaverile 26 . Entreremo finalmente
in una primavera
della Chiesa?
Il Cristo ci chiama, noi
poveri del Vangelo, a realiz-zare
la speranza di una
comunione e di una pace che
si diffonda attorno a
noi. Anche il più semplice fra i
semplici può riuscirci.
Avverti una felicità?
Si, Dio ci vuole felici!…e l’umile
dono di sé rende felici.
23 Un giorno mi trovavo con
i miei fratelli in
Bangladesh, dove
condividono la vita dei più
poveri, eravamo stati
invitati ad un incontro di
preghiera con i musulmani
della bidonville in cui
vivevamo. Volevano
esprimere la loro gratitudine
per la nostra presenza in
quel luogo e per il labora-torio
di cucito che avevamo
organizzato. Uno di
questi musulmani,
riaccompagnandomi mentre
scendeva la sera, mi disse:
“Tutti gli esseri umani
hanno il medesimo
Maestro. È un segreto non
ancora rivelato, ma lo si
scoprirà più avanti”.
24 Durante la sua visita a
Taizé, nell’ottobre del
1986, papa Giovanni Paolo
II suggerì una via di
comunione dicendo alla
nostra comunità: “ …voi
aiuterete tutti coloro
che incontrerete ad essere
fedeli alla propria
appartenenza ecclesiale che è il
frutto della loro
educazione e della loro scelta di
coscienza, ma anche ad
entrare più profondamente
nel mistero di comunione
che è la Chiesa nel dise-gno
di Dio.”
25 Una domanda si pone più
che mai: i cristiani
d’Occidente e quelli
d’Oriente sapranno scoprire
una profonda fiducia gli
uni negli altri? Molti
cristiani d’Occidente
amano i loro fratelli e sorelle
d’Oriente sia a causa di
tutte le prove che hanno
attraversato e anche
perché ci sono in loro doni di
comunione molto
trasparenti. Nel 1962, un
Vescovo ortodosso, il
metropolita Nikodim, di
San Pietroburgo, venne a
Taizé. S’interrogava sul
futuro dei cristiani in
Occidente e in Oriente:
portava dentro di sé la
speranza di una comunione
e faceva capire che il
segreto dell’animo ortodosso
era innanzitutto nella
preghiera aperta alla contem-plazione.
Nelle loro prove, tanti
Ortodossi hanno
saputo amare. La bontà
del cuore è per molti di loro
una realtà vitale. Sono
dei testimoni viventi di una
fiducia nello Spirito
Santo. Con la loro attenzione
alla risurrezione, ci
fortificano nell’essenziale della
fede. Oggi a Taizé,
cerchiamo di essere molto
attenti ai giovani della
Russia, Bielorussia, Ucraina,
Romania, Bulgaria,
Serbia.
26 “Non è il Vangelo che è
cambiato, ma siamo
noi che cominciamo a
capirlo meglio” Queste
parole sono state
pronunciate da Papa Giovanni
XXIII alla vigilia della
sua morte. Un giorno aveva
anche detto: “Nella
situazione attuale della società,
i profeti di sventura
vedono solo rovine e calamità;
dicono che la nostra
epoca è profondamente
peggiorata, come se una
volta tutto fosse perfetto;
annunciano catastrofi,
come se il mondo fosse
vicino alla fine”.
Durante il nostro ultimo
incontro con Giovanni
XXIII, eravamo in tre,
c’erano anche i fratelli Max e
Alain. Era già malato.
Vedendoci commossi per la
sua prossima fine, il
Papa espresse la sua fiducia
circa il futuro della
nostra comunità. Sempre
durante questo incontro, Giovanni
XXIII ci spiegò
come talvolta prendesse
le sue decisioni pregando:
“Parlo con Dio” disse. Ci
fu un attimo di silenzio e
poi continuò: “Oh! molto
umilmente, oh! con
molta semplicità”.
4
© 2000, Ateliers et Presses de Taizé
F-71250 Taizé Communauté
www.taize.fr
6 gennaio 2001
Nella calza
della befana: URANIO IMPOVERITO
Vera, ma troppo magra, anzi beffarda consolazione
ricordarsi che “l’avevamo detto”. I fatti non hanno smentito noi cassandre che mettevamo
in guardia dagli effetti dell’uranio impoverito. I vertici istituzionali e
militari, anche se ob torto collo, stanno ammettendo ufficialmente che
avevamo ragione, ora che si è parlato così tanto dell’uranio e dei suoi effetti
sui soldati italiani ed europei. Che avevamo ragione ce l’avevano fatto già
capire quando il documentario sulla Sindrome del Golfo fu censurato dalla RAI -
che pure l’aveva prodotto - e circolò riprodotto clandestinamente.
Non è affatto così rilevante che vengano
scientificamente provate le correlazioni tra leucemie, linfomi ed affini che
colpiscono i militari impiegati nelle missioni in Bosnia e Kosovo e i
proiettili all’uranio impoverito. Anzi, è una forma di scandalo parlare di
necessarie indagini epidemiologiche. Perché è incontrovertibile il fatto che si
è giocato sulla pelle dei soldati. Non solo dei militari NATO: pensiamo
piuttosto alle popolazioni locali. E’ un fatto che non si può negare senza
malafede che le imprese belliche servono a sperimentare strumenti di distruzione
e di morte di diabolica modernità. Dall’atomica in poi, dai malati di cancro di
Hiroshima passando per le malformazioni genetiche causate dai defolianti
impiegati nel Vietnam fino alle armi usate in Iraq e poi in Bosnia e in Kosovo,
sempre più raffinatamente, più astutamente, stiamo sperimentando strumenti di
morte dagli effetti ritardati, che si manifestano nel corso degli anni,
agiscono sul patrimonio genetico, prolungano i loro effetti sulle generazioni
figlie di quelle che hanno vissuto direttamente la guerra. E’ la guerra
ritardata, quella che non finisce quando finisce la guerra; la guerra protratta
che allunga la sua ombra come un incubo anche sui tempi di pace.
La guerra si è così andata sempre più trasformando,
ma non nel senso propagandato e pubblicizzato della guerra pulita e umanitaria,
della guerra chirurgica che limita al massimo gli effetti devastanti sulle
persone. I vincitori della guerra contro la Serbia si congratularono con se
stessi perché nessuno dei loro militari era morto durante le operazioni
belliche. Ma è stata una beffa. Un tempo, i soldati – comunque da sempre usati
e immolati per fini che passano sopra le loro teste – sapevano i rischi che
correvano. Ora non più. Il cavallo di Troia non colpisce soltanto “il nemico”.
Quando sono stato a Belgrado durante la guerra della
NATO con una missione di pace, “di diplomazia dal basso”- come chiamava queste
iniziative don Tonino Bello - sono tornato con un souvenir: una scheggia
di missile che ha colpito, proprio in quei giorni, una pizzeria di Belgrado.
E’ rimasto a lungo esposto in chiesa. Perché nelle
chiese non si espongono soltanto le reliquie dei santi alla venerazione dei
fedeli. L’ho esposto come a volte si trovano esposti gli strumenti con cui
erano stati sottoposti i martiri al supplizio: le catene di San Pietro, la
graticola di San Lorenzo, i chiodi o il legno della Santa Croce. L’ho esposto come una testimonianza, poiché
le testimonianze inducono a scegliere.
E la scelta da fare, la scelta veramente necessaria, non è quella di mettere al bando l’uranio impoverito, ma di mettere al bando la guerra. Certamente verrà il giorno in cui l’uranio impoverito verrà messo al bando; temo fortemente, però, che ciò avverrà non in conseguenza di una scelta di vita ma solo quando sarà un’arma superata, quando altri, più nuovi strumenti si saranno resi disponibili. Dire no a tutti gli strumenti di morte vecchi e nuovi, collaudati o in sperimentazione, implica un capovolgimento radicale: l’abbandono del potere basato sulla forza, sulla deterrenza esercitata dalla violenza, il rifiuto di assecondare i voraci interessi economici che muovono l’industria bellica. Perché, infatti, anche quello delle armi è un mercato con le sue spietate leggi di profitto, un mercato che si interseca con altri mercati e il cui andamento si ripercuote su quello degli altri mercati in una sorta di mostruoso groviglio tentacolare.
E la politica è supina di fronte al potere di questo
mercato. I politici che ci hanno trascinato e ci trascinerebbero ancora in
simili imprese di guerra, non se la possono cavare con bugie e reticenze, con
le solite commissioni d’inchiesta, con promesse generiche di fare chiarezza sui
danni da uranio. I politici che sbagliano dovrebbero riscoprire il dovere delle
dimissioni.
Qualche
anno fa, ero da poco parroco, e come adesso, era da qualche giorno passato
Natale. Mi chiamarono, una mattina, perchè raggiungessi un casolare quasi
sperduto tra le campagne che fanno parte del territorio della mia parrocchia.
Nel casolare abitava un vecchio, solo, che non avevo mai visto in paese, che
non era venuto mai al bar, né in chiesa.
Arrivai in
quel posto solo grazie alla camionetta dei Carabinieri. Entrammo forzando la
porta e trovammo il vecchio giusto lì dietro, morto d’infarto forse proprio
mentre cercava di aprire la porta, di uscire in cerca di aiuto.
Quasi
inciampammo in un cadavere già in avanzato stato di decomposizione. Il vecchio
era morto da diverse settimane, come ebbe a constatare il medico legale.
Per tutto quel
tempo, il corpo del contadino era rimasto lì, nessuno si era accorto del
decesso; nessuno per tutto quel tempo lo aveva cercato.
Ancora oggi,
non riesco a perdonarmi quell’abbandono, quella mancanza di sollecitudine che
mi fece conoscere il vecchio Faustino soltanto da morto.
A Faustino è
andato il mio primo pensiero quando ho saputo dei due vecchi coniugi di Pagani
trovati in stato di totale, indicibile abbandono. Stando alla mia brutta
esperienza, penso a quanto ora debbano sentirsi male gli assistenti sociali di
Pagani, il parroco o i volontari della Caritas, i cristiani e tutti coloro che
non si erano mai accorti di niente, o sapevano e non hanno fatto abbastanza,
perché non hanno voluto o anche solo perché non sono stati capaci di fare
qualcosa di più.
Che si possa
vivere senza acqua e senza luce, in mezzo ai pidocchi, ai topi e alla
spazzatura qui, in Italia, non è ricordo d’altri tempi ma pungente attualità.
In una
dimensione collettiva in cui nulla sembra sfuggire alla rete dei contatti, dei
controlli e delle relazioni, alcuni esseri umani si perdono, diventano
invisibili agli occhi degli altri e sprofondano, come inghiottiti, in un
inarrestabile degrado.
Bruciante
attualità degli atti sociali mancati, degli atti mancati di solidarietà.
Crudele
attualità del peccato di indifferenza; peccato di distrazione, peccato di
omissione.
Peccato di
voltarpagina e di dimenticanza come quello dei telegiornali che, dopo averla
data, hanno archiviato la notizia dei vecchi abbandonati di Pagani
soppiantandola con quella dei non so quanti miliardi spesi in carbone di
zucchero dentro le calze della Befana.
3 gennaio 2001
Omelia di Natale 2000 del Patriarca di Gerusalemme
Felice e santo Natale a tutti voi. Che si possa
celebrare, con la grazia di Dio, il prossimo Natale con più pace, giustizia e
dignità umana.
Prima di iniziare la nostra meditazione sul mistero del
Natale, voglio richiamare alla memoria la figura del nostro amato fratello il
Patriarca Deodoros, che Dio ha chiamato a sé. Noi preghiamo per il riposo della
sua anima, per tutta la Chiesa Ortodossa.
Saluto il presidente Yaser Arafat, e tutte le autorità civili e municipali, nostri ospiti, il ministro
Johan Sauwens dal Belgio, e la sig.ra Luisa Morgantini, rappresentante del
Parlamento Europeo. Un saluto, inoltre, va alle autorità del consolato
americano. A tutti voi auguro la luce e la pace del Natale.
Saluto e ringrazio sua eccellenza reverendissima Jean Orchampt,
vescopo emerito of Anger, presente con noi questa notte, per rappresentare la
conferenza episcopale francese e per esprimere la solidarietà della chiesa di
Francia con la Chiesa di Gerusalemme in questi giorni duri.
Saluto e ringrazio le numerose Chiese del mondo, cattoliche,
ortodosse, evangeliche, che hanno espresso la loro solidarietà mediante
messaggi e fatti, per sostenerci in questa prova: intendo le Chiese di Stati
Uniti, Canada, Europa, Australia, Nuova Zelanda, Asia e Africa. Con noi e per
noi, hanno pregato, operato e parlato.
Saluto voi, pellegrini qui presenti. Alcuni di voi sono venuti a
piedi partendo mesi fa e sono arrivati oggi. Saluto il vostro coraggio
nell'essere qui con noi stanotte, a condividere questi tempi difficili e la
preghiera.
Saluto tutti voi fedeli, quanti siete presenti e quanti ci
accompagnano, nelle loro parrocchie, in Palestina, Giordania, Israele e Cipro.
2. In questa notte di Natale noi meditiamo il mistero
dell'incarnazione del Verbo eterno di Dio, come dice il primo capitolo del
Vangelo di san Giovanni: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso
Dio e il Verbo era Dio... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo
a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno
di grazia e di verità" (Gv 1,1,14).
S. Leone Magno commenta così questo mistero:
"Dio ha condiviso ed è apparso nella nostra umiltà.
L'Onnipotente ha assunto la nostra debolezza, l'Eterno la nostra natura
mortale. E per pagare il debito della condizione umana, la natura immutabile si
è unita con la natura esposta ad ogni genere di sofferenza. Per questo, per
sanarci meglio, l'unico mediatore tra Dio e l'uomo, l'uomo Gesù Cristo doveva
essere in grado da un lato di poter morire e dall'altro di non poter patire
morte.
E' perciò nella piena e completa natura umana di un vero uomo che
il vero Dio è nato; pienamente partecipe di ciò che apparteneva a lui e
pienamente partecipe di ciò che apparteneva a noi" (S. Leone Magno, II
lettura del 25 Marzo).
3. Questo è il mistero che noi siamo invitati a meditare in questa
notte santa. E' la fonte della nostra forza e della nostra speranza, nei tempi
di pace e in quelli di guerra. Che cosa ci dice questo mistero oggi, in mezzo
ai nostri problemi, tra i nostri fratelli morti e feriti, tra le nostre case
demolite, le nostre chiese e conventi bombardati, le nostre città e i villaggi
assediati?
Questo mistero ci dice prima di tutto che i nostri rapporti come
cristiani sono fondati sull'amore. Questa è la prima nostra caratteristica
della nostra identità. Poiché Dio ama tutte le sue creature, noi amiamo tutte
le sue creature. E l'amore cristiano non è limitato ai cristiani, ma abbraccia
tutti senza discriminazioni. L'amore è la più grande forza che abbia edificato
questo mondo fino ad oggi e che continuerà ad edificarlo.
Il mistero di Dio ci dice che noi, cristiani di questa terra,
siamo i testimoni di Gesù in questa terra. Questo è un altro aspetto
fondamentale della nostra identità. Qui: Dio ci vuole cristiani qui, non in
altri luoghi della terra. Se anche viviamo nella guerra, o nell'intifada, se le
nostre case sono demolite, i nostri fratelli feriti o uccisi, è qui che Dio ci
vuole cristiani. Questa è la nostra terra, per chiedere la nostra libertà tra
la nostre case demolite e nei nostri villaggi e città sotto assedio.
Questo mistero ci dice anche, in questi giorni, che noi siamo
cristiani in una società araba cristiana e musulmana, e in una società
palestinese che pretende la libertà. Siamo parte integrale di questa società.
Siamo nel suo cuore, non siamo né alternativi né osservatori. Ancora, siamo in
mezzo alla guerra, distruzioni e richiesta di libertà, è in questa società che
Dio ci vuole cristiani.
4. Il Natale ci dice che il Verbo di Dio si è incarnato nella
nostra realtà umana, l'ha assunta totalmente, eccetto il peccato, e l'ha amata.
Con questo esempio, noi accettiamo e amiamo tutta la nostra realtà che chiede
giustizia e pace, anche su sentieri difficili.
Noi l'accettiamo come realtà di palestinesi -arabi, cristiani e
musulmani- e come realtà di ebrei, che invitiamo a cooperare con noi alla
giustizia e alla pace. Tutti gli sforzi per la libertà vogliono raggiungere
l'amore di Dio che si estende a tutti gli uomini e le donne, palestinesi e
israeliani, cristiani, musulmani, ebrei e drusi.
Questo il messaggio del Natale per noi: accettare e amare la
nostra difficile realtà umana, cosicché Gesù, il principe della pace, nato a
Betlemme, la santifichi, la redima, e ponga in essa una nuova vita.
5. Fratelli e sorelle,
abbiamo concluso quest'anno il Sinodo delle Chiese cattoliche di
Terra Santa: abbiamo stabilito un programma pastorale comune. Insieme, saremo
capaci di iniziare, con il nuovo millennio, un periodo nuovo nella storia delle
nostre Chiese.
La prossima settimana concluderemo l'anno del grande Giubileo. Sua
santità il papa Giovanni Paolo II ha deciso di mandare un inviato speciale alle
nostre Chiese e ai nostri capi, israeliani e palestinesi. Celebrerà con noi la
giornata mondiale per la pace il primo di Gennaio, e poi presiederà la chiusura
del grande anno giubilare il giorno seguente.
Il Signore ha permesso che chiudessimo l'anno del Giubileo con
prove e sofferenze. Per ogni grazia, per ogni prova, noi benediciamo Dio,
perché anche la sofferenza è parte della grazia del Giubileo. Essa ci aiuta a
purificarci; ci permette di vedere meglio il volto di Dio, di chiedere meglio
la libertà, perché diventiamo capaci di vedere il volto di Dio in quello dei
nostri fratelli e sorelle, e nel volto di quelli ai quali chiediamo la libertà.
In questo anno abbiamo
salutato la visita del Santo Padre, il Papa Giovanni Paolo II. Egli ci ha
portato un messaggio di fraternità, giustizia e pace. Ad alcuni sembra che
questo messaggio non abbia dato frutto alcuno. Noi invece vi vediamo il chicco
di grano che, dice il Vangelo, non dà frutto se prima non cade a terra e muore.
Le sofferenze attuali sono il tempo della morte e maturazione. Più tardi, sarà possibile raccogliere i
frutti per la nostra vita cristiana ed ecumenica, per il dialogo inter-religioso,
per la richiesta di giustizia e pace tra i nostri due popoli.
Fratelli e sorelle, preghiamo dunque il Signore di restaurare nei
nostri cuori, nelle nostre case e nei cuori di tutti gli abitanti di questa
terra la vera gioia di Natale. Amen.
+
Michel Sabbah
Latin
Patriarch of Jerusalem
2000
11 dicembre 2000
HEIDER IN
VATICANO:SVASTICHE E CROCI
Quest’anno,
il tradizionale albero di Natale di Piazza San Pietro è stato donato dalla
Carinzia, di cui è governatore il neonazista Haider che sabato prossimo sarà ricevuto
dal Papa.
Alle
proteste che da molte parti sono state sollevate, il cardinale Sodano ha
risposto che il Papa riceve tutti.
Come
mai non sono stati ricevuti i Sem terra brasiliani, le Madri di Plaza de Majo,
i gay?
Come
mai il Vescovo di San Cristobal de las Casas, mons. Samuel Ruiz è stato
ricevuto dal Papa dopo tre giorni di anticamera?
Queste scelte ci portano
a ricordarne altre. Scelte di un altro papa, scelte di oltre sessant’anni fa,
scelte di segno diverso.
Quando Hitler venne in visita in Italia, Pio
XI si rifiutò di incontrarlo. E mentre il Fuher visitava la città di Roma, il
Papa scelse di ritirarsi a Castelgandolfo. Non solo. Dispose finanche la
chiusura dei Musei Vaticani per impedire ai nazisti di mettervi piede. E di
fronte alle croci uncinate che sventolavano numerose nelle strade della
capitale, manifestò apertamente la sua tristezza perché a Roma era stata
innalzata una croce «che non era quella di Cristo».
5 dicembre 2000
A SAN PIETRO MANIFESTAZIONE CONTRO LA NESTLÉ
FORNITRICE DEL GIUBILEO
ROMA-ADISTA (Claudia Fanti).
L’aveva promesso e l’ha fatto. In mancanza di una risposta da parte del
Comitato centrale per il grande Giubileo a centinaia di messaggi di protesta
per la scelta operata dal Vaticano di includere tra le imprese fornitrici delle
manifestazioni collegate all’evento giubilare la Nestlè (la multinazionale svizzera accusata da anni
di violare il Codice internazionale di condotta dell’Organizzazione mondiale
della Sanità e dell’Unicef sulla commercializzazione e la vendita dei sostituti
del latte materno), la Rete Italiana di Boicottaggo alla Nestlé (Ribn) aveva
scritto lo scorso maggio, per la terza volta, al Comitato, comunicando la
propria intenzione di «portare avanti ad oltranza» la campagna di pressione,
«senza escludere possibili atti pubblici di protesta prima della fine del
Giubileo» (v. Adista n. 45/00). Così, domenica 26 novembre, in occasione del
Giubileo dell’Apostolato laico, diversi aderenti e simpatizzanti della Ribn,
rappresentanti di centinaia di gruppi sparsi su tutto il territorio nazionale,
sono entrati in piazza San Pietro indossando sotto i giacconi una maglietta con
una lettera impressa sul davanti e sul retro e portando in tasca un cartoncino
ripiegato, anch’esso con una lettera su entrambe i lati (con uno striscione
sarebbe stato più difficile sfuggire ai controlli). Al segnale convenuto, al
termine della celebrazione, i militanti, salendo sulle sedie, hanno esibito
magliette e cartoncini, formando la frase, leggibile dalle prime fino alle
ultime file - ma non ripresa dalle telecamere - «Via la Nestlé dal Giubileo».
Grande la curiosità tra i presenti, alcuni dei quali non hanno mancato di
applaudire. Finché non è venuta la polizia a far cessare la protesta,
minacciando di denunciare le persone coinvolte, colpevoli di dar vita ad una
manifestazione non autorizzata in zona extraterritoriale, e portandole nel più
vicino posto di polizia, dove tuttavia la minaccia non ha avuto seguito.
Con questa iniziativa, la Ribn
ha voluto esprimere la propria indignazione rispetto all’accordo con la Nestlé,
sottoscritto dal Vaticano nonostante la multinazionale, come spiega la Rete in
un comunicato stampa, sia «oggetto, da anni, di una campagna internazionale di
boicottaggio per le proprie scorrette politiche di marketing del latte in
polvere nei Paesi dell’emisfero Sud del pianeta», dove, secondo i dati Unicef,
un milione e mezzo di neonati muore ogni anno per cause legate all’allattamento
artificiale. «È inspiegabile - prosegue la Ribn - come non si sia dato alcun
seguito alle promesse fatte in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù
di Parigi, quando per bocca di un suo eminente rappresentante (mons. Liberio
Andreatta), il Vaticano si impegnò formalmente a non accettare in futuro alcuna
sponsorizzazione della Nestlé». «La
Ribn - conclude il comunicato - si augura che questo gesto possa indurre le
gerarchie vaticane a fornire una plausibile spiegazione e ad interrompere ogni
rapporto con la multinazionale Nestlé». In caso contrario, la protesta
continuerà con nuove e diverse iniziative.
20 novembre 2000
Dieci anni fa, in piena intifada,
si riuscì a fare una catena umana di trentamila persone intorno a Gerusalemme
(che paradossalmente significa “città della pace”): palestinesi, ebrei,
europei, statunitensi. Io sono stato uno di questi trentamila. Ci furono anche
incontri, momenti di festa e di condivisione. Un modo per dire che c’è sempre
un’alternativa alla violenza e alla guerra. L’iniziativa nacque senza gli
sponsor che contano, organizzata da gente comune, fu derisa e finanche
ostacolata.
Dopo dieci anni le cose non
sono semplicemente tornate al punto di prima: si sono incancrenite. Gli odi si
sono incalliti, l’incompatibilità si è
fatta radicale, da una parte non sono pochi quelli che vogliono tutto, senza
sconti; dall’altra stanno forzando la mano quelli che non sono disposti a
cedere nulla. La gestione della guerra è finita in mani che non scherzano
affatto.
Il conflitto tra ebrei e
palestinesi è un esempio molto limpido per chi ha voglia di guardarlo senza
precomprensioni e pregiudizi. Dimostra il fallimento dell’intransigenza, da
qualunque parte venga, il fallimento del muro contro muro, della mia verità, di
quello che io considero giusto e che non può venire a patti con la verità
dell’altro, con quello che l’altro crede vero e giusto.
La religione non è soltanto un pretesto in questo
conflitto così come in molti altri che appartengono alla storia. Ogni
assolutismo, inflessibilità o intransigenza di carattere religioso porta
inevitabilmente allo scontro, a vittorie precarie o illusorie e, soprattutto,
lascia sul campo morti e feriti.
don
Vitaliano
Apparso sul numero di novembre de «La voce della Campania»
5 novembre 2000
"Perseverate
nell'amore fraterno. Non dimenticate l'ospitalità" (Eb 13,1-2). "Venite,
benedetti del Padre mio, ... perché ... ero forestiero e mi avete
ospitato" (Mt 25,34-35).
“Gesù afferma che si entra nel Regno di Dio solo
praticando il comandamento dell'amore. Vi si entra, dunque, non in virtù di
privilegi razziali, culturali e neppure religiosi, bensì per aver compiuto la
volontà del Padre che è nei cieli (cfr Mt 7,21)”.
“Paolo VI nell'omelia di chiusura del Concilio
Ecumenico Vaticano II, affermava: "Per la Chiesa cattolica nessuno è
estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano" (AAS, 58
[1966], pp. 51-59). Nella Chiesa - lo scrive fin dall'inizio l'Apostolo delle
genti - non vi sono stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari
di Dio (cfr Ef 2,19)”.
“Purtroppo, non mancano tuttora nel mondo
atteggiamenti di chiusura e perfino di rifiuto, dovuti ad ingiustificate paure
ed al ripiegamento sui propri interessi. Si tratta di discriminazioni non
compatibili con l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Anzi, la Comunità
cristiana è chiamata a diffondere nel mondo il fermento della fraternità, di
quella convivialità delle differenze che oggi ci è dato di
sperimentare”.
_________________
“In Gesù, Dio è venuto a chiedere ospitalità agli
uomini. Per questo, Egli pone come virtù caratteristica del credente la
disposizione ad accogliere l’altro nell’amore. Egli ha voluto nascere in una
famiglia che non ha trovato alloggio a Betlemme (cfr Lc 2,7) e ha
vissuto l’esperienza dell’esilio in Egitto (cfr Mt 2,14). Gesù, che “non
aveva dove posare il capo” (Mt 8,20), ha chiesto ospitalità a coloro che
incontrava. A Zaccheo ha detto: “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc
19,5). È arrivato ad assimilarsi allo straniero bisognoso di riparo: “Ero
forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). Inviando i suoi discepoli in
missione, egli fa dell’ospitalità, di cui essi beneficeranno, un gesto che lo
riguarda personalmente: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me
accoglie Colui che mi ha mandato” (Mt 10, 40)”.
“In questo anno giubilare e nel contesto di una
mobilità umana ovunque accresciuta, questo invito all’ospitalità diventa
attuale ed urgente. Come potranno i battezzati pretendere di accogliere Cristo,
se chiudono la porta allo straniero che si presenta loro? “Se uno ha ricchezze
di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio
cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17)”.
___________________
“Il fenomeno delle migrazioni, con le sue
complesse problematiche, interpella oggi più che mai, la Comunità
Internazionale e i singoli Stati. Questi tendono per lo più ad intervenire
mediante l'inasprimento delle leggi sui migranti ed il rafforzamento dei
sistemi di controllo delle frontiere e le migrazioni perdono così quella
dimensione di sviluppo economico, sociale e culturale che storicamente
possiedono”.
“La condizione di irregolarità legale non consente
sconti sulla dignità del migrante, il quale è dotato di diritti inalienabili,
che non possono essere violati né ignorati”.
“La Chiesa considera il problema dei migranti
irregolari nella prospettiva di Cristo, che è morto per raccogliere in unità i
figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per ricuperare gli esclusi e
avvicinare i lontani, per integrare tutti in una comunione fondata non
sull'appartenenza etnica, culturale e sociale, ma sulla comune volontà di
accogliere la parola di Dio e di ricercare la giustizia. «Dio non ha preferenze
di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a quanlunque popolo
appartenga, è a Lui accetto» (At 10, 34-35)”.
“È
necessario vigilare contro l'insorgere di forme di neorazzismo o di
comportamento xenofobo, che tentano di fare di questi nostri fratelli dei capri
espiatori di eventuali difficili situazioni locali”.
“Quando la comprensione del problema è condizionata
da pregiudizi ed atteggiamenti xenofobi, la Chiesa non deve mancare di far
sentire la voce della fraternità, accompagnandola con gesti che attestino il
primato della carità”.
“Nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non
è straniera a nessun uomo e in nessun luogo. In quanto sacramento di unità, e
quindi segno e forza aggregante di tutto il genere umano, la Chiesa è il luogo
in cui anche gli immigrati illegali sono riconosciuti ed accolti come fratelli.
E compito delle diverse diocesi mobilitarsi perché queste persone, costrette a
vivere fuori dalla rete di protezione della società civile, trovino un senso di
fraternità nella comunità cristiana”.
«Ero forestiero e mi avete ospitato» ( Mt
25, 35). È compito della Chiesa non solo riproporre ininterrottamente questo
insegnamento di fede del Signore, ma anche indicarne l'appropriata applicazione
alle diverse situazioni che il variare dei tempi continua a suscitare. Oggi il
migrante irregolare ci si presenta come quel «forestiero» nel quale Gesù chiede
di essere riconosciuto. Accoglierlo ed essere solidali con lui è dovere di
ospitalità e fedeltà alla propria identità di cristiani”.
Gli antichi amanuensi spesso
aggiungevano alcune note, le glossae, ai testi che ricopiavano. Abbiamo
ricopiato qui queste parole sine glossa, cioè senza commento, perché non
serve affatto. Esse parlano da sole più che a sufficienza. Per chi proprio non
lo immagina, diciamo che queste sono parole di Giovanni Paolo II,
“autore” di questo Contraltare. Parole che vogliamo dedicare a chi per
ignoranza, malafede oppure squallido egoismo coniuga il cattolicesimo con il
razzismo e la xenofobia.
__________________
Testi tratti da: Omelia di Sua Santità Giovanni
Paolo II in occasione del giubileo dei migranti e degli
itineranti Venerdì, 2 Giugno 2000; Messaggio del Santo
Padre Giovanni Paolo II per la giornata mondiale
delle migrazioni 2000; Messaggio del Papa Giovanni Paolo II per la
Giornata Mondiale dell'Emigrazione 1995.
20 ottobre 2000
Che
cosa è un ghetto? E’ un posto dove concentrare un certo tipo di persone per
tenerle a distanza. Per evitarle di trovarsele tra i piedi, per non aver a che
fare con loro. La ghettizzazione è il limite estremo della tolleranza nel senso
deteriore del termine: appena un gradino prima dell’epurazione. Se si finisce
in un ghetto diventa quasi impossibile uscirne. Ad esempio, già da gran tempo
nel ghetto ci sono finiti i tossicodipendenti, i “tossici” (e questa parola è
ancora più dispregiativa di quell’altra, i “drogati”) . E’ un ghetto di fatto,
quello della vita di strada con tutti i suoi annessi. E’ un ghetto ideologico e
morale, quello del disprezzo della gente. Tanto, se ci sono finiti dentro
l’hanno voluto loro e poi rubano, minacciano con le siringhe e sono i moderni
appestati, portatori dell’AIDS. E’ il ghetto della galera e delle comunità di
recupero.
La
denigrazione sistematica di ogni attenzione sociologica e umanitaria alla
tossicodipendenza ha spento il riflettore sul problema. La campagna denigratoria
condotta da tempo sulla base della salvaguardia dei nostri privilegi economici,
socio-culturali e di “pedigree” razziale ha raggiunto il suo migliore effetto
diventando denigrazione religiosa. La diffidenza verso l’Islam, in realtà, era
già molto diffusa, ma adesso che si sono pronunciati uomini di Chiesa noti o
importanti – non solo il cardinale Biffi – ha avuto la sua consacrazione
ufficiale. Il colpo di grazia. Di questo passo, toccherà agli immigrati come ai
drogati?
25 settembre 2000
Evangelizzazione e dialogo
Diventa
persino imbarazzante intervenire sul recente documento Dominus Jesus pubblicato recentemente dal Vaticano a firma del
cardinale Ratzinger. Il documento, in buona sostanza afferma che: la chiesa di
Roma non ha “sorelle”. Le altre chiese non posseggono lo stesso livello di
verità. Nessuna religione al mondo, può avere questa pretesa. E gli ebrei non
dimentichino che la salvezza, anche la loro passa attraverso Gesù Cristo. Unica
via d’accesso alla salvezza. In un attimo, anni di dialogo ecumenico, di
colloqui ebraico – cristiani, di ricerca teologica, biblica sono stati
brutalmente rimessi in discussione. I contenuti del documento non sono nuovi,
ma la rigidità con cui sono stati espressi lascia ammutoliti. L’imbarazzo
diventa sgomento se si ripercorrono gli ultimi gesti compiuti dalla santa sede
e da autorevoli esponenti delle Chiesa di Roma: la beatificazione di Pio IX, le
esternazioni sconcertanti del cardinale Biffi ecc.
Di
là dall’impatto dei fatti, a mio giudizio, occorre chiarire alcune questioni.
Domande che nella loro semplicità e radicalità meritano, se non una risposta
(comunque ardua), quanto meno una riflessione.
In
quest’epoca di ritorno del sacro e dei fondamentalismi religiosi si corre il
rischio di scivolare in forme di universalismo a buon mercato che finisce di
fatto col negare la specificità delle diverse religioni con il loro bagaglio di
simboli, contenuti, sapienza, valori. Questo rischio lo corre soprattutto il
cristianesimo per troppo tempo letto, mediato, vissuto, attraverso le categorie
culturali di un occidente che sulla esclusione o nella migliore delle ipotesi
sulla inclusione dell’altro (quanto non prevedeva la sua eliminazione anche
fisica) ha costruito la propria identità.
Quando
si parla del Dio cristiano attraverso le categorie dell’universalismo emergono
le dimensioni del primato assoluto del cristianesimo rispetto alle altre
religioni che pertanto vengono viste nella loro parzialità, insufficienza e
limiti.
E
qui si staglia imperiosa la prima domanda: cosa si intende per universalismo?
Cosa dice questa parola, adoperata con troppa disinvoltura e dunque con
superficialità? Ma è solo disinvoltura o non si cela in essa piuttosto una
prepotente visione del mondo che deve valere per tutti e che tutti devono riconoscere
come fondante e unica? Se vale, come vale, la
seconda ipotesi allora occorre rileggere anche termini come: dialogo,
verità, pluralismo (per non parlare della parola evangelizzazione che di
quell’universalismo è la configurazione concreta e problematica).
Non
si tratta solo di un’indagine etimologica o di una vacua ermeneutica, giacché
se è vero che si parla solo di ciò di cui si ha esperienza, ebbene, vi sono
esperienze che lasciano interdetti. Si tratta di aspetti che danno da pensare.
Quindi:
credere in Gesù Cristo come proprio personale salvatore.
Riconoscendo
in Cristo l’Alpha e l’Omega e divenendo il popolo della
Nuova Alleanza, la Chiesa accoglie Colui che porta l’Antica Alleanza a
compimento e diventa essa stessa chiave di volta universale della salvezza.
Siamo di fronte a questioni intricatissime dove le stesse parole dovrebbero
essere chiarite. Cosa vuol dire Antica, cosa vuol dire Nuovo? Non mi sfugge che
moltissime risposte sono state date e con grande finezza esegetica. Tuttavia
non basta ancora. Occorre spingere l’interrogazione fino ai limiti estremi
della cosa stessa.
Il
punto di partenza è proprio quell’esemplare lavoro esegetico che in anni
recenti ha inteso rileggere il Nuovo Testamento alla luce della tradizione
ebraica, delle sue Scritture e l’ebraismo alla luce del Nuovo Testamento.
Tuttavia proprio questi elementi,
finiscono per diventare lo stucchevole pretesto per fare assumere al dialogo
ebraico cristiano altre direzioni, assolutamente pericolose e alla lunga
tragiche, con un articolato programma di evangelizzazione e conversione degli
ebrei, come spesso, subdolamente si tenta di fare.
Mi
rendo conto che si tratta di episodi isolati e che investono solo un aspetto del dialogo tra le religioni
(anche se il dialogo ebraico cristiano, nella sua peculiarità, è il paradigma
di ogni altro dialogo e per questa
ragione insisto su questo specifico aspetto),
ma ciò non ci esime dal tentativo di capire se si tratta di aspetti
marginali o se, probabilmente, si può risalire a un problema di fondo che
riguarda le modalità stesse del presentarsi del cristianesimo al mondo.
Le
stesse modalità teoretiche ed ermeneutiche della teologia cristiana delle
religioni e del pluralismo religioso risentono di un paradosso fondamentale a
cominciare dal modo con cui esse si pongono.
La
problematica della teologia cristiana delle religioni e del pluralismo
religioso è stata protagonista, in anni recenti, di un’evoluzione della
questione della possibilità della salvezza in Gesù Cristo per i membri delle
altre tradizioni religiose a quella del ruolo che tali tradizioni svolgono
nella salvezza dei loro aderenti. Tale problematica è attualmente oggetto di
un’ulteriore trasformazione: ci si comincia a domandare quale significato
positivo possa ricoprire, nel piano divino per l’umanità, il pluralismo
religioso che caratterizza il nostro tempo e di cui tutti abbiamo acquisito
chiara coscienza. La risposta a tale interrogativo non può essere dedotta a
priori da affermazioni dogmatiche, ma deve basarsi sulla prassi del dialogo
interreligioso, in un vero e proprio circolo ermeneutico fra esperienze
diverse.
Torniamo
alle domande iniziali: cosa vuol dire dialogo, pluralismo, verità alla luce
dell’evangelizzazione? Si può ancora parlare di evangelizzazione in un mondo in
cui le esperienze religiose non possono più essere assunte all’interno del
comune denominatore dell’universalismo cristiano-occidentale? Ha senso parlare
di conversione? Cosa vuol dire testimoniare la propria fede oltre i regimi di
verità splendidamente esibiti in ogni forma di evangelizzazione?
La
crisi del linguaggio teologico prolifera innumerevoli teologie, quasi
un’incessante ricerca di ciò che è perduto: l’esperienza del proprio oggetto. I
grandi orizzonti semantici che rendevano dicibili i discorsi su Dio, quello
della metafisica classica dell’Essere e quello antropologico dell’Umano, mi
appaiono classici, appunto, nel senso di classificabili, trascorsi. La
profanazione del linguaggio non si lascia attraversare in modo innocente quasi
fosse ancora possibile il compito del traduttore che dall’orto sicuro delle
proprie certezze stempera le immagini per il deserto circostante. La domanda è:
si può ancora parlare di Dio?
Non
è un caso che l’enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et Ratio abbia insistito sulla centralità di una Verità, di un dire la Verità a partire dal linguaggio di una
fede e di una filosofia che assume per intero un modello universalistico che
non lascia spazio per null’altro. Soprattutto non riesce a rinunciare all’assunto
che l’eredità greco-latina (nobile, fondamentale eredità) sia l’unico
presupposto a partire dal quale si possa ragionevolmente parlare di Dio. Il
cristianesimo rivolgendosi agli altri, al mondo, con questi presupposti
universalistici, vuole convertire gli “altri” alla propria verità. Siamo sicuri
che la teologia del pluralismo religioso sia immune da questa prospettiva?
Siamo sicuri che, ad esempio, le scritture ebraiche siano studiate in maniera
da non assimilarle al nostro pregiudizio
teologico anche quando non vi sono più intenti apologetici? Il tema della verità e della parola o delle parole che
lo sostengano sembra essere un affare interno al cristianesimo e all’occidente.
Una proposizione cristiana e solo cristiana.
Quale
rapporto è allora possibile con le altre religioni? Con quelle che ritengono
che l’uomo abiti nella verità? Con quelle che vedono la terra abitata da dei?
Con quelle che identificano parola e verità?
Il
dialogo deve essere capace di mettere in discussione radicalmente se stessi, pensando
la radicale finitezza di ogni esperienza. Proprio la tradizione ebraico-
cristiana ha saputo pensare, biblicamente il limite, la morte, il rapporto
Dio-uomo come il disporsi estremo dell’assoluta alterità.
Quando
si parla di Dio evitando le categorie falsamente e ideologicamente
universalizzanti emergono le dimensioni della relazione, del limite, della
parzialità. E quando accostandoci alle altre religioni, parliamo di Dio
partendo dal nostro linguaggio, dalle nostre parole, consapevoli che sono sempre
plurali e sempre penultime, si scoprono le ricchezze delle differenze che
devono restare tali.
Occorre
parlare di Dio alla luce di un’ontologia dell’evento e non in riferimento a una
concezione metafisica dell’essere.
Nel
cuore di questi problemi e di queste domande si colloca il rapporto con
l’ebraismo (ripeto, paradigma di ogni ulteriore dialogo), con la forma
parabolica del suo dire, con la sua narrante esperienza di Dio. Irriducibilità
della forma, irriducibilità dell’esperienza. Essa non si sistema mai in
discorso, ma la sua lettura infinita delle Scritture, lascia definibili, mai
definiti dogmaticamente, il suo senso e il suo significato. Sempre aperti
all’imprevedibilità della vita e
dell’intervento divino che riapre costantemente la Storia e le storie e il loro
farsi e dirsi. Qui il rapporto tra esperienza e parola sfugge alla potenza del
discorso. Il conflitto delle interpretazioni s’apre alla crescita incessante
del rapporto, della relazione che riporta la parola all’istante e trasforma la
contraddizione in nuova ricerca, in altre domande (e non hegelianamente nella
mortifera pace della sintesi).
Esperienza
che è traccia, volto dell’incatturabile alterità di ciascuno. Come si misura il
problema dell’evangelizzazione, del dialogo, con questa esperienza che non
vuole convertire, non vuole convincere, ma solo essere esperienza irriducibile
che si immerge nel racconto che lascia essere le differenze?
Ottavio
Di Grazia
14 settembre 2000
“Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro
che vi odiano” (Vangelo di Luca 6,27)
Di
fronte alle dichiarazioni del card. Biffi, si ha il dovere di dissentire. La
proposta di favorire l’immigrazione di extracomunitari cattolici e ostacolare
quella degli extracomunitari musulmani è sia laicamente, sia cristianamente
inconcepibile. E’ discriminatoria e basta, e a nulla valgono le considerazioni
di opportunità pratica che il cardinale adduce come motivazioni di una scelta
del genere. L’Italia non potrebbe mai attuare una simile politica senza violare
la Costituzione che vieta ogni discriminazione religiosa. L’Italia non potrebbe
mai favorire in questo modo (cioè a discapito delle altre) la religione
cattolica che non è più neanche
religione di stato, e la materia è regolata dal Concordato.
Ma
da cristiano, poi, io non posso tacere
di fronte a queste cose.
Bisogna ricordare a Biffi che
per un cristiano tutti gli uomini (perfino i taliban) sono figli di Dio,
buoni e cattivi, atei o credenti di qualunque religione? Che l’amore, e dunque
l’accoglienza, non vanno riservati a quelli di casa, ai propri amici, ma ai
diversi e ai lontani? Siamo costretti a ricordare che Gesù ci ha invitato ad
amare i nemici?
Già, perché i musulmani stanno
diventando i nostri nemici, quelli che vengono a minacciarci fin dentro casa
nostra, quelli che ci vogliono imporre integralismo e fondamentalismo, quelli
che costringeranno anche le nostre donne a portare lo chador, ci
imporranno la legge coranica e ci convertiranno con la forza all’islam.
Consideriamo pure, per un
attimo, i musulmani come nostri nemici: a che cosa ci porta l’amore per il
nemico? Ad averne paura, a tenerlo lontano da noi, a difenderci e basta?
Non credo proprio.
Se davvero fossimo convinti
della nostra fede, sapremmo anche come essere disarmanti.
Ho tutta l’impressione che ci
stiamo costruendo un’ideologia del nemico, della minaccia che viene
dall’esterno (mentre da noi, occidentali, italiani, cattolici non viene niente
di male).
Certamente l’integralismo, la
teocrazia, l’intolleranza religiosa sono inaccettabili e da contrastare ma io
non credo affatto all’equazione musulmano=fondamentalista; anzi sono convinto
che all’interno del mondo islamico non sono pochi quelli che guardano alle
altre religioni e ai rapporti che si possono stabilire con esse come ad
un’occasione positiva per ridimensionare le spinte integraliste.
E a tutti costoro è il caso di
dare una mano.
Nel Medioevo, contro gli
“infedeli”, molti optarono per le Crociate, per l’arma che va a cozzare contro
un’altra arma, per la vittoria che si ottiene, e si mantiene, con la
forza. Francesco invece, in quegli
stessi tempi, senza cavalleria ma col Vangelo, riusci a raggiungere Gerusalemme
e con il benevolo appoggio del Sultano.
La logica del cardinale Biffi è
quella tutta umana del guardarsi le spalle, della difesa del proprio
particolarismo, dei propri privilegi, sia pure culturali e religiosi.
La logica di Francesco è quella
di Dio, una logica che a quanto pare non riusciamo a fare nostra.
don Vitaliano
3 settembre 2000
Questo “contraltare” prende le mosse da due delle lettere che abbiamo ricevuto. Due interpellanze, a partire da punti di vista diversi, circa il modo di vivere l’appartenenza alla Chiesa. A questi interrogativi vorrei offrire non tanto delle risposte esaustive quanto delle proposte, occasioni per ripensare e riflettere sul proprio essere dentro la Chiesa, essere Chiesa. Carissimo don Vitaliano,(mi permetto di usare questo tono familiare anche se è la prima volta che tiscrivo, perché ti sento molto vicino ed apprezzo il tuo impegno, anche se non condivido i modi e le tue idee) il giorno della manifestazioneconclusiva del Gay pride ricordo che attraverso la televisione mi colpìl'intervento di un sacerdote di cui non avevo mai visto il volto primad'allora e di cui non conoscevo il nome e la provenienza.La curiosità di saperne di più è stata davvero tanta ma purtroppo non sapevoproprio come fare per sapere chi fosse.Usando spesso Internet di li a qualche giorno, visitando il sito che venivaconsigliato dalla Lista dei siti cattolici gestita da Francesco Diani, misono ritrovato nella Parrocchia virtuale di Sant'Angelo a Scala (Av) e lasorpresa è stata tanta nel rivedere quel volto, il tuo, che aveva generatotanta curiosità. Devo dire che sarebbe più giusto titolare il sito "DonVitaliano" anziché "Parrocchia Virtuale... ecc" visto che l'attenzione èaccentrata su di te, sulle tue idee, sui tuoi scritti e le tue attività...ma questo è secondario.Il sacerdote... anzi ogni cristiano, perché si è prima di tutto Cristiani epoi eventualmente si mette a frutto il particolare dono che il Signoregratuitamente fa all'uomo per il servizio alla comunità, è chiamato pervocazione a calarsi nel sociale ed essere segno e testimone di Cristo perogni uomo ed in ogni luogo.Per l'impegno e la passione che dimostri, come gia detto, ti apprezzo eringrazio il Signore.Non posso dire lo stesso per i modi che usi, non condividendoliassolutamente.Dichiarare guerra (scusami se ho interpretato male ma questa è la sensazioneche ho avuto leggendo i tuoi scritti) alla gerarchia ecclesiastica non credosia la via giusta per annunciare il Vangelo... sono sempre stato del parereche la testimonianza passa anche attraverso l'ubbidienza, ancor di piùquando ci costa perché il nostro io vorrebbe ribellarsi.Sono convinto pure che il Signore alle crociate preferisca e accettil'umiltà, la sottomissione, l'ubbidienza e la preghiera.Spesso, essendo impegnato attivamente a servizio della comunità diocesana eparrocchiale, mi capita di imbattermi in situazioni di forte contrasto conil messaggio evangelico e la tentazione di "condannare", "etichettare" e"dare la colpa agli altri" è davvero forte.Ringraziando il Signore mi rendo conto che sono chiamato soprattutto inqueste occasioni alla conversione, ad una verifica attenta e sincera dellamia vita, della mia fede.La pretesa di cambiare gli altri deve lasciar posto alla necessità dicambiare noi stessi, anche se urlare per cambiare gli altri è più facile.Paolo VI disse che il mondo oggi ha bisogno di Testimoni e non di maestri,ed io aggiungo che non ha bisogno di parolai. La testimonianza resta la piùbella missione, il più bell'annuncio della buona novella, dell'anno digrazia del Signore, della liberazione dei prigionieri.Nella carità mi sento di dirti che da quanto ho avuto modo di conoscere dite attraverso gli scritti presenti nel sito, mi sembra che tu ti senta lachiesa invece di sentirti nella e a servizio della Chiesa.Non è un'accusa, ti chiedo scusa se può sembrarti tale, è una miaimpressione e ti ringrazio anticipatamente per la disponibilità al dialogo eal confronto che certamente dimostrerai.Come laico non dico di essere scandalizzato da quanto dici ma confuso si.Sarebbe molto bello e soprattutto utile che l'Abate di Montevergine sipronunciasse apertamente sul tuo operato e sulle tue idee invece dilimitarsi semplicemente ad importi il silenzio.Questo mio scritto sta assumendo dimensioni notevoli e non voglio rubartitroppo tempo.Nell'attesa di una tua risposta ti abbraccio fraternamente e ti chiedo diricordarmi durante la celebrazione dell'Eucaristia; da parte mia ti assicuroil ricordo nella preghiera.
Massimo
Caro Don Vitaliano,
chi ti scrive è uno dei tanti gay
italiani lacerati tra una radicale adesione al messaggio evangelico e la
quotidianità di una Chiesa molto più vicina al fariseismo che a Gesù Cristo. La
mia Fede vacilla come non mai vedendo l'autentica "orgia giubilare"
dispiegarsi a mo' di un mega-show mass-mediatico in cui il Papa è arrivato a
dare anche la ricetta per le vacanze (è accaduto durante il suo recente
soggiorno montano...). Per la cosiddetta "Porta Santa" sono ormai
passati cani e porci (e non lo dico in senso di scherno: questi nobilissimi
animali sono anch'essi frutto della Creazione!), ben vestiti, naturalmente
(perché Dio non veda cosa ha creato!!!), mentre a omosessuali, divorziati,
"spretati", "concubini", rom, ciò non è stato permesso.
Così come a quegli "ultimissimi" dei cinque Continenti che non hanno
certo i soldi per recarsi a Roma o per comperare le indulgenze. Ma Gesù non
stava con gli ultimi? Le folle, dinanzi a lui, non si radunavano tanto velocemente
quanto velocemente si dileguavano ascoltando il suo messaggio rivoluzionario?
Possibile che il cristianesimo sia stato ridotto alla religione del "buon
senso", del "giusto mezzo", del "male minore" quando
il suo fondatore ha subìto l'atrocità della Passione e della Morte per non
scendere a compromessi con nessun potere o buonsenso dettato dalla "morale
corrente" del suo tempo?
Ti posso confessare tutto il mio
scetticismo, ma la semplice esistenza di gente come te può farmi riaccendere
una sia pur flebile speranza. E forse, perché no?, evitare di perdere
definitivamente una Fede già minata alle radici.
Io vivo da tre anni e tre mesi col mio
compagno: non accetterò mai di considerare "peccaminoso" l'amore che
provo per lui (e che mi ricambia in una maniera che sa sorprendermi ogni
giorno); è davvero grottesco che la Chiesa predicante il Vangelo consideri
peccato l'amore scambievole tra due esseri umani!!! A tanto si può arrivare
quando si considera "l'uomo fatto per il sabato" e non viceversa
(leggi: "sabato" = "morale"). Ma, a proposito, siamo sicuri
che per la Chiesa siamo uomini a parte intera e non sub-creature?!?
Coraggio e avanti per la tua strada!
Luca
Pur nelle evidenti
diversità, le due lettere esprimono un disagio e una sofferenza di fronte ai
forti contrasti che attraversano la Chiesa, di fronte alle testimonianze
contraddittorie che purtroppo non ci vengono risparmiate. I due scritti parlano
di ribellione. Un senso di ribellione che nasce, fondamentalmente, non da
pruriti di novità o da voglia di scrollarsi di dosso la responsabilità di
essere uomini e credenti ma da un’esigenza di fedeltà a Gesù Cristo, allo
“scomodo” della sua predicazione, a una morale che guarda alla rettitudine del
cuore e non all’osservanza formale o ipocrita.
Ma di fronte a questo sano
senso di ribellione che cosa fare? Rinunciare alla denuncia, accettare la
sofferenza in silenzio obbedendo comunque oppure lasciare spazio alla sfiducia
e pensare di voltare le spalle alla propria fede?
Penso che la sofferenza
personale sia purtroppo ineludibile e che vada accettata comunque perché fa
parte dell’andare appresso a Gesù che l’ha vissuta sulla propria pelle per
primo. E’ la sofferenza di uno che ama, come quella del profeta Osea costretto
a subire le prostituzioni della sua donna, come la sofferenza di Dio sempre e
di nuovo tradito. E’ una sofferenza che non deve mai tramutarsi in odio – che invece è ribellione sorda, rifiuto, muro
che si erige contro muro – o in indifferenza – quel voltare le spalle che sta a
significare che è finita, che sguardo, affetti, passione si rivolgono ormai
altrove. E’ una sofferenza che non si dà per vinta e combatte in un
appassionato alterco.
Perciò tacere spesso non è
bene: senza ergersi orgogliosamente o farisaicamente a censori degli altri
abbiamo però, tutti, il dovere della denuncia, dobbiamo essere rompiscatole,
difendere gli ultimi anche con la voce grossa, dobbiamo dire la verità. E a
volte basta soltanto dire la verità per scatenare un putiferio. Non
consoliamoci con false illusioni: non sono questi putiferi a scavare il fossato
tra la gente e la Chiesa, piuttosto è lo spettacolo (visibile quanto o forse
parecchio di più delle proteste) delle nostre incoerenze e dei nostri
tradimenti di cristiani a fare da scandalo, da inciampo, cioè, per la fede
degli altri.
Ma se le cose, come io
credo, stanno proprio così, allora non bisogna neanche cedere allo scetticismo,
raffreddare il cuore o investirlo altrove. Perché non è possibile che bastino
le incoerenze degli altri per lasciarci prendere dalla sfiducia, per perdere la
voglia di amare ancora quello che in fondo amiamo, per rispondere si – e
piantarlo in asso – a quel Gesù che ci chiede se ce ne vogliamo andare anche
noi.
don Vitaliano
23 agosto 2000
Non c’è da meravigliarsi che
siano convenuti in tanti. Il fenomeno andava crescendo da anni. Ogni anno, una
giornata della gioventù. Tanti ragazzi pellegrini e il papa. Da Santiago a Roma
in un inarrestabile crescendo.
Quando
fu eletto Woytila, divenne molto facile
andare a Roma di mercoledì. C’era sempre qualcuno che riusciva a toccare
la mano al papa, qualcuno che se ne tornava a casa con una foto che lo
ritraeva, proprio lì, nella sala Nervi a due passi dal nuovo pontefice.
Molti
erano ragazzi delle parrocchie e dei movimenti, tanti cresciuti in un
cattolicesimo alla buona fatto di poche domande, di pochi aneliti di
cambiamento. Ragazzi docili, bravi ragazzi a cui non faceva problema andare a
fare il servizio militare, acquistare prodotti di moda che potevano anche
essere frutto di lavoro sfruttato, giovani che non avvertivano alcuno stridente
contrasto tra il seguire Gesù Cristo e
lo sposare ideali piccolo borghesi.
Giovani
a cui non veniva offerta, purtroppo, alcuna parola inquietante.
Non
sono in grado di dire chi sono i ragazzi convenuti, come in una fiumana, ai
grandi appuntamenti di ogni anno e poi, in quest’anno giubilare, a Roma. Questi
che sembrano, a vederli in tv, moderni eredi a un tempo dei pellegrini
medioevali e della generazione on the road, quella coi sacchi a pelo e
pronta all’autostop.
Non so
come la pensino, quanti di loro siano solo alla ricerca vaga di qualche cosa di
spirituale, venuti con gli amici che si tirano dietro altri amici, insofferenti
di fronte a un mondo che va storto o già ben inquadrati e allineati. Nessuno li
ha schedati, grazie a Dio, e ognuno può fare tutte le illazioni che gli pare.
Mi
viene comunque spontaneo pensare a quelle folle, eterogenee, che andavano dietro
a Gesù. Quali parole diceva a queste persone Gesù? Quali gesti, chiari ed
inequivocabili segni, compiva innanzi a loro? Con quali parabole metteva in
crisi le certezze di ognuno? Gesti e parole che, mentre aprivano nuovi
orizzonti, mettevano alle strette, tant’è, e lo raccontano i Vangeli, che Gesù
si è ritrovato a un certo punto assieme a quattro gatti, molto titubanti se
andare avanti, e a cui ha dovuto chiedere se non se ne volessero andare altrove
anche loro.
Quali
parole, quali messaggi e azioni ha proposto a questa folla di ragazzi chi ha il
compito, a volte inevaso, a volte tradito, di riproporre quelle di Gesù?
Ho
sentito troppe parole entusiasmanti e ancora troppo poche parole inquietanti.
Parole
che, solo per fare un esempio, fanno sentire tutti tranquillizzati dentro la
stessa casa, mentre Dio spinse Abramo fuori dalla sua casa verso una terra
straniera.
Ma,
soprattutto, ho visto contraddizioni.
Che passano attraverso le piccole cose come i gadgets venduti o
altre meno piccole, ma che investono le scelte quotidiane, come i pasti al Mc
Donalds.
Una
gioventù che porta la croce sotto la sponsorizzazione di Nestlè, a cui viene
proposto l’esempio del vescovo Romero ucciso dai potenti in Salvador ma a cui
si stanno per proporre, santi ambedue, Pio IX e Giovanni XXIII – e
i santi, si sa, sono anche modelli a cui ispirarsi, come gli eroi, i campioni e
i personaggi famosi – a chi e a che cosa si dovrà davvero ispirare?
Anna Carfora
13 agosto 2000
L’editoriale di questa settimana di ferragosto, lo lasciamo a don Primo Mazzolari, un grande testimone del 900 ancora troppo poco conosciuto e forse anche dimenticato. Ci sembra un adeguato “contraltare” in un periodo di vacanza considerato “sacro”.
Con l’augurio che alla ripresa delle attività la riflessione di don Mazzolari si traduca in vita di ogni giorno.
Buon ferragosto.
Ci impegniamo noi e non gli
altri
Unicamente noi e non gli
altri,
né chi sta in alto, né chi
sta in basso,
né chi crede, né chi non
crede.
Ci impegniamo senza
pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per loro conto,
come noi o in altro modo.
Ci impegniamo senza
giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si
impegna,
senza condannare chi non si
impegna,
senza disimpegnarci perché
altri non si impegna.
Ci impegniamo perché non
potremmo non impegnarci.
C’è qualcuno o qualche cosa
in noi,
un istinto, una ragione, una
vocazione, una grazia, più forte di noi stessi.
Ci impegniamo per trovare un
senso alla vita,
a questa vita, alla nostra
vita,
una ragione che non sia una
delle tante ragioni,
che ben conosciamo e che non
ci prendono il cuore.
Si vive una sola volta e non
vogliamo essere “giocati”
In nome di nessun piccolo
interesse.
Ci impegniamo non per
riordinare il mondo,
non per rifarlo su misura,
ma per amarlo;
per amare anche quello che
non possiamo accettare,
anche quello che non è
amabile,
anche quello che pare
rifiutarsi all’amore,
poiché dietro ogni volto e
sotto ogni cuore
c’è, insieme a una grande sete
d’amore,
il volto e il cuore
dell’amore.
Ci impegniamo
perché noi crediamo
all’amore,
la sola certezza che non
teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente
(don Primo Mazzolari)
L’altro ieri, domenica,
nelle chiese si è letto il brano del Vangelo che racconta il miracolo della
moltiplicazione dei pani e dei pesci. C’è una grande folla che ha bisogno di
mangiare. C’è Gesù che si accorge della loro fame e pone la domanda: «Dove
possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». C’è l’apostolo
Filippo che risponde tutto pieno di praticità e buonsenso: «Duecento denari di
pane (evidentemente la piccola somma che avevano a disposizione) non sono
sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». C’è l’apostolo
Andrea che subito individua le risorse a disposizione e arrischia: «C’è qui un
ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci», ma che immediatamente dopo si
ritrae perché calcola: «ma che cos’è questo per tanta gente?».
Sempre
l’altro ieri, proprio domenica, è sbarcata a Crotone l’ennesima nave zeppa di
immigrati. Una grande folla che ha bisogno di mangiare. Per l’ennesima volta le
telecamere hanno inquadrato quelle facce. Facce bibliche. Facce da esodo. I
“soliti” curdi, ovviamente, e poi cingalesi, pakistani, afgani, nigeriani e
abitanti della Sierra Leone. Uomini, donne e bambini che scappano da zone di
conflitti dimenticati e da terre dove la povertà e la miseria sembrano essere
imbattibili. Gente che viene da un altro mondo. E si vede. Gente disposta ad
affrontare di tutto, pur di arrivare in Italia, pur di sbarcare nell’avanposto
dell’Occidente. Un occidente che è direttamente responsabile della loro condizione,
una condizione che non è solo quella di miseria ma anche di violenza e
sopraffazione. Non si parla più dei curdi, ma la loro situazione nel frattempo
non è cambiata. Mentre noi ci siamo dimenticati di loro, è continuata la
repressione del popolo curdo vittima di continui soprusi. Per non parlare poi
dei conflitti africani abilmente gestiti dai paesi che trafficano in armi e che
hanno interesse diretto nelle faccende africane. Ma gli africani, si sa, sono i
più dimenticati di tutti. Abituati come siamo alle immagini che ritraggono
bambini scheletrici tra nugoli di insetti, consideriamo la loro esistenza alla
stregua di quella di mosche e formiche.
Di
fronte a tanta folla di poveri c’è chi, fermandosi alle apparenze come Filippo
e Andrea, crede a ciò che gli fa più comodo credere: che non c’è pane
abbastanza per tutti.
Tra
questi, ci sono quelli che provano pena per i poveracci che sbarcano sulle
nostre coste ma non muoverebbero un dito per fare qualcosa per loro. Ci sono
quelli che nascondono malamente il proprio razzismo dietro il timore che gli
immigrati vengono a rubarci il lavoro. O quelli, come don Gelmini, che temono
l’invasione dei musulmani che si approprieranno delle nostre donne
costringendole a convertirsi all’
Islam. O, ancora, ci sono i politici che pensano a gestire politicamente o, che
è esattamente lo stesso, ipocritamente la questione immigrazione, fino a
conseguire pienamente il ridicolo con proposte buone soltanto a gettare fumo
negli occhi, come gli spiattellati ma irrealizzabili ventuno accordi bilaterali
siglati con i paesi da cui gli immigrati provengono.
Di
fronte a una così grande folla di diseredati c’è anche chi, come Gesù, si
chiede, e chiede semplicemente agli altri: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro
abbiano da mangiare?».
Il
miracolo di Gesù non consiste tanto nel moltiplicare pani e pesci, come la
denominazione tradizionale del celebre brano del Vangelo fa pensare, ma nel
renderli disponibili per tutti, nel dimostrare in concreto che c’è pane per
tutti e in abbondanza: «riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani
d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato».
E
pensare che anche soltanto guardando squallidamente agli affari, come fanno gli
industriali del Nordest o lo stesso Governatore della Banca d’Italia, si può
sostenere che gli immigrati ci servono: lavorano molto, fanno qualsiasi lavoro,
non scioperano, non si lamentano.
Un
tempo c’erano le città e c’erano le campagne. E i contadini miseri sognavano la
metropoli e abbandonavano una terra troppo ingrata per ammassarsi ai bordi
delle città disposti a qualunque lavoro. Oggi tale fenomeno, sebbene non
scomparso in questa forma, ha assunto proporzioni mondiali: c’è l’occidente
ricco, mito e eden quanto si vuole ma in ogni caso capace di offrire un tenore di
vita incomparabile con quello delle masse dei diseredati, e il vasto resto del
mondo che sogna l’occidente, che chiede all’occidente, monopolizzatore di
risorse, la parte che gli spetta.
Un
tempo i contadini credevano che alla terra fosse legato un ancestrale destino
di miseria. Quasi che la loro povertà fosse colpa delle carestie, delle
alluvioni o della siccità.
Ora,
sempre più incontestabilmente, si sa che povertà e sottosviluppo non fanno
parte del corredo genetico del terzo mondo. Si sa che un bambino americano,
italiano, francese mangia per sette bambini africani, asiatici,
latinoamericani. Indossa gli abiti che dovrebbero indossare anche loro, va a
scuola e si istruisce al posto loro, si cura con le medicine che non giungono a
quei suoi coetanei che con tutta probabilità vivranno una vita lunga meno della
metà della sua. Si sa che la miseria dei molti è frutto dell’iniqua
distribuzione dei beni e che la terra è ancora in grado di offrire da mangiare
a tutti.
A patto
di rinunciare all’esclusivo privilegio dell’occidente, a patto di ridistribuire
con giustizia a tutti proprio come nella evangelica moltiplicazione dei pani.
Invece
la cosiddetta nuova economia, il neoliberismo e la globalizzazione che
imperversano sotto l’egida di organismi come la Banca Mondiale e il Fondo
Monetario Internazionale, servono a conservare le prerogative dell’occidente. A
conservarne i privilegi e a escludere tutti gli altri. Io mi domando se la
gente comune ha mai sentito parlare di MAI e di NAFTA, di quelle proposte
capestro dei paesi ricchi a quelli poveri che si possono riassumere così: se
volete che vi aiutiamo dovete fare tutto quello che vogliamo noi, dovete
applicare le nostre ricette alle vostre deboli economie, allora – state certi –
arriveranno i nostri aiuti, allora vi restituiremo alcune briciole di ciò che
con la nostra diabolica invenzione del mercato mondiale vi stiamo rapinando.
E’ inevitabile: alla
marginalizzazione dei quattro quinti del mondo i poveri reagiscono sbarcando sulle
coste dell’Italia, tentando di approdare in occidente. L’immigrazione è una
conseguenza della nuova economia.
Purtroppo
non ci sono alternative: o, come la NATO insegna, il nuovo ordine mondiale va
mantenuto con la forza. Alzando gli steccati e circondandoli di filo spinato.
Come hanno fatto gli Stati Uniti al confine con il Messico. Elettrificando le
frontiere, costruendo nuovi muri di Berlino moltiplicati per mille, sparando a
vista su gommoni, navi e pescherecci
sospetti. In guerra contro il resto del mondo. Oppure si lasciano aperte le
porte, si condivide e si ridistribuisce. E così si risponde anche a quella
domanda, solo all’apparenza ingenua, di Gesù: «Dove possiamo comprare il pane
perché costoro abbiano da mangiare?». Non c’è bisogno nemmeno di comprarlo;
dobbiamo semplicemente prenderlo dalle nostre dispense perché, come affermava
don Primo Mazzolari, «dove finisce il mio, incomincia il Paradiso».
don Vitaliano Della Sala
Apparso su «Liberazione» del 1 agosto 2000